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Associazione
"Reverie Comunità 1"
Psicologia Clinica e Psicoterapia
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di Gianpiero Di Leo
LEGGE 180: ed ora leggiamola bene ed applichiamola! L’editoriale pubblicato sull’ultimo numero della Rivista
trattava il tema della riforma della legge 180: della sua possibile
applicazione o abrogazione. In quel momento, il pericolo di un suo
stravolgimento attraverso nuovi provvedimenti legislativi sembrava imminente
e gli interventi sui media, giornali, riviste specializzate, Internet,
avevano assunto di conseguenza toni accorati. La legge 180 dispone inoltre che il ri-covero ospedaliero, anche se coatto, deve essere comunque riconvertito, il prima possibile, in prestazione terapeutiche da svolgersi in Presidi e Servizi psichiatrici extraospedalieri alternativi al ricovero ospedaliero. La legge 180 però non indica né dispone in ordine ai luoghi di cura e alle misure terapeutiche alternative ai ricoveri ospedalieri, ma demanda alle Regioni il compito di attrezzare i Servizi e presidi psichiatrici extraospedalieri nei quali, terminato il ricovero nell’S.P.D.C. o nelle cliniche autorizzate, va continuata la cura vera e propria. La legge 180, nel 1978, non aveva deliberato su questa materia perché, con la Riforma Sanitaria avviata proprio in quegli anni, le competenze sanitarie di questo tipo erano passate alle Regioni. Sembra evidente, dato lo scontento generale esistente, che non tutte le Regioni e comunque non tutte in maniera armonica, uniforme ed esaustiva hanno finora deliberato per applicare correttamente la legge 180. Alcune normative nazionali, regolamentando la materia delle autorizzazioni e degli accreditamenti, hanno in parte colmato il vuoto lasciato dalle Regioni; ma ancora si sente l’esigenza di un intervento legislativo per rendere uniforme su tutto il territorio nazionale le prestazioni di ricovero e cura; come si sente forte l’esigenza di distinguere le prestazioni di ricovero ospedaliero da quelle di cura in regime di residenzialità e semiresidenzialità extraospedaliere. Parimenti si sente forte l’esigenza di distinguere i bisogni di cura veri e propri da quelli di abilitazione e riabilitazione e da quelli di assistenza sociale e sostegno alla cronicità. Mentre ci aspettavamo che le varie commissioni si riattivassero in questa direzione, ci giungono, invece, due cattive notizie: la prima consiste nella nuova iniziativa parlamentare in ordine alla riforma della legge 180 di cui abbiamo accennato sopra; la seconda è quella che l’ onorevole Burani Procaccini, senza migliorarlo (anzi peggiorandolo e facendo tra l’altro sparire dai D.S.M. le strutture intermedie), ha approntato una nuova edizione del suo testo unificato. La prima, parliamo del P.di L. cosiddetto Bertinotti, è una iniziativa che parte da un’area politica più vicina a quella in cui “militava” Franco Basaglia, area che da sempre svolge la sua azione in favore e in difesa della legge 180, e che per questo si è fortemente contrapposta alla proposta di legge Burani Procaccini. Da quest’“area” ci aspettavamo qualcosa di più e di più aderente allo spirito della Legge voluta da Basaglia, e che quindi le nostre preoccupazioni fossero avviate a soluzione. Nello scorrere il testo pubblicato su Internet, invece, abbiamo fatto fatica a rintracciare sia gli articoli che ci interessavano, sia il senso della proposta in essi contenuta. Intanto il supporto normativo della p.di l. “Bertinotti” è quanto di più lontano e improprio si possa utilizzare; il progetto di legge in cui sono inseriti gli articoli di cui parliamo riguarda in primis i soggetti svantaggiati e non autosufficienti. Ancora una volta i pazienti psichiatrici vengono trattati alla stregua di residui manicomiali e non, come si dovrebbe, come malati che hanno diritto alle cure e che hanno diritto a sperare che le cure permettano loro di uscire definitivamente dagli istituti di ricovero e assistenza. I contenuti poi del p.di.l. “Bertinotti”, negli articoli specifici, sono ridotti all’essenziale e poco dicono e fanno intravedere rispetto a quanto più chiaramente ed esplicitamente dispone la legge 180. Con le indicazioni sommarie e tecnicamente semplicistiche contenute nella p.di l., si riuscirebbe a fare ben poco nella direzione delle risposte a bisogni dei malati psichici e delle loro famiglie e ancor meno si riuscirebbe a fare nella direzione della ricerca di uniformità su tutto il territorio nazionale dei livelli essenziali di assistenza per le prestazioni residenziali e semiresidenziali extraospedaliere in favore dei pazienti psichiatrici. Un esempio, le caratteristiche e i requisiti (minimi? ulteriori? di eccellenza?) delle Comunità terapeutiche residenziali verrebbero fissati non da una delibera Regionale in aderenza alle normative nazionali ma dal potere discrezionale del direttore sanitario dell’ASL di competenza territoriale! Chi garantirebbe, in questo caso, un minimo di uniformità “su tutto il territorio nazionale” dei livelli essenziali di assistenza ( L.E.A.) in psichiatria. Un altro esempio, nelle C.T. viene fissato un limite tassativo di 10 posti letto per struttura. In che modo questo aiuta la diffusione e la crescita delle Comunità terapeutiche che da decenni operano con moduli sperimentati di 20 posti letto? Ancora, il lavoro remunerato; è possibile lavorare quando si è malati? Non è contro lo statuto dei lavoratori far lavorare chi è in cura e, per i pazienti, farsi pagare, mentre si è malati e in cura? Inoltre, l’articolazione della residenzialità psichiatrica può limitarsi alle sole Comunità terapeutiche residenziali? Infine, i Gruppi appartamento, le Case famiglia, le Comunità protette e le Comunità alloggio sono tanti modi di chiamare la stessa cosa o sono risposte meglio articolate e adattate ai bisogni che si hanno durante tutto il processo di cura e riabilitazione del disagio psichico o della malattia mentale? Non sarebbe più conveniente distinguere le fasi della cura (e di conseguenza i luoghi nei quali la stessa viene somministrata), da quelle della riabilitazione? Se fra i compiti della riabilitazione c’è anche quello dell’inserimento lavorativo nel sociale esterno, attraverso tirocini ad hoc, non sarebbe più opportuno potenziare la rete dei Servizi Sociali invece di trasformare semplicisticamente e confusivamente le strutture terapeutiche comunitarie in agenzie di formazione e collocamento lavorativo? Non sarebbe ora di distinguere categoricamente (per bisogni, luoghi, competenze professionali) la terapia vera e propria dall’intervento socio sanitario e socio assistenziale? Non sarebbe necessario indicare luoghi ben differenziati, con definizioni diverse ma uniformi su tutto il territorio nazionale, nei quali è trattata diversamente la cura vera e propria dai luoghi dove viene data principalmente, anche se non esclusivamente, assistenza a quei pazienti che, pur “curati”, non hanno recuperato pienamente la loro disabilità ? Tutti i pazienti psichiatrici escono dal percorso di cura con handicap o disabilità che richiedono un inserimento lavorativo protetto a vita? Nessuno ha mai sentito parlare o crede nella cura e nel possibile recupero dei pazienti giovani alle prime crisi? Quello che stupisce in tutti questi progetti di legge è che nessuno parli di possibile guarigione e di malati che richiedano, per curarsi, terapie specialistiche di tipo psicologico/psichiatrico e invece si parli, in questi p.d.l., quasi esclusivamente di presidi (R.S.A. o S.R.A. psichiatriche) e protesi sociali (assegni di infermità, attività lavorative sostenute e protette a vita) per supportare le infermità. Per il momento, ad una prima veloce lettura e superficiale valutazione del progetto di legge Bertinotti, ci sentiamo di dire solo questo (del P.di L. Burani Procaccini abbiamo ampiamente scritto sul precedente numero della nostra rivista). Aspettiamo però le occasioni per dibattere serenamente e più compiutamente sui temi qui accennati fiduciosi che, con interlocutori di una area politica così vicina a quella che sembra esprimersi nel pensiero di Basaglia, il dialogo e il confronto siano più facili di quanto non sia avvenuto con i precedenti interlocutori, militanti in aree politiche assai più distanti da quella attribuita a Franco Basaglia.
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