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COSA INTENDIAMO OGGI PER COMUNITA' TERAPEUTICA

di
Clara Caltagirone
Roberto Quintiliani
(rivista REVERIE, dicembre 2000)


Dato l'orientamento sul tema: "Cosa intendiamo oggi per comunità terapeutica", abbiamo ritenuto opportuno fare una rapida revisione delle esperienze storiche più significative e fondanti del concetto stesso di C.T. Curiosando quindi fra le recenti pubblicazioni sulla nascita delle comunità, abbiamo riconosciuto alcuni fattori che hanno caratterizzato -in tempi diversi ed in varia misura- la nostra stessa esperienza.
I primi esperimenti di comunità terapeutica, particolarmente quelli inglesi, si sono proposti come tentativo di integrare la psicoanalisi, la psichiatria sociale e la psicologia gruppale. Dalla prima esperienza di Bion a Northfield a quelle di Main, Jones e Laing, assistiamo al prevalere alterno di alcune modalità su altre, ma con alcune caratteristiche di base comuni a tutte.
Tom Main basa la sua esperienza sul tentativo di estendere la psicoanalisi individuale e gruppale alla comunità, intesa come il luogo in cui i residenti e l'équipe curante, partecipano alla vita quotidiana ed in cui la 'cultura dell'indagine' permette la lettura in chiave analitica dei fatti individuali, relazionali ed istituzionali; la premessa è che tutto lo staff abbia una formazione analitica e sia disponibile a mettersi in discussione per il buon esito dell'intervento.
Maxwell Jones fonda una comunità di stampo maggiormente psicosociale con gruppi di discussione democratici e con la partecipazione di rappresentanti degli utenti in tutti i gruppi istituiti; nella ricerca commissionatagli da Jones, Rapaport (1960) sottolineerà come, pur mancando una esplicita impronta psicoanalitica, la cura riusciva meglio là dove i pazienti allacciavano rapporti significativi con figure chiave dello staff.
Per Laing e l'antipsichiatria, era invece necessario che al paziente fosse permessa la regressione e la 'rinascita' in un ambiente dove non esistessero coercizione, differenziazione di ruoli e norme stabilite a priori.

Al tempo dei nostri avventurosi esordi, tuttavia, poca era la letteratura nota e disponibile sulle comunità; è ancora vivo il ricordo di qualche articolo di M. Jones e di T. Main che furono per noi dei capisaldi, nonché la prova confortante che si trattava di un'impresa realizzabile. Fatta eccezione quindi per qualche lontana eco di esperienze rare e spesso anche concluse, di analoga natura, abbiamo avuto la prerogativa e il privilegio di far crescere l'esperienza e le nostre competenze sulla base dei tentativi, dei fallimenti e dei successi, che abbiamo potuto registrare.
A quei tempi, e per diversi anni, lavoravamo puntando molto sull'ipotesi di una rinascita psicologica dei pazienti, avendo poca preoccupazione per gli aspetti di regressione e di eccessiva dipendenza che tale metodo poteva facilmente indurre. Va detto che ciò era favorito sia dalla gravità dei pazienti inviatici, sia dall'assenza di un limite temporale postoci per il trattamento da parte dei Servizi: forse avendo anche un suo peso la convinzione di inguaribilità delle psicosi, fino ad allora vigente in ambito sia psichiatrico che psicoanalitico.
In ogni caso, i nostri sforzi hanno necessariamente e naturalmente oscillato tra la comprensione e gestione possibile del singolo paziente e l'organizzazione della quotidianità del gruppo.
Infatti, senza un'organizzazione che dia sufficiente sostegno e limiti all'attività dei singoli (utenti, ma anche operatori), un senso di precarietà può pervadere l'ambiente, tendendo a deprimerlo ed a frammentarlo: gli operatori possono assumere un comportamento di maniacale operatività o viceversa, di passiva sfiduciata attesa, incrementando così il senso di inadeguatezza e di abbandono che sempre cova nell'animo di chi sia arrivato a cercare il nostro aiuto. Occorre perciò effettivamente occuparsi dell'organizzazione, senza enfatizzarne troppo l'efficienza.
Nella nostra concezione l'organizzazione è utile se imprime un ritmo possibile al quotidiano: un ritmo all'interno del quale ogni paziente senta di poter dare un contributo, poiché necessario al buon andamento della casa, ma senza che questo venga tout-court confuso con la terapia. E' importante che il paziente possa sentire il compito a lui assegnato equo, sia in rapporto all'impegno da tutti condiviso, sia rispetto alle sue risorse-abilità (per le quali venga riconosciuto e valorizzato ma non sfruttato) che alle sue difficoltà (con le quali venga prima accettato, poi opportunamente confrontato, ma mai colpevolizzato né stigmatizzato). E' necessario che di tutto ciò si parli nella assemblea periodica, consentendo a tutti la rimessa in discussione delle regole, che non vanno date per scontate: occorre, secondo noi, orientarsi verso un ipotetico ordine: ma con l'elasticità necessaria ad accogliere le differenze, le emergenze e il naturale necessario divenire, consentendo un pensiero intorno a tutto questo.
Tali paradigmi sono certamente condivisi dalle comunità come noi operanti da diversi anni; permane tuttavia la sensazione che molte altre, di più recente costituzione, corrano il rischio di assumere i 'modelli' delle più anziane esperienze, senza assimilarne o -perché no- rifiutarne chiaramente le culture. Questa è la sensazione riportata da convegni, in cui ampio spazio viene conferito alla descrizione di tutte le imprese finalizzate alla riabilitazione-risocializzazione, poco essendone concesso all'interesse per i problemi che permangono, primo fra tutti la comprensione di quanto accade nella psiche di coloro che si pretende di curare - procedendo magari dalla registrazione di quanto accade nella mente di chi cura.
E non che tali sforzi di reinserimento siano di per sé inutili e deprecabili, al contrario. Ma la pretesa semplicistica o ideologica di farli coincidere tout-court con la terapia, o la negazione delle difficoltà che si incontrano assai spesso volendo far procedere in modo aprioristicamente e indiscriminatamente disgiunto segmenti della vita degli ospiti, ad esempio collocando l'intera funzione psicoterapica in un luogo, la residenzialità in un altro ed eventuali attività lavorative in un altro ancora, rischiano di invalidare il concetto stesso di comunità terapeutica e determinare il fallimento di una cultura che ha invece prodotto risultati incoraggianti sulla strada della cura e della ricerca di anti-manicomialità per la patologia psichiatrica.
Preferiamo in questa sede evitare la citazione di tutte quelle attività che, inserite nella programmazione settimanale, possono tornare utili sia come elemento strutturante per l'intero gruppo, che come specifici stimoli da fornire, a seconda dei momenti ed opportunamente valutati, caso per caso: ogni comunità può infatti, utilizzando risorse economiche, tecniche e di fantasia, animare e sostenere la propria quotidianità in modo in parte regolare e in parte vario, in una articolazione che consenta anche un naturale scambio con l'esterno, al fine di favorirne la migliore e più costruttiva utilizzazione da parte dei pazienti. Soffermandoci, però, ancora sull'organizzazione delle attività, vogliamo introdurre l'idea che essa, se non fornita degli adeguati dispositivi può costituire non più che una cornice entro la quale operare il compito richiesto di produrre una maggiore integrazione cosa che ha a che fare con la cultura e con le qualità umane tanto di chi predispone tali attività in C.T. quanto di chi, ad ogni e vario titolo, vi opera.
La comunità terapeutica accoglie infatti, prendendosene cura, individui portatori di sofferenze psichiche tali da escluderne la trattabilità in situazioni meno contestualizzate e per loro predisposte. Occorre perciò in primo luogo domandarci cosa impedisca ai nostri utenti di fare una buona psicoterapia, standosene comodamente a casa propria, beneficiando magari dell'inserimento in una delle tante e benemerite cooperative integrate, con la prospettiva di una rapida 'riabilitazione' e di un facile guadagno. Va intanto detto che -a parte rari casi in cui ci giungono pazienti per i quali si valuta che tali accorgimenti (psicoterapia e lavoro sostenuto) potrebbero bastare (qualora consentiti da un bilancio e da un clima familiare non troppo carenti e deteriorati)- nella grande maggioranza dei casi ci troviamo di fronte ad individui che esprimono una scarsa e precaria integrazione, per i quali risulta difficile immaginare che riescano a condurre non già un lavoro da remunerare, ma talvolta anche solo delle relazioni sufficientemente stabili. Con sempre maggior frequenza arrivano poi persone il cui pensiero appare discretamente funzionante, ma la cui condotta incostante, improduttiva, nonché l'esasperata risposta familiare, segnalano una non ben definita, ma ugualmente pressante, sofferenza.
Di cosa possono dunque aver bisogno, cosa possono utilizzare e condividere persone dalla storia, dall'età, dai disturbi anche molto differenti quando si rivolgono a noi, a volte con l'attesa quasi magica di guarire senza cambiare? Sono spesso persone già impoverite dal disagio, dagli effetti a volte spersonalizzanti degli psicofarmaci, dalla umiliazione subita nel corso di ricoveri, anche opportuni, ma spesso gestiti con superficialità e con esclusione del loro corretto utilizzo, implicando cioè, la finalità di predisporre un più globale progetto terapeutico così, come previsto; persone perciò terrorizzate all'idea di venire "corrette", "deprivate" di qualcosa ancora.

Nel corso dei primi incontri, in cui si raccolgono quanti più elementi della storia familiare, il nostro primo doveroso compito è perciò di presentarci come siamo, correttamente, ponendo le basi di un rapporto che può procedere solo a partire da una loro, sia pure a volte ambigua, consapevolezza:
a) delle proprie difficoltà a riprogrammarsi dal punto in cui si è giunti;
b) del tipo di esperienza che si propone loro di tentare;
c) del fatto che nessuno può né intende imporla, giacché questo la invaliderebbe a priori;
d) che occorre qualche tempo per conoscersi e fare una eventuale scelta.
La personalizzazione del rapporto con qualche membro della équipe, così come osservato da Rapaport nel suo rapporto sulle prime storiche C.T. inglesi, risulta fondante di ogni successivo investimento. E chiama immediatamente in causa un operatore (da noi opportunamente scelto per la funzione di affidamento di quello specifico paziente, così come da noi teorizzato e praticato già dall' '83), il quale sappia condurre la relazione in modo da farlo sentire accolto ma non passivizzato, osservato e ascoltato ma non intruso, valorizzato e rispettato ma non fatto oggetto di eccessive aspettative… riconosciuto insomma con la discrezione e la chiarezza necessarie a rispecchiargli ciò che di sé può egli stesso tollerare. Vero è che in presenza di un sé non sufficientemente coeso, come facilmente accade, il legame che si stabilisce è in qualche misura di tipo parassitario: ma quando è necessario a sostenere il suo senso di sé, nonché a darci il tempo di rinforzare il legame, a questo occorre si predispongano i curanti con la calma necessaria, senza attendersi movimenti rapidi. Solo un sé stabilmente coeso permette infatti un riconoscimento dell'altro che contempli l'altrui valore senza dover squalificare il proprio, gli altrui limiti ed i propri, la realtà; ma questi sono già obiettivi.
L'istituzione si propone intanto con la funzione di 'rianimazione della vita psichica', ponendosi come 'oggetto nuovo', consentendo al paziente, grazie al suo lavoro prevalentemente grippale, una diffusione degli investimenti. Lo spazio istituzionale viene cioè a supplire ad uno spazio psichico che non permette, al paziente psicotico, scambi ricchi e variati ed una conflittualità tollerabile, senza compromettere il suo senso di identità e di continuità interna.
In attesa che 'qualcosa' permetta alle persone a noi affidate di pensare, piuttosto che agire quegli stati d'animo che essi tendono a precludersi, o attribuire ad altri, o anche semplicemente a vivere con tale pena da doverli subito evacuare; in attesa che riescano a contenersi attraverso l'acquisizione di un linguaggio idoneo ad esprimersi, ad affermarsi, a difendersi, a modulare le distanze dagli altri, a tutti giova vivere in un luogo in cui le relazioni siano improntate alla tolleranza ed alla comprensione, in cui siano idealmente sospesi giudizi ed eccessive richieste di performances ed in cui vigano poche chiare regole oltre le quali non sia consentito andare, pena la sospensione e riformulazione del contratto. E tuttavia attraverso la proposizione del suo sistema di regole e limiti che ne scandiscono lo spazio-tempo, la comunità fornisce a tutti i suoi partecipanti un ruolo attivo sia intorno alla possibilità di accettare o contrattare prescrizioni e regole, sia nel fissare i limiti (validi per operatori e ospiti) entro i quali si conflittualizzano le relazioni. Questo gioco dialettico dei limiti e la conflittualità che esso introduce possono permettere al paziente di assicurarsi i suoi limiti e favorire lo sviluppo progressivo di un suo spazio psichico. In tal senso sembra a noi fondamentale che gli ospiti possano esprimersi in merito alla divisione dei compiti e della programmazione; e che tale misura democratica venga sancita con l'istituzione di una periodica assemblea, con ordini del giorno a cui possano contribuire tutti.
La riattivazione di tali processi richiede tempi ragionevoli e quel sostegno attento e continuo che solo una C.T. può offrire; e tuttavia relazioni di tale natura e intensità richiedono a loro volta, da parte della équipe, un lavoro di continua elaborazione, di ricerca di compromessi, nonché una costante osservazione e cura del contesto in cui si svolgono. Le relazioni ed il contesto vengono infatti potentemente attaccati, messi alla prova attraverso l'uso di meccanismi tendenti non solo a scindere emozioni intollerabili e pensieri a queste riferiti, ma anche a dividere le persone in cui tali emozioni vengono depositate.
Indispensabile correttivo a tali meccanismi, che possono infrangere la coesione e invalidare il lavoro di qualsiasi équipe, è l'istituzione di tempi e luoghi in cui ritualmente si incontrino gli operatori per esprimervi liberamente ciascuno il proprio pensiero ed i vissuti intorno ai singoli pazienti e a tutto quanto accade nella quotidianità; e per contrastare il rischio che elementi, soggetti del gruppo (pazienti e operatori) meno attivi o differenziati rimangano nell'ombra, abbiamo trovato utile la suddivisione tanto dell'équipe che del gruppo di pazienti in sottogruppi, da noi chiamati 'unità operative di base': si crea così una sorta di contenitore dinamico, atto ad accompagnare, osservare, elaborare e restituire elementi della vita psichica e relazionale dei singoli pazienti, secondo una configurazione concentrica che va dall'operatore di affidamento, alla piccola équipe di riferimento, all'intera comunità. Le riunioni degli operatori, che ai corrispondenti livelli si svolgono secondo un loro ritmo, è opportuno avvengano alla presenza di tutors non sovrapponibili ad entità superegoiche affinché gradualmente ognuno possa assumere la propria responsabilità sia quanto alla operatività sia quanto al potersi calare nei propri vissuti intorno ai suoi pazienti e di poterli esprimere, in un clima di riflessione e di confronto.
La supervisione periodica sui casi costituisce, infine, lo spazio nel quale possono confluire anche i contributi dei conduttori delle attività terapeutiche ed espressive, degli incontri familiari e del Servizio inviante, nonché, se ritenuto necessario, del terapeuta individuale.
Tale organizzazione, che scandisce ed ordina anche per l'équipe la vita nella istituzione, supporta in modo flessibile e costante, la progressiva pensabilità e bonifica da parte degli operatori di quanto conflittualmente espresso e mosso dai pazienti, per poterne comporre successivi quadri ed eventuali restituzioni, da modularsi opportunamente.
E' l'introiezione di tale esperienza, il sentirsi oggetto di cure e pensieri da parte di persone fra loro capaci di rispettarsi e dialogare, di differenziarsi e condividere che può secondo noi permettere al paziente di accedere ad una maggior coesione.
Ma dove trovare operatori che possiedano doti di pazienza, tolleranza, riflessività tali da non cadere - ovvero cadere e registrarlo - nei giochi inconsapevolmente costruiti dalla psiche dei pazienti?
Giacché i loro vissuti storici non ancora rivisitati sono così potenti da condizionare e subdolamente distorcere le relazioni attuali, come può, un operatore psichiatrico, guadagnarsi tale capacità riflessiva e tale coraggio da avventurarsi in rapporti notoriamente a 'rischio', senza doversi barricare dietro gabbiotti, divise, ruoli che, marcando nettamente il territorio della malattia, ne impediscono di fatto l'evoluzione attraverso la necessaria 'contaminazione' con elementi della 'salute' psichica?
Come evitare che un operatore rabbioso riecheggi, amplificandola, la rabbia di un paziente?
Quale espediente può salvarci dal reagire alla loro angoscia, alla loro dispersione, alla loro disperazione… come oggetti lontani irraggiungibili o come rinnovati agenti di una antica e nota risonanza…?
Sia pure con tutti i dispositivi adatti a sostenere gli operatori e la loro relazione già citati, come può interagire e contenersi, cosa può elaborare, come può costituire un ambiente sufficientemente buono una équipe composta da persone non abbastanza in grado di riflettere sulle emozioni proprie prima che su quelle altrui?
Come sostiene Badaracco, "in una C.T. la gamma di situazioni potenzialmente terapeutiche è più ampia di quelle specificamente regolamentate". E piuttosto che utilizzare "una tecnica che aderisce a certi processi formali, può essere assai più produttivo se la comunità, attraverso il personale e il suo modo di funzionare, può rendere terapeutici gli interscambi di ogni tipo…".
Ai nostri pazienti non è del resto sufficiente una psicoterapia intensiva: a loro occorre la possibilità e il tempo di introiettare non solo la relazione esclusiva con uno psicoterapeuta ma un modo più diffuso di pensare e rapportarsi che venga con naturalità operato nel luogo in cui essi vivono: qualcosa che possa ricondursi a quella capacità di reverie che tutti noi sappiamo idealmente funzionare in ogni madre, a condizione che non sia stata lei stessa troppo poco 'pensata' come figlia e che non lo sia attualmente.
Non a caso così frequentemente rintracciamo - nella storia familiare dei pazienti- trasferimenti, assenze, lutti che hanno impedito un sereno impianto del rapporto madre-figlio o ne hanno precocemente ostacolato la naturale evoluzione.
Come un genitore, ogni operatore è d'altronde una persona che porta nel suo lavoro, ancorché scelto e amato, le sue peculiarità, le sue doti e competenze, ma anche le sue ferite, fragilità e paure.
Occorre, a nostro avviso, garantirsi che egli per primo sperimenti e vada introiettando un oggetto affidabile, sufficientemente accogliente ed in grado di 'pensarlo', affinché l'operatore possa pensare 'per sé stesso' ed esprimere tali qualità e funzioni con i suoi affidati. Tale 'formazione' sarebbe per noi da privilegiare rispetto ad ogni altra 'in-formazione'; convinti come siamo che, piuttosto che 'personale' variamente qualificato, ai nostri ospiti occorrono 'persone' che abbiano dimestichezza con la propria parte confusa, dipendente, rabbiosa, imprevedibile, angosciata… e che diano loro ospitalità nella propria mente.
Da parte nostra, come con i pazienti così con gli operatori, ci presentiamo come realmente siamo, dando poi tempo a loro di assaggiare con gradualità l'ambiente ed il lavoro, e a noi la possibilità di 'sentire' se si può collaborare..

Per concludere avvertiamo che l'avanzata inesorabile della richiesta di una dimostrazione dell'efficacia terapeutica, attraverso strumenti 'scientifici', esperienze 'riproducibili', certificazioni di qualità e accreditamento a vari livelli, ci pone nella necessità di confrontarci con degli strumenti che rendano misurabili i risultati della nostra attività. Per chi, come noi, basa il proprio lavoro su un'impostazione psicodinamica, che punta maggiormente all'integrazione interna, allo sviluppo di capacità riflessive, all'evoluzione del sé, può essere particolarmente ostico adeguarsi a tali nuovi parametri che rischiano di contemplare solo i risultati 'visibili', come l'acquisizione di capacità lavorative o una non meglio valutata riabilitazione che potrebbe solo riflettere organizzazioni pseudoadulte, a volte facilmente ottenibili da pazienti adesivi, peraltro poi incapaci di un'autonomia psichica. D'altronde, come nota Hinshelwood, ormai ci viene richiesto di collocarci all'interno di un sistema consumistico in cui è fondamentale dimostrare una propria maggior efficacia con la minore spesa possibile in un clima di libero mercato e di libera concorrenza. Il rischio di considerare i diversi interventi all'interno della comunità, come un insieme di prodotti che si hanno da offrire o meno, è grande, e ancor più grande è il rischio dato dalla tendenza, proveniente anche dal tentativo di abbattere i costi, a scindere la terapia dall'assistenza: la quale può quindi essere offerta da personale meno opportunamente preparato e per ciò meno presente. Si rischia di tornare alla vecchia scissione del modello medico-manicomialista in cui il paziente, promosso a 'cliente', libero quindi di scegliere il prodotto da consumare, è comunque il depositario delle parti malate e l'équipe, prese le distanze dalla quotidianità, si può porre alla distanza giusta che permette il convincimento di essere i depositari intangibili e indiscussi della parte sana.


Vincenzo.

Vincenzo arriva in comunità all'età di 30 anni. La richiesta fatta dal Servizio di una regione del sud d'Italia, è motivata da un periodo prolungato in cui Vincenzo ha messo a dura prova tutta la rete di sostegno sociale che nel tempo si è occupato di lui. Ha rotto i legami con i famigliari con i quali, durante le sue crisi maniacali, ha litigato più volte con l'intervento anche della forza pubblica. L'insorgere del disturbo schizo-affettivo è collocato intorno all'età di diciotto anni, caratterizzato da dispercezioni fisiche, olfattive, visive, con idee di influenzamento. Dalla prima crisi sono stati effettuati più di venti ricoveri di cui molti in regime di t.s.o. Le crisi sono diventate 'miste', con una forte componente di disturbo dell'umore associata al disturbo psicotico. Il ricovero avviene a causa di uno stato confusionale che fa seguito al periodo maniacale in cui Vincenzo rompe i legami con tutti e presenta deliri a carattere persecutorio. Nei periodi tra una crisi e l'altra, riesce anche a svolgere delle attività lavorative e a sviluppare degli interessi culturali grazie all'aiuto di una presente rete sociale. Si presenta curato a suo modo nell'aspetto, l'eloquio è fluente ma molto confuso facendo trasparire un pensiero a tratti incoerente. L'operatrice a cui viene affidato lo incontra preliminarmente all'ingresso in comunità secondo la nostra modalità da anni messa in pratica, che prevede un periodo di conoscenza reciproca tra il nuovo ospite, l'operatore ed il gruppo dei residenti prima di procedere all'ingresso vero e proprio. Vincenzo si mostra sin dall'inizio ipercritico e sospettoso, dichiarando più volte la sua ostilità verso la 'psichiatria' (intendendo il suo Servizio) da cui dipende e al quale rimprovera il ricorso puntuale al ricovero coatto. Passa il primo anno mettendo a dura prova la tenuta del gruppo degli operatori e degli ospiti, nonché la sua operatrice e l'équipe di cui questa fa parte, con un atteggiamento richiedente, manipolativo e critico in cui nulla è contrattabile e tutto sembra essergli dovuto. Non compie però mai acting aggressivi, ingaggiando unicamente gli operatori in estenuanti discussioni, in particolare la sera prima di prendere sonno (momento particolarmente delicato per lui). L'operatore avverte continuamente il rischio di perdersi, ma l'équipe riconduce questa condizione di Vincenzo all'ansia del momento, legata al timore di sprofondare nel sonno, con la perdita di contatto e di controllo.
Man mano che aumenta la conoscenza reciproca gli altri pazienti e gli operatori riescono anche a scherzare con lui sulle sue critiche e sulla messa in discussione di ogni cosa, dalla quantità di sale nella pasta all'interpretazione del tutor all'interno del piccolo gruppo dell'unità operativa in cui è inserito. Nonostante la sfiducia, Vincenzo accetta la nostra proposta di iniziare una psicoterapia individuale settimanale all'esterno della comunità con una terapeuta ad orientamento psicodinamico. Inizia quindi a recarsi Roma da solo, una volta a settimana. All'inizio del suo secondo soggiorno estivo, ad un anno e qualche mese dal suo ingresso, Vincenzo comincia a presentare un'alterazione dell'umore in senso maniacale. Consideriamo che l'entrare in contatto con un senso di possibile dipendenza e di bisogno, mai sperimentate nella sua vita anche a causa di una situazione familiare estremamente difficile e carente (Vincenzo era infatti considerato da tutti i componenti della famiglia, la persona sulla quale fare affidamento), lo portano ad una fuga maniacale. Sappiamo infatti come il paziente borderline viva con la sensazione di essere stato espulso prematuramente dallo spazio materno e lotti per riconquistare questo spazio. Tale fantasia, a causa della concretezza del pensiero, si traduce in un desiderio di vivere dentro il corpo dell'altro. La vicinanza con l'operatore di affidamento permette di coltivare questa fantasia dando luogo però a movimenti opposti dovuti al terrore di rimanere intrappolati nella relazione. Secondo Rey questa situazione dà luogo ad un 'dilemma claustro-agorafobico'. Vincenzo, dopo essersi recato in una città del nord d'Italia per due giorni, rientra in comunità e va progressivamente in crisi. Rifiuta l'introduzione di una diversa terapia farmacologia e comincia ad ingaggiare gli operatori in continue discussioni aumentando progressivamente il livello di conflittualità e la tendenza a fare vari agiti di lieve entità. Presenta aggressività verbale, instabilità motoria, idee di riferimento e persecutorie. Sembrerebbe una situazione avviata verso un nuovo t.s.o. ma cogliendo l'occasione di un ampio spazio a disposizione e di operatori bravi e disponibili sulle ventiquattrore (ci trovavamo infatti ad un soggiorno estivo che facciamo ogni anno nella cittadina di Bolsena) decidiamo di provare a gestire la situazione nonostante le perplessità sollevate da alcuni: pazienti e operatori. Ci alterniamo quindi in maniera continuativa, giorno e notte, in una relazione duale offrendo spazi e contenimento a seconda delle oscillazioni umorali di Vincenzo. Chi non è impegnato direttamente con lui si occupa della vacanza degli altri ragazzi che partecipano comunque emotivamente sopportando e tollerando provocazioni e tensioni. Al ritorno dal soggiorno, arrivato al culmine della tensione e al limite della tollerabilità per il gruppo, Vincenzo accetta infine la somministrazione di un depot per via iniettiva e, raggiunto un acme di agitazione psicomotoria contenuta dalla profonda relazione ormai creatasi, comincia progressivamente a star meglio. La fase successiva è caratterizzata da un cambiamento nelle modalità di rapportarsi di Vincenzo. Si lavora molto sul momento precedente alla crisi e si fanno assieme varie ipotesi sull'accaduto, collegandolo alle precedenti crisi e a possibili fattori scatenanti. Vincenzo si mostra autenticamente grato per il ricovero evitato e sembra scoprire egli stesso una diversa modalità di affrontare le difficoltà con una diminuzione di fenomeni di identificazione proiettiva ad esempio mostrando un minor bisogno di cercare nelle azioni degli altri occasioni per provare ed esprimere disprezzo, al contrario apparendo da quel momento più accogliente e riconoscitivo. Il lavoro psicoterapico individuale e di gruppo procedono in maniera più fluida ed il rapporto con l'operatrice di affidamento si fa più intenso ed importante. Dopo qualche mese Vincenzo, in seguito ad un rientro nel suo paese e ad un incontro rappacificatore con il padre, da lui descritto come particolarmente 'emozionante', torna in preda ad uno stato maniacale, che nella sua storia abitualmente precede, la crisi psicotica vera e propria. Questa volta però ci troviamo all'interno della comunità in presenza di una situazione gruppale che non consente un protratto assorbimento di quanto da lui mosso nell'ambiente. Consapevoli però dell'importanza che ha avuto per lui la passata gestione della crisi, faticosamente temporeggiamo: il gruppo degli operatori e dei residenti viene messo a dura prova ed infine proponiamo un ricovero che dopo varie resistenze, Vincenzo accetta. L'operatrice segue l'evoluzione del ricovero con continue assistenze in clinica, facendo successivamente diventare questo momento di difficoltà l'occasione per riflettere ulteriormente sui motivi che scatenano le crisi, sulla possibilità che ha finalmente guadagnato di dare nome a certe sue emozioni, sul proseguimento del programma.
Nel corso del successivo soggiorno estivo, Vincenzo sperimenta la possibilità di viversi una vacanza partecipando al buon clima gruppale e verificando che la sua crisi dell'anno precedente non ha distrutto i rapporti con le persone del luogo che, anzi, si mostrano amichevoli e contente di trovarlo meglio. Attualmente, dopo un incontro col suo Servizio che gli ha garantito la possibilità di continuare il percorso in comunità per un altro anno, e dopo un incontro successivo col padre che si è mostrato disponibile ad aiutarlo per trovare una autonoma situazione alloggiativa, Vincenzo ha manifestato nuovamente segni di crisi. Questa volta però ha chiesto esplicitamente aiuto attraverso un contenimento farmacologico e affettivo, per poter evitare di raggiungere lo stato maniacale, con l'intento di "riuscire a prevenire e controllare la malattia".
Ad un mese dall'inizio di questa ulteriore fase, Vincenzo sembra fiducioso e motivato a proseguire per questa strada. Nei gruppi della sua Unità Operativa di Base (gruppi composti da quattro operatori, un tutor conduttore per cinque pazienti), Vincenzo esplicita il suo avvicinamento alla comprensione delle sensazioni e delle emozioni. Si stupisce della propria capacità di dare loro un nome ed indica questa acquisizione come la strada per prevenire i momenti di crisi. Malgrado la ricchezza di vocabolario con cui si è sempre espresso Vincenzo sembra per la prima volta contattare il nesso esistente tra le parole e gli affetti da queste richiamati. Nonostante i tre anni trascorsi insieme a noi Vincenzo avrà bisogno ancora a lungo di una relazione terapeutica per continuare il suo lavoro che comunque richiederà la capacità del Servizio di consolidare le acquisizioni raggiunte fornendo supporti opportuni.