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IL MODELLO OPERATIVO
PREMESSA
Nelle Comunità della Reverie viene praticato
"un intervento terapeutico, multidisciplinare polintegrato ad orientamento
psicodinamico (farmacologico, psicologico, psicoterapeutico, riabilitativo e
di risocializzazione) costituito da una serie di attività terapeutiche e
riabilitative, individuali e gruppalì, strutturate come "sotto setting" e
basate sull'affido terapeutico e l'operatore di affidamento quali modalità
operative per l'integrazione degli interventi" (Clara Caltagirone -
Giampiero Di Leo)
Questa strutturazione complessa dell'intervento nasce dalla constatazione
che il sistema di difesa prevalente nelle psicosi è caratterizzato da un
potente ricorso a modalità proiettive che esternalizzano le relazioni
oggettuali interne e che, attraverso il meccanismo dell'identificazione
proiettiva, portano a degli agiti che influenzano la realtà esterna.
Il rischio che corre un'organizzazione che riceva queste potenti proiezioni
è di trasformarsi in un sistema difensivo cronicizzato, e cronicizzante, e
perciò anti-terapeutico.
La Reverie si è data per questo una strutturazione che prevede degli
apparati funzionali in grado di occuparsi della presa in carico globale del
paziente. Alla base di tutto c'è anche l'idea che "i confini esterni aiutano
il paziente a ritrovare i propri confini interni, contenendo l'ansia
derivante dal suo senso di vuoto e proteggendo al contempo anche l'operatore
che può evitare così di essere divorato dalle continue richieste del
paziente" (Clara Caltagirone).
Gran parte della letteratura sulla riabilitazione spesso trascura l'intera
problematica sul senso del Sé dello psicotico e sulle profonde esigenze
espresse dal paziente in un programma riabilitativo. Infatti, ciò che va
"riabilitato" non è tanto una certa quantità di comportamenti socialmente
competenti, ma qualcosa che ha a che fare con la reintegrazione della
sensazione di continuare ad esistere.
Ed è di questo che la Reverie si occupa in prima istanza.
IL PRIMO CONTATTO
Il primo contatto con la Comunità avviene
tramite la famiglia o direttamente dal C.S.M. di appartenenza.
Una prima selezione è legata alla disponibilità dei servizi di riferimento a
farsi carico di una eventuale retta. Segnaliamo questa evenienza perché, a
fronte di una grande quantità di richieste di aiuto che arrivano al nostro
indirizzo, solo una minoranza ottiene dai Servizi la necessaria
disponibilità a collaborare.
E' piuttosto raro che abbiano accesso alla Comunità pazienti che si trovino
agli esordi della manifestazione psicopatologica. Questo, a nostro parere,
limita notevolmente la possibilità di operare in modo risolutivo in molti.
Nella nostra esperienza registriamo, purtroppo, la persistente mancanza di
una politica sanitaria equilibrata e lungimirante in tema di riabilitazione
psichiatrica.
Durante la prima visita, condotta da uno psicologo clinico dirigente e dallo
psichiatra della comunità, sono prese in considerazione sia le
caratteristiche individuali del candidato, sia le caratteristiche del
sistema allargato cui fa riferimento (famiglia, servizio inviante, ecc.),
sia la disponibilità a collaborare e partecipare alle attività terapeutiche.
Vengono perciò valutate le motivazioni del paziente, se ne ricostruisce la
storia psicopatologica, si esaminano le aspettative della famiglia, ecc.
Se viene accertata un'idoneità alla terapia di Comunità, e la scelta viene
convalidata dal Servizio di salute mentale inviante, il paziente viene
affidato ad un operatore che inizierà a seguirlo in casa, o in clinica, con
una serie di incontri domiciliari. Questo operatore, da noi definito
"operatore di affidamento", seguirà il paziente per l'intero percorso in
comunità.
Va sottolineato che al paziente a noi affidato in cura viene sempre
garantita la possibilità di ritirarsi dall'esperienza in qualunque momento
lo senta necessario.
L'AFFIDO TERAPEUTICO E
L'OPERATORE DI AFFIDAMENTO
L'affidamento dell'assistito all'operatore e
alla piccola équipe (Unità Operativa di Base - U.O.B.) è il principale
meccanismo terapeutico dei programmi della Reverie.
Il rapporto con l'operatore di affidamento, iniziato prima dell'ingresso in
comunità, permetterà all'affidato in cura di affrontare con maggior sostegno
e protezione sia la delicata fase d'ingresso, sia l'intera esperienza
comunitaria.
L'operatore assiste l'affidato in cura:
· nei suoi bisogni personali, anche primari;
· nel portare avanti i diversi compiti concordati;
· nella verbalizzazione di pensieri e affetti man mano che si avvicinano
alla coscienza;
· nella comprensione dei processi evolutivi in atto attraverso l'analisi dei
vissuti di controtransfert;
· nei momenti di depressione, ansia e di angoscia;
· nei momenti di crescita e di separazione;
· durante le eventuali fasi di crisi;
· lo rappresenta, se necessario, nei vari momenti decisionali
dell'Associazione (assemblee, incontri con i servizi, ecc.).
Alla Reverie, oltre a svolgere le funzioni di cui sopra, gli operatori
condividono con gli assistiti tutti i tempi e le azioni quotidiane,
indipendentemente dal loro ruolo professionale e dalla collocazione
funzionale all'interno della struttura: l'operatore - che sia psicologo,
medico, educatore professionale, assistente sociale, coordinatore del
programma, direttore o semplice operatore di base - fa colazione, pranza e
cena assieme ai ragazzi, assieme a loro fa le pulizie della casa, prepara i
pasti, guarda il televisore, legge il giornale, va a fare la spesa, e così
via.
"L'operatore dovrebbe avere un comportamento flessibile e non essere vittima
delle regole, larghe o strette che siano. Dovrebbe avere la capacità di
entrare nei panni del ragazzo che segue ed aiutarlo a spianargli la via.
Dovrebbe quindi essere un sostegno solido e nello stesso tempo accogliente …
il potere che ha l'operatore non deve in nessun caso annullare il suo
affidato, dovrebbero averne entrambi. Insomma, ci vuol ben altro che una
laurea in psicologia per far bene l'operatore: c'è bisogno di forza, energia
positiva, sensibilità, apertura, disponibilità…" (Roberto Quintiliani).
LA PICCOLA EQUIPE (U.O.B. Unità Operativa
di Base)
L'organico di ogni programma è suddiviso in
piccole équipe operanti in una specifica Unità Operativa di Base. La U.O.B.
è formata da un tutor, da quattro operatori (due di "affidamento" e due di
"programma", che supportano cioè l'operatore di affidamento nel progetto
terapeutico), e da quattro o cinque utenti. L'orario delle presenze degli
operatori di una stessa U.O.B., che si alternano nelle 24 ore, assicura un
sostegno in continuità e un'osservazione costante dei processi in atto.
Ogni programma personalizzato viene verificato, modulato ed eventualmente
modificato nelle riunioni di U.O.B.
La U.O.B. si riunisce, ogni settimana, alla presenza di un tutor,
rappresentato da un membro anziano dell'Associazione. La riunione prevede,
essenzialmente, tre momenti:
· una riunione preliminare ristretta degli operatori, dove vengono elaborate
le dinamiche interne al gruppo, esaminati i vissuti di controtransfert e
coordinati i programmi individuali degli utenti;
· una riunione estesa a tutti i componenti della U.O.B. (operatori e loro
affidati) che si configura come gruppo ad orientamento analitico;
· una riflessione finale fra tutti gli operatori della U.O.B. sul
significato profondo della comunicazione gruppale e sulle strategie
operative della settimana a venire.
La U.O.B. è il momento centrale del lavoro terapeutico in Comunità. Essa si
muove all'interno del complesso meccanismo delle Comunità con una propria
autonomia funzionale ed emotivo-affettiva, e con un proprio stile operativo.
"La U.O.B è una piccola comunità nella comunità, nella quale l'affidato può
rivivere e correggere alcune delle esperienze che hanno contribuito
all'insorgere della malattia" (G. Di Leo).
L'ASSEMBLEA
Gli operatori di affidamento, gli utenti e il
direttore di programma s'incontrano settimanalmente e discutono gli
argomenti posti precedentemente all'ordine del giorno dai pazienti e dallo
staff.
Il segretario, eletto tra gli utenti, redige il verbale con le
deliberazioni. Ogni partecipante alla vita della Comunità è libero di
inserire all'ordine del giorno qualsiasi argomento ritenga utile discutere.
L'assemblea, che decide a maggioranza, stabilisce le regole generali della
convivenza, organizza il lavoro di autogestione della Comunità affidando
specifici compiti a ciascun partecipante, propone momenti d'inserimento
sociale, organizza le attività dei week-end, gite, escursioni ecc.
LA STRUTTURAZIONE DELLA GIORNATA
Le attività che vengono svolte durante l'arco
della giornata sono le seguenti:
· h 8.30: sveglia ( l'operatore che ha fatto il turno di notte prepara il
caffè e lo porta alle persone che ancora dormono).
· h 8.30: cura personale.
· h 9.15: cura e pulizia del proprio spazio e delle proprie cose.
· h 9.45: colazione. Come per il pranzo e per la cena, è coinvolto tutto il
gruppo e ognuno svolge il proprio compito prestabilito relativo alla
preparazione dei pasti, apparecchio, sparecchio e lavaggio stoviglie.
· h 10.00-13; attività di autogestione (spesa, cucina, manutenzione, orto,
giardino ecc.). All'interno dei propri gruppi di appartenenza gli assistiti
sono aiutati dagli operatori a svolgere il lavoro a loro assegnato,
gradualmente ognuno secondo le proprie capacità.
· h 13.00: pranzo.
· h 14.00: attività ludico-sportive, attività individuali o riposo.
· h 16.30: tea-time.
· h 17.00: attività terapeutiche di gruppo e laboratori di art-therapy, di
espressione e creatività.
· h 19.00: preparazione cena.
· h 20: cena.
· h 21.00: relax e preparazione alla notte.
L'organizzazione precisa di spazi e orari nell'arco dell'intera giornata
serve a fornire un quadro di riferimento sia per gli utenti che per gli
operatori, a facilitare la riorganizzazione dell'io dell'affidato in cura, a
canalizzare le sue energie in senso costruttivo.
Naturalmente nessuno è obbligato a lavorare oltre le capacità e possibilità
del momento individuale che sta attraversando, ma soltanto incoraggiato e
sostenuto. Per evitare comunque una adesione passiva alle regole e ai
compiti, oppure una competizione narcisistica, si evita di colpevolizzare o
stimolare la competitività attraverso confronti o valutazioni che potrebbero
essere oltremodo frustranti per chi, per effetto della patologia, non è in
grado di sostenerli.
Le regole comunitarie hanno un'importanza fondamentale, in quanto fanno da
contenitore alle ansie dei pazienti e li aiutano nell'evoluzione delle
relazioni, a differenza di quanto succedeva nel loro nucleo familiare, dove
spesso i confini non esistevano o le reti comunicative erano gravemente
destrutturate.
"La strutturazione dello spazio e del tempo della vita comunitaria permette
all'ambiente di essere terapeutico contro la passività e l'angoscia del
vuoto del gruppo dei pazienti" (Clara Caltagirone - Gina Cadeddu).
LE ATTIVITÀ PSICOTERAPEUTICHE:
INTRODUZIONE
La Comunità è una struttura che privilegia la
multimodalità dell'intervento gruppale: operatori di affidamento, piccolo
gruppo, gruppo allargato e l'intera Associazione: ad ognuno di questi
livelli corrispondono momenti gruppali, la cui necessità è determinata dal
bisogno di elaborare e interiorizzare i contenuti "drammatizzati" (Hinshelwood)
del mondo interno proiettato dal paziente.
La vita comunitaria è di per sé orientata terapeuticamente. La condivisione
e la partecipazione degli spazi fisici e psichici da parte del gruppo
complessivo (operatori e ospiti), nonché la specifica attenzione ai bisogni
e alle dinamiche in atto all'interno del gruppo e nei singoli, rendono il
setting comunitario della Reverie particolarmente adeguato al trattamento
dei disturbi psichiatrici.
Oltre a ciò, ogni assistito ha a disposizione altri momenti più specifici
per l'elaborazione analitica dei vissuti: il gruppo terapeutico allargato,
la psicoterapia individuale ad orientamento analitico, il piccolo gruppo
settimanale ad orientamento analitico (gruppo di U.O.B.), gli incontri con
le famiglie, il gruppo di Psicodramma analitico e i diversi laboratori di
art therapy.
IL GRUPPO TERAPEUTICO ALLARGATO
Nel gruppo allargato settimanale gli
assistiti si confrontano su aspetti della propria vita emotiva e
relazionale, sia interna che esterna, alla Comunità.
Il gruppo allargato, così come sperimentato in oltre vent'anni di Comunità,
si differenzia dai gruppi verbali psicoterapeutici classici per molti
aspetti: sia perché non vi è un setting "puro", sia per la difficoltà di
contare su una presenza stabile dei partecipanti (considerando dimissioni e
nuovi ingressi); e poi perché è pressoché impossibile conservare
riservatezza di vissuti ed agiti fra persone che convivono per lunghi
periodi di tempo. Per queste ed altre ragioni, la tecnica di conduzione del
gruppo psicoterapeutico Comunitario ha sue peculiari caratteristiche e suoi
conduttori appositamente formati.
LA PSICOTERAPIA INDIVIDUALE AD
ORIENTAMENTO ANALITICO
La psicoterapia individuale ad orientamento
psicoanalitico è proposta come attività terapeutica aggiuntiva a quelle
ordinariamente effettuate all'interno della Comunità.
Gli psicoterapeuti, se esterni allo staff, allo scopo di integrare il
proprio intervento, svolgono incontri periodici con l'operatore di
affidamento.
Viene inoltre richiesta la loro disponibilità a partecipare agli incontri di
supervisione sui casi.
IL PICCOLO GRUPPO SETTIMANALE AD
ORIENTAMENTO ANALITICO (U.O.B.)
La psicoterapia individuale ad orientamento
psicoanalitico è proposta come attività terapeutica aggiuntiva a quelle
ordinariamente effettuate all'interno della Comunità.
Gli psicoterapeuti, se esterni allo staff, allo scopo di integrare il
proprio intervento, svolgono incontri periodici con l'operatore di
affidamento.
Viene inoltre richiesta la loro disponibilità a partecipare agli incontri di
supervisione sui casi.
GLI INCONTRI CON LE FAMIGLIE
Aspetto essenziale del trattamento è il
coinvolgimento della famiglia dell'assistito sia perché, come sostiene
Ciompi, le sue aspettative sono un fattore prognostico positivo, sia perché
essa è, per dirla con Menarini e Pontalti, una "famiglia satura" e quindi
profondamente coinvolta nella psicosi del familiare in cura.
Nel corso di periodici incontri vengono dunque accolte e rielaborate le
istanze emergenti da parte dei familiari, sia in relazione all'assistito che
alla Comunità.
A tali incontri, tenuti da uno o due conduttori, partecipano, oltre ai
familiari, l'affidato e l'operatore di affidamento. Essi offrono
l'opportunità di indagare sulle dinamiche familiari e di formulare nuove
strategie di intervento.
Quando lo si ritenga opportuno i familiari sono aiutati a utilizzare spazi
terapeutici esterni alla Comunità presso équipe di terapia familiare private
o dei Servizi dipartimentali.
IL GRUPPO DI PSICODRAMMA ANALITICO
Lo psicodramma analitico nei programmi in cui
viene utilizzato viene proposto a tutti gli assistiti. Si svolge con
frequenza settimanale ed è condotto da due terapeuti esterni allo staff.
Alla seduta è prevista anche la partecipazione di un operatore.
Il lavoro dei terapeuti si coordina con lo staff della Comunità in due
momenti:
a) la partecipazione periodica all'assemblea di struttura della Comunità,
dove essi riportano materiale clinico emerso all'interno del gruppo;
b) le riunioni con gli operatori presenti in Comunità, che vengono
effettuate sistematicamente prima di ogni seduta.
I LABORATORI DI ARTE TERAPIA
Il laboratorio di arte terapia
svolge una funzione di sostegno e aggiuntivo alle attività psicoterapiche
già svolte dagli assistiti all'interno dei programmi della Reverie.
A questo scopo, l'intervento di arte terapia si pone come obiettivo il
rinforzo delle funzioni egoiche e delle funzioni di realtà e lo sviluppo
della stima di sé e, parallelamente, la crescita delle capacità relazionali,
interpersonali e di socializzazione.
L'arte terapia fornisce ai partecipanti al laboratorio uno spazio dove
l'arte viene creata insieme e dove il processo di interazione è facilitato
prima ad un livello simbolico quindi ad un livello verbale.
Sono previsti contatti periodici con le équipe che si occupano dei singoli
soggetti partecipanti e con l'operatore di riferimento dell'affidato in
cura.
La segnalazione dei partecipanti al laboratorio di arte terapia viene fatta
in base a parametri che tengono conto, oltre che di fattori psicopatologici,
anche di problematiche relazionali e delle potenziali risorse individuali,
in modo da costituire un gruppo il più possibile omogeneo.
LE ATTIVITÀ RIABILITATIVE: I
"LABORATORI DI ESPRESSIONE E CREATIVITÀ"
L'obiettivo del lavoro della Comunità non è
solamente quello di inserire gli affidati in cura in una "rete di
relazioni", ma anche quello di stimolare ed attivare, attraverso la sua
collaborazione all'organizzazione della quotidianità, i suoi livelli di
autonomia e responsabilizzazione.
Le attività terapeutico-riabilitative che si svolgono in Comunità
comprendono il lavoro, le attività espressive, i laboratori di piccola
professionalizzazione, le attività socioterapeutiche, i programmi di
inserimento sociale e lavorativo.
In Comunità ci si organizza in gruppi di lavoro,comunemente definiti
"laboratori", attraverso i quali si portano avanti le attività di
autogestione: c'è chi si occupa del pranzo, chi va a fare la spesa con
l'operatore, chi è addetto alla manutenzione del giardino, o dell'orto, chi
lavora in falegnameria, ecc.
Per alcuni lavorare è molto doloroso, anche in un ambiente protetto come
quello della Comunità; per questo i laboratori, siano essi di conduzione
delle attività quotidiane oppure "di espressione e creatività" (G. Di Leo),
si svolgono sotto la guida di operatori esperti o maestri d'arte in grado di
gestire, per formazione e tirocinio, le emozioni e i movimenti dinamici
collegati all'impegno nelle attività. Più che al risultato, nei laboratori
terapeutici si guarda alle motivazioni e si lavora intorno ai vissuti che
conseguono all'impegno.
I " laboratori di espressione e creatività", secondo la terminologia da noi
in uso dal 1983, attivi nei vari programmi sono:
· Il laboratorio di musica.
· Il laboratorio di espressività corporea.
· Il laboratorio di scrittura.
· Il laboratorio di disegno e pittura.
· Periodiche attività di pittura su legno, ceramica, teatro, cineforum, di
cronaca e stampa, video, ecc…
Questi laboratori occupano buona parte della giornata. Naturalmente, non
tutti i pazienti vi partecipano volentieri, ma riuscire comunque a
coinvolgerli, graduando l'impegno in base al loro momento dinamico, le
capacità e le eventuali inabilità conseguenti alla storia psichiatrica
personale è già un risultato.
Il laboratorio, proprio per la sua connotazione ludico-creativa, si
configura come una delle prime tappe capaci di rimettere in gioco le
capacità d'interazione sociale e delle abilità ancora presenti. Attraverso
la "funzione artistica e creativa", presente in tutti i laboratori, non solo
è più facile comprendere i propri vissuti, ma anche entrare in contatto con
gli altri.
Le immagini, il movimento corporeo, la musica e il canto, la scrittura, la
pittura, il teatro, in quanto utilizzano simbologie e rappresentazioni non
prevalentemente o esclusivamente verbali, rappresentano un canale
privilegiato di accesso ai contenuti e ai vissuti più profondi. L'attenzione
specifica e l'elaborazione di tali contenuti agevola il processo
terapeutico, facilita l'integrazione della personalità e mobilita le risorse
più creative e produttive dell'individuo.
I COMPITI DI AUTOGESTIONE
Specifica della vita comunitaria è la
partecipazione degli ospiti alle attività di autogestione della quotidianità
attraverso attività individuali o gruppali (laboratori).
Il lavoro di autogestione in Comunità comprende:
· la cura personale;
· la cura della stanza;
· i lavori di autogestione: preparazione dei pasti, governo della cucina,
manutenzione e governo della casa;
· la cura degli spazi esterni (giardino, orto) e degli animali.
La gestione responsabile di sé, delle proprie cose e delle cose comuni
diventa verifica del processo terapeutico in merito al rapporto
dell'assistito con la realtà. La cura e l'attenzione sollecite rivolte dall'équipe
alle attività quotidiane, all'ordine e alla pulizia personali e degli
ambienti, sono di fatto cure e attenzioni verso gli aspetti del sé
dell'assistito, verso le sue relazioni d'oggetto e le sue capacità
d'instaurare rapporto di realtà con persone e oggetti.
Affinché l'assistito non venga utilizzato per "risparmiare" e non abbia un
vissuto di sfruttamento, in tutte le attività viene affiancato, integrato o
sostituito dall'operatore di riferimento; comunque le pulizie degli spazi
comuni, o le pulizie generali o i lavori più "pesanti" vengono svolti da
ausiliari part-time.
ATTIVITÀ DI RISOCIALIZZAZIONE
- Il programma week-end
- Le feste sociali e le ricorrenze anniversarie
- Le vacanze estive
Il programma per il week-end viene organizzato nell'assemblea del lunedì
dove, dopo aver esaminato le varie proposte, si decide a maggioranza. Il
responsabile del programma cerca, per quanto è possibile, di rispondere alle
diverse esigenze e di fare in modo che tutti possano trovare accolta la
propria proposta. Il programma può prevedere il cinema, la cena fuori,
concerti, mostre, dibattiti, escursioni, e quanto altro ognuno ha in mente
di realizzare.
Le feste rappresentano per tutti un momento di verifica delle proprie
capacità espressive, delle proprie possibilità di comunicazione con
l'esterno e del proprio lavoro, oppure si godono semplicemente il clima di
festa. Importantissima è la "festa d'estate", alla quale partecipano
centinaia di persone e durante la quale i pazienti si cimentano in attività
teatrali, danze, mostre fotografiche e presentazioni di video girati in
Comunità.
Ogni anno, infine, tutti i programmi si ritrovano insieme per le vacanze
estive. Nel mese di agosto l'Associazione trasferisce le sue attività sul
lago di Bolsena, affittando un casale e utilizzandolo come sede estiva,
oppure utilizzando strutture (ostelli della gioventù, aziende
agrituristiche) aperte al turismo ordinario.
"Le attività di risocializzazione sono momenti di osmosi con l'esterno e di
verifica con la realtà sulle proprie capacità e sul proprio processo di
crescita" (Clara Caltagirone).
ASSISTENZA PSICHIATRICA
Al consulente psichiatra di ogni programma
compete la gestione della terapia farmacologica (eseguita con il criterio
dei "dosaggi minimi efficaci"). Pur non partecipando ordinariamente alle
attività istituzionali, allo psichiatra è richiesta tuttavia una sensibilità
specifica nei confronti di aspetti dell'intervento che non siano
esclusivamente psicopatologici e clinici.
L'assistenza psichiatrica in Comunità si articola in tre momenti
fondamentali:
1. Il colloquio clinico iniziale; viene svolto unitamente allo psicologo
clinico dirigente ai fini di valutare sia la diagnosi che il momento
evolutivo della sindrome in atto.
2. Il periodico controllo psichiatrico dell'evoluzione dello status
psicopatologico e della farmacoterapia in atto. La cura farmacologica viene
protratta per tutto il tempo necessario, fino ad un contenimento dei sintomi
tale da consentire una più motivata adesione al trattamento. Il lavoro dello
psichiatra è costantemente integrato con le istanze che giungono dai vari
contesti di osservazione di cui l'Operatore di Affidamento si fa portatore.
3. Il rapporto periodico con i sanitari della A.S.L. d'appartenenza
dell'assistito, con i quali è fondamentale aggiornare l'evoluzione clinica e
terapeutica del loro assistito.
Il consulente psichiatra, presente nelle Comunità della Reverie solo in
alcune fasce di alcuni giorni della settimana, partecipa sistematicamente o
episodicamente ai vari momenti di integrazione degli interventi, in
particolare alle assemblee di struttura e di programma e alle supervisione
dei casi.
LO STAFF
Nel documento "STRUTTURE RESIDENZIALI", della
delibera R.L. 11887, si specifica che in queste "tutto il personale deve
essere qualificato attraverso esperienze formative specifiche
teorico-pratiche (art. 7 Regol. Reg. n. 9/85) per avere capacità di rapporto
con le famiglie e con il territorio... E' inoltre auspicabile, che almeno la
metà del personale addetto alla Comunità Terapeutica abbia fruito di un
training analitico personale o almeno possieda una formazione in terapia
relazionale o in gruppo analisi".
Lo staff della Reverie, formato nella quasi totalità da liberi
professionisti qualificati attraverso formazioni specifiche ed in
particolare attraverso esperienze di psicoterapia analitica personale, è
composta da Psicologi, Educatori professionali, Assistenti Sociali,
Psicoterapeuti per le analisi individuali e di gruppo, Medici Psichiatri per
la terapia farmacologica, infermieri. A sostegno del lavoro in Comunità gli
operatori si confrontano alla presenza di un "tutor" in piccoli gruppi
settimanali; gli operatori si riuniscono settimanalmente in occasione della
assemblea degli ospiti e quindicinalmente in assemblea di struttura.
Periodicamente l'associazione organizza seminari residenziali e week-end di
lavoro.
FORMAZIONE E TIROCINIO
Il problema della formazione degli operatori
è strettamente connesso con quello della specificità del setting nel quale
lavorano.
Il tirocinante viene fin dall'inizio inserito in una U.O.B. ed affiancato ad
un operatore esperto; effettuerà una supervisione quindicinale con uno dei
tutor della Comunità.
Quando il tirocinante avrà maturato la sua scelta di operare in Comunità,
comincerà a prendersi piccole responsabilità, assumendo la posizione di
aiuto-operatore. A questo punto comincerà a partecipare anche ai vari
momenti gruppali della Comunità.
Oltre ai momenti di supervisione, gli operatori della Reverie s'incontrano
periodicamente nelle seguenti occasioni:
· Il seminario annuale, con funzione di ricerca e approfondimento teorico
della esperienza, la cui partecipazione è aperta anche ai tirocinanti.
· Il seminario residenziale, con finalità di confronto e comunicazione su
temi specifici che emergono durante l'anno sociale, al fine di formulare
nuove proposte di lavoro.
· I seminari di aggiornamento, con la partecipazione di esperti esterni
sulle varie discipline e specializzazioni.
Rientra nella finalità dell'Associazione la formazione di gruppi di
operatori per la costituzione di nuove strutture intermedie.
FORMAZIONE E SUPERVISIONE
Nel documento "STRUTTURE RESIDENZIALI" della
delibera Reg. Lazio 11887/78, si specifica che in queste "tutto il personale
deve essere qualificato attraverso esperienze formative specifiche
teorico-pratiche (art. 7 Regol. Reg. n. 9/85) per avere capacità di rapporto
con le famiglie e con il territorio... E' inoltre auspicabile - prosegue il
documento - che almeno la metà del personale addetto alla Comunità
Terapeutica abbia fruito di un training analitico personale o almeno
possieda una formazione in terapia relazionale o in gruppo analisi".
Lo staff della Reverie, formato da liberi professionisti qualificati
attraverso formazioni specifiche, ed in particolare attraverso esperienze di
psicoterapia analitica personale, è composta da Psicologi, Educatori
professionali, Assistenti Sociali, Psicoterapeuti per le analisi individuali
e di gruppo, Psichiatri per la terapia farmacologica, infermieri per le
prestazioni mediche specifiche alla loro formazione.
Il modo di lavorare e di comunicare nei programmi della Reverie è
costantemente oggetto di analisi, in quanto dalla qualità della
comunicazione e dalle dinamiche esplicite o implicite, reali o immaginarie,
che governano la stessa dipende la funzione terapeutica della Comunità.
Gli spazi terapeutici di cui gli operatori si avvalgono a sostegno del loro
lavoro in Comunità sono:
1. la supervisione nel piccolo gruppo: per l'analisi delle situazioni
trasferenziali in atto nelle U.O.B, della problematica dell'affidato in cura
e del controtransfert dell'operatore che lo ha in affidamento;
2. la supervisione generale sulle dinamiche del gruppo degli operatori.
3. la supervisione generale sui casi clinici.
La supervisione generale sui casi clinici viene svolta da uno psicoanalista
esterno all'associazione esperto in psicosi, gruppi e istituzioni.
"La supervisione - secondo Aldo Cono Barnà - si prende cura del gruppo sul
piano motivazionale e lo porta a sentirsi più qualificato sul proprio
lavoro, attivando una vitalità maggiore e mettendo a lucido gli strumenti
operativi in uso. Quando la supervisione funziona si assiste ad una sottile
trasformazione del gruppo che diviene più capace di usare i momenti di
riunione come momenti in cui si possono lasciare più liberi i pensieri, in
cerca di una migliore comprensione del paziente. Una supervisione riuscita
ha anche degli effetti terapeutici nel gruppo; un buon funzionamento
gruppale nella supervisione sembra avere ricadute interne nei singoli
partecipanti e produrre una maggiore integrazione con se stessi e con gli
altri".
FINALITÀ DEL LAVORO TERAPEUTICO
Il trattamento comunitario persegue, come
scopo generale, l'acquisizione di capacità individuali come l'autonomia
psichica tale da consentire agli assistiti il reinserimento nella vita
sociale e, laddove sia possibile, nel proprio ambiente di provenienza.
Per i più giovani si potrà prendere in considerazione la possibilità di
lavorare per un loro rientro in famiglia. In questi casi l'obiettivo
principale del lavoro coinvolge anche la famiglia stessa; in particolare i
genitori saranno orientati ad intraprendere, come già accennato, un lavoro
psicoterapeutico su se stessi al fine di comprendere, attenuare, ed
eventualmente risolvere, i conflitti legati alla loro funzione genitoriale e
a rafforzare la loro capacità di farsi carico dei bisogni psico-affettivi
dei propri figli, pur in presenza di residui invalidanti dovuti alla
patologia in corso.
La maggior parte dei pazienti segue un progetto terapeutico concordato anche
con i Servizi invianti; lo scopo del trattamento comunitario può prevedere
il reinserimento nel territorio di origine e l'acquisizione della capacità
di fruire delle risorse esistenti (ambulatorio, centro diurno, case
famiglia, inserimento in cooperative integrate ecc.); a questa funzione sono
chiamati i Servizi di salute mentale invianti in grado di attivare le
risorse sul territorio e le Agenzie sociali a questo delegate.
VERIFICA E PROCESSO DI USCITA
Ciascun progetto individuale è, come già
detto, monitorato settimanalmente nelle riunioni della piccola équipe in cui
confluiscono le osservazioni cliniche circa gli avvenimenti quotidiani
riportati dagli operatori.
Quasi tutti gli assistiti effettuano rientri in famiglia in occasione di
week-end e festività. Gli accadimenti che si verificano in queste
circostanze saranno successivamente discussi negli incontri familiari e
verranno così a costituire un ulteriore momento di approfondimento ed
elaborazione. .
Sono previsti incontri periodici con l'équipe dei servizi invianti al fine
di osservare l'andamento del programma terapeutico concordato.
Un momento importante di verifica è rappresentato dalla partecipazione degli
ospiti al soggiorno estivo durante il mese di agosto. Tale esperienza, che
utilizza luoghi di vacanza non per portatori di handicap consente il
confronto e l'osservazione degli assistiti in un ambiente ricco di stimoli e
sollecitazioni non abituali.
LA RESIDENZIALITÀ DECENTRATA
La Reverie ha attuato, nel corso degli anni,
almeno due modalità di evoluzione dei programmi di uscita degli ospiti dalle
Comunità residenziali; in entrambi i casi si utilizzano piccoli appartamenti
("residenze decentrate"), nelle quali si realizzano progetti di verifica
delle capacità di autonomia psichica ed abitativa acquisite.
1. La prima modalità detta "Programma di residenzialità decentrata e
protetta" (del tipo cosiddetto "casa-famiglia") è stata avviata a Capena per
rispondere ai bisogni di assistenza di pazienti medio-lungo degenti. In
passato l'assistenza era garantita dagli operatori sulle 24 ore.
2. La seconda modalità (il cosiddetto "gruppo-appartamento") è rappresentata
dal "Programma di residenzialità decentrata ed assistita". Qui il supporto
dell'assistenza degli operatori è ridotta all'essenziale.
I programmi di residenzialità decentrata (protetta o assistita) sono
collegati funzionalmente all'équipe del Centro Diurno e vengono proposti ai
pazienti alla fine del percorso terapeutico residenziale, facendo il massimo
sforzo per evitare che i luoghi di vita scelti si trasformino in luoghi di
cronicità (tipo Comunità- alloggio e gruppi - appartamento protetti) o in
nuovi, anche se più confortevoli, ambienti sanitari.
Il passaggio nelle strutture decentrate prelude e prepara il reinserimento
nel mondo sociale, lavorativo o familiare e, in linea di massima, la
restituzione per la loro competenza ai Servizi di Salute Mentale invianti
corresponsabili del progetto terapeutico.
Il programma di Centro Diurno e di Residenzialità Decentrata assistita e
protetta prevede quindi tempi di soggiorno limitati ed è proposto all'utenza
per verificare i risultati terapeutici- riabilitativi raggiunti al fine di
ricercare il luogo e la modalità di restituzione al territorio di
appartenenza più adatti. |