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ORGANIZZAZIONE DELLA FASE DI ACCOGLIENZA IN UN SERVIZIO PER ADOLESCENTI E GIOVANI ADULTI IN SITUAZIONE DI CRISI

di
Luisa Carbone Tirelli

(da REVERIE, dicembre 2000)


Per lavorare insieme oggi propongo la lettura di un mio lavoro che si basa su un caso clinico e che ho intitolato: "La fase di accoglienza in un Servizio ad adolescenti e giovani adulti in situazioni di crisi".
La richiesta d'intervento ad un servizio è orientata dalla fisionomia e dalla denominazione che il servizio assume. In questo senso organizzare e denominare dei servizi si traduce in un invito a fasce di utenti con caratteristiche specifiche che ad essi si possono rivolgere, ma è anche un modo per rendere più visibili agli operatori problematiche che richiedono modalità d'intervento specifiche. Ciò è valido anche nel campo della Salute Mentale. Se noi oggi qui parliamo di adolescenti è perché voi avete deciso di aprire le porte della comunità agli adolescenti e allora ha un senso parlarne ed ha un senso che voi vi poniate insieme a me, che ho avuto un'esperienza non uguale ma simile, il problema di che cosa si debba fare per accogliere questi adolescenti. Quindi, se si arriva a dire "mi occupo di questo, me ne interesso di più" ciò serve ad uscire da una sorta di calderone dove tutti fanno tutto, che anche se ha avuto una sua utilità e importanza in una fase, ad un certo punto si rende necessario affrontare qualcosa con una fisionomia un po' più specifica. Nella mia esperienza, poter fare questo è di grande soddisfazione per gli operatori.
All'interno di un Dipartimento di Salute mentale, mi sono, per alcuni anni, dedicata ad un compito simile al vostro, cioè organizzare, con un gruppo di colleghi, un settore a cui giovani adulti -18/25 anni - si potessero riferire, trovando in questo settore operatori competenti a fornire risposte sia nella fase di consultazione che in quella di un eventuale trattamento psicoterapeutico. Il fatto che il servizio si collocasse all'interno di un Dipartimento di salute mentale lo ha reso luogo privilegiato per quelle situazioni di crisi che colpiscono in modo dirompente, e apparentemente inaspettato, i ragazzi e le loro famiglie. L'avvento di una crisi in questa fase si manifesta sovente con le caratteristiche dell'allarme e dell'urgenza, con la ricerca di soluzioni rapide che caratterizza appunto le situazioni d'emergenza, ma, nel caso in cui ad essere in difficoltà è un adolescente, con altrettanta diffidenza nei confronti delle proposte che provengono dal mondo degli adulti.
La sofferenza che ragazze e ragazzi manifestano è infatti dovuta alla sensazione di aver perduto i punti di riferimento interni ed esterni, senza averne trovati di nuovi: l'immagine di sé in mutamento, la difficoltà d'integrare il corpo sessuato (Laufer e Laufer, 1984) e le fantasmatizzazioni che questo comporta, la relazione disturbata con le figure genitoriali che debbono essere distanziate, anche per il riaffacciarsi di tematiche edipiche, ci mette a confronto con individui che hanno difficoltà a chiedere aiuto anche quando ce la fanno giungere a noi. Questo è un aspetto molto importante nella fase di accoglienza, perché se è vero che i ragazzi al servizio arrivano, a volte sembra che siano muti, sono molto silenziosi. E' frequente rilevare inoltre, come caratteristica generale delle crisi in questa età, un vuoto di pensiero che rende il ragazzo privo dei necessari supporti rappresentazionali, che gli fa temere ancor più le intrusioni del mondo esterno. Ciò accade anche in quelle situazioni che si rivelano nel tempo di tipo transitorio. La proposta di un trattamento psicoterapeutico, non concordato o maturato dall'adolescente può essere vissuta come conferma dell'autodiagnosi di anormalità, di follia e pertanto rifiutato, oppure subito passivamente.
Per queste ragioni c'è sembrato necessario concentrare all'inizio le energie del gruppo sulla prima fase di accoglienza, nel tentativo di arginare la tendenza di ognuno di noi ad una precoce diagnosi o ad un'immediata "presa in carico" del caso, che si concretizza sovente con la proposta di una psicoterapia, prima di aver dato tempo al ragazzo di esplorare la nuova situazione in cui si trova, comprenderne la natura e sentirsi parte attiva nell'eventuale decisione di un trattamento prolungato. L'ipotesi è che una prescrizione di psicoterapia non maturata, allontana spesso definitivamente l'adolescente dalla possibilità di tornare a parlarci di sé.
Nel primo anno il gruppo ha dato quindi la massima importanza ai primi contatti con i giovani pazienti e all'elaborazione di una fase consultiva. Su questo aspetto e sull'esigenza di una formazione adeguata e di gruppo, per gli psichiatri e gli psicologi che si occupano di questa fascia di età, mi sono già soffermata in altri scritti (Carbone Tirelli, 1996).
L'attenzione e la riflessione in questo momento e in questo lavoro in particolare è concretizzata su quelle situazioni in cui l'allarme è acutizzato dal fatto che comportamenti e verbalizzazioni del ragazzo fanno ritenere che ci sia un cedimento nella capacità di compiere un esame di realtà, un delirio in atto per esempio. Ciò che io sostengo è che anche in questi casi non siamo autorizzati a fare la cosiddetta "presa in carico" psicoterapeutica, e questo lo sostengo anche perché lo ritengo eticamente più corretto.
Le crisi a cui mi riferisco segnalano sovente un fallimento e seguono a tentativi di svincolo, di autonomizzazione sul piano reale e fantasmatico che riportano all'interno della famiglia il problema. Spesso noi veniamo a sapere che in queste situazioni c'è stato qualcosa che ha preceduto la crisi, ad esempio un tentativo di andarsene di casa.
A segnalare la crisi è sempre la famiglia, l'adolescente non è nella condizione di poter chiedere un aiuto esterno, a volte è quindi necessario fare alcuni incontri con la famiglia alla presenza del ragazzo, in altri casi è opportuno condurre incontri paralleli, per alcune situazioni, infine, per lungo tempo non sarà possibile vedere il ragazzo e sarà quindi necessario lavorare con la famiglia. Ad esempio sto da due anni seguendo la situazione di un ragazzo di 19 anni, che ha avuto un esordio schizofrenico, una bouffè delirante, del quale continuo ad incontrare i genitori mentre il ragazzo non è stato possibile vederlo.
C'è una prima riflessione su queste richieste d'intervento che desidero fare. Sono situazioni che si prestano a risposte da parte di un servizio a "corto circuito", che sono evidentemente simmetriche ai vissuti di angoscia di frammentazione che attraversano l'intero nucleo famigliare. Tra queste, quella che mi ha fatto più riflettere, per la sua apparente incongruità, è la richiesta dei genitori che tali comportamenti vengano diagnosticati anche se è evidente che la diagnosi va a definire una patologia mentale grave del ragazzo. I genitori spesso sperano in una diagnosi. Il rifiuto di rispondere in termini di diagnosi e la proposta di un lavoro di approfondimento, per comprendere cosa stia succedendo, è uno dei compiti più difficili per gli operatori di un servizio che sono sollecitati ad offrire risposte rapide nella direzione che il nucleo famigliare e l'adolescente hanno già definito inconsciamente. Mentre il problema da affrontare è di individuare chi sta male in quella famiglia oltre al paziente designato, ed anche quale sia il malessere del nucleo familiare che produce la patologia di un figlio. In questo senso la psicoterapia diventa un obiettivo da raggiungere per dare senso, non per penalizzare ulteriormente il soggetto in crisi.
I ragazzi cui mi riferisco hanno alcune caratteristiche comuni:
1) Nessun comportamento patologico rilevante nella loro storia precedente. Agli occhi dei genitori era stata mantenuta una certa stabilità nei progetti e nelle relazioni all'interno del gruppo familiare.
2) Non molto significativi i rapporti sociali. Alcune amicizie, con i ragazzi dello stesso sesso nel primo stadio dell'adolescenza, vengono descritte come importanti, rotte o concluse le quali, spesso non c'era stato passaggio ad altre significative. In due casi la morte di un amico aveva causato lunghi periodi d'isolamento.
3) Alcuni momenti di caduta del rendimento scolastico, ma nell'insieme sono valutati come ragazzi intelligenti e quindi con possibilità di affermarsi nella vita e negli studi.
4) L'acquiescenza, ed una certa silenziosità, li rende spesso difficili da descrivere e fa pensare ad un tentativo di rendersi poco visibili. Ricostruire un'anamnesi mette spesso in difficoltà i genitori. Vengono confuse le tappe di sviluppo con quelle di altri figli.
5) I genitori riferiscono di averli sentiti attenti nei loro confronti e nei casi in cui c'è un solo genitore, questo afferma spesso di essersi sentito assecondato e compreso.
E' comprensibile quindi come l'emergere in un ragazzo con queste caratteristiche di comportamenti trasgressivi, di sfida o di evitamento, accompagnati da fantasie con idee di riferimento o spunti deliranti, vada ad alterare l'equilibrio dell'intero nucleo familiare. Colpisce però la violenza della risposta che svela la necessità della famiglia di ripristinare l'ordine ad ogni costo. E' a questo punto che la richiesta di definire ciò che sta avvenendo, anche a costo di una diagnosi di patologia, diventa per i genitori necessaria ed urgente. Ed è a questo punto che, quasi sempre, viene fattala richiesta al servizio.
La descrizione di queste crisi nella tarda adolescenza è compiuta da vari autori che si domandano se a venir segnalato è un breakdown nello sviluppo come è descritto da M.Laufer (1986) in cui comunque è sempre centrale la tematica edipica, quindi anche la riedizione di questi rapporti familiari. O come ipotizza R. Cahn (11991) evidenziano dei blocchi o fallimenti della soggettivazione: stati che perciò sarebbe pertinente considerare come di confine non tra psicosi e nevrosi, ma tra la problematica psicotica e quella dell'adolescenza, mentre spesso parliamo di borderline, dando quindi una definizione psichiatrica. Quindi sarà solo l'approccio psicoterapeutico alle tematiche psicotiche a dare voce e senso alla crisi, a permettere di sciogliere una prima ipotesi diagnostica.
L'emergere di idee di riferimento e di contenuti deliranti rende apparentemente diversi questi quadri da quelli che vengono descritti per i disturbi di personalità delle condizioni borderline così come O. Kernberg (1984) descrive, anche se l'autore sottolinea la difficoltà di una diagnosi in adolescenza sulla base di elementi sintomatici.
Agli esordi non si evidenzia neanche quel disinvestimento radicale che genera uno stato di vuoto nel pensiero che si presenta privo di componenti affettive, che A. Green denomina psycose blanche.
L'esperienza di questi anni ci ha inoltre mostrato che questi casi trovano le soluzioni più disparate che vanno dalla cronicizzazione, con l'inizio per il soggetto di un percorso psichiatrico, alla remissione, con l'emergere di nuove risorse, se si rende possibile l'elaborazione della crisi; e non mi sembra che per il momento sia possibile, se non dopo un lungo periodo di trattamento, fare agli esordi previsioni sugli esiti.
E' per ciò che nonostante la prevalenza di meccanismi di scissione, e il fatto che appaia compromesso l'esame di realtà almeno in un'area, queste condizioni vanno accolte e valutate come condizioni al limite, che non possiamo riferire ad un'unica categoria diagnostica ma che segnalano una fase critica, di cui non sappiamo quale sarà la conclusione, caratterizzata però dal fatto che la frattura tra realtà psichica e realtà esterna ha contenuti e tematiche che è la condizione adolescente, il lavoro dell'adolescenza a mettere in luce. Tematiche, tanto cruciali per l'identità psicofisica, da rischiare di trascinare nel caos anche le aree di funzionamento fino a quel momento salvaguardate da conflitti. Cioè uno ha l'idea che c'è proprio una sorta di buco nero che si apre, dove tutto precipita, per cui le aree funzionanti che sono state tenute: la scuola, ecc. diventa tutta una sorta di catastrofe.
La sospensione della prognosi in questi casi ci permette di entrare in contatto con i contenuti della crisi che spesso segnalano con drammaticità, come scrive R. Cahn (1985), che: "Inizialmente e prima di tutto si tratta di una catastrofe narcisistica, sebbene anche la relazione oggettuale si riveli tanto distruttiva, tanto intollerabile da mobilitare le difese più estreme dell'Io".
Quale è il senso da dare a questa catastrofe? Ed in essa quale significato dare all'evento psicotico? E' vero che il delirio è lo svelamento di un'organizzazione patologica, ma è altrettanto vero che le soluzioni della psichiatria classica: se c'è il delirio il paziente segnala l'esordio di una malattia, di una schizofrenia, sono in questi casi l'inevitabile epilogo di una morte annunciata.
Sempre sulle linee di Cahn, in adolescenza: L'evento psicotico può assumere ai nostri occhi la funzione di una riorganizzazione attiva e specifica e non un difetto e un ritorno a situazioni identiche dei primi tempi della soggettivazione.
In quest'ottica possiamo sperare di farci guidare dall'apparente non senso che i contenuti ideativi, esplosi e malamente riorganizzati, tentano di dare ai conflitti interni ed esterni. Più che un arresto nei processi di simbolizzazione e metaforizzazione cogliamo allora, nei contenuti psicotici della crisi, la trasformazione che tali processi assumono a segnalare uno specifico lavoro psichico del soggetto. La bizzarria del pensiero diventa per questi adolescenti il tentativo di mantenere una parvenza di soggettività, stretti tra la morsa delle spinte pulsionali attivate dall'adolescenza, e l'attivarsi contemporaneo di istanze genitoriali bloccanti, nel mondo interno e nella realtà.
In questa linea P. Aulagner (1986) indica tra i fattori responsabili di un fallimento della soggettivazione: il biasimo da parte dell'istanza genitoriale per i vissuti del soggetto attivo e segnala che le inibizioni ad essere soggetto attivo sono legate al mantenimento accanito e cieco delle esigenze dell'altro. Quello che dice P. Aulagner e quello che dicono un po' tutti questi autori è che dietro il messaggio delirante c'è una sorta di messaggio criptico, che non deve essere troppo colto, ma che è comunque carico di contenuti. Il fatto che noi siamo disponibili a cogliere questi messaggi e a sciogliere questi rebus è quello che i pazienti vengono a capire da noi. Il fatto poi di intervenire su un delirio è un fatto delicato perché spesso, soprattutto se il delirio ha determinate connotazioni, non è importante che cessi, ma è importante capire cosa ci sta dicendo quella persona e mi rendo conto che è una cosa molto difficile poiché a causare il delirio c'è anche un grande livello di sofferenza.
L'attenzione e la curiosità volte a capire il messaggio, e il coinvolgimento del nucleo familiare, possono segnalare al ragazzo che si è compreso che ad essere in causa sono anche gli oggetti e i legami con essi, questo può facilitare l'avvio ad un successivo percorso di elaborazione. Poiché è essenziale che oltre alla fase di accoglienza il servizio possa offrire un percorso psicoterapeutico individuale ed un consistente aiuto alle famiglie, che ci si augura sia lungo, anche se inevitabilmente accidentato da interruzioni e nuove contrattazioni. E' nell'ambito di tale percorso che sarà possibile, elaborata la fase critica, giungere ad una valutazione della patologia del carattere.
Porterò per la discussione un'esemplificazione clinica tratta dalla consultazione di una ragazza che giunse al servizio con una diagnosi di esordio schizofrenico.

A metà maggio i genitori di una ragazza chiesero con urgenza un colloquio. La figlia Bruna di 17 anni, che frequentava l'ultimo anno di un liceo linguistico, stava molto male. Bruna è la figlia più piccola di una famiglia di professionisti. Ha tre fratelli più grandi, due frequentano l'università, il maggiore dieci anni fa, alla stessa età di Bruna, ha avuto uno scompenso trattato prevalentemente con farmaci. Vive ora ritirato in famiglia.
A settembre era esploso per Bruna il malessere. Aveva cominciato a dire cose "insensate", in classe si era alzata dichiarando ai compagni di essere "incinta dello Spirito Santo", erano seguite altre "stranezze". Era stato consultato uno psichiatra della materno infantile che l'aveva mandata al DSM. Lo psichiatra del DSM vista l'età l'aveva rinviata al servizio materno infantile, a questo punto i genitori, avendo anche una disponibilità economica l'avevano portata da uno psichiatra. Lo psichiatra aveva diagnosticato un esordio schizofrenico e aveva iniziato una cura farmacologica. L'aveva inoltre indirizzata per una psicoterapia da una psicologa. I genitori riferiscono che Bruna ci andava volentieri, ma "collaborava poco" e la dottoressa decise, dopo alcuni mesi, di alternare sedute individuali ad altre estese a tutta la famiglia. Il giorno successivo al primo incontro allargato Bruna fece un tentativo di suicidio. Cercò di tagliarsi i polsi e disse: "Muoio per tutti quelli che sono soli!" La terapia continuò con quest'alternanza di incontri senza che nessuno evidentemente collegasse l'inserimento della famiglia in essa con l'atto disperato di Bruna.
Il mese di aprile la terapia era stata interrotta perché Bruna era andata progressivamente chiudendosi, nelle sedute non si era più sentita la sua voce.
Continua però la somministrazione di farmaci antipsicotici in dosi elevate, Bruna è ingrassata, non ha da alcuni mesi le mestruazioni. Deve affrontare l'esame di maturità e non riesce a concentrarsi su niente. I genitori non sanno più che fare e ci chiedono di aiutarli. Bruna però non vuole venire al servizio.
Dall'anamnesi, che ricostruisco con loro, non emergono fatti rilevanti. Scarsa memoria del primo periodo di sviluppo. La madre dice di essere stata contenta di avere una bambina, era una bambina buona, una bambina facile con un ottimo inserimento scolastico. Scopro che ha frequentato la scuola elementare nella quale ho fatto per anni consulenza e suggerisco ai genitori di dire a Bruna che la psicologa che andava a scuola quando lei era bambina è disponibile ad un incontro per cercare di aiutarla ad affrontare l'esame di fine anno.
La ricevo due giorni dopo. La trovo in sala d'attesa da sola. Do' inizio al colloquio. Mi presento dicendo che faccio parte di un gruppo che si occupa dei ragazzi, li segue nei momenti difficili. Mentre le parlo sono profondamente coinvolta dal disastro che ho davanti. Bruna è immobile, gonfia, ha tutto l'aspetto di una paziente psichiatrica. Non riesco a trovare in lei nulla della bambina che pensavo di poter riconoscere. Il passato sembra cancellato. Dice vagamente di ricordarsi di me senza interesse. Faccio alcuni accenni alle sue insegnanti ed alla classe. Il clima si distende. Le chiedo che cosa c'è che non va. Risponde che ha due problemi: non parla ed induce negli altri tosse e mal di pancia. Lo afferma con convinzione, non accompagnata da senso critico o da sentimenti individuabili. Preferisce parlare del primo problema, e aggiunge che comunica solo con uno dei fratelli, non più con gli altri. Segue un suo pensiero. Le chiedo se può dirmi a cosa pensa. Risponde: "L'apparenza non è realtà!" Capisco che è aggrappata a questa frase come lo è all'idea dell'influenzamento. Ne sento l'importanza e questa frase s'imprime nella mia memoria. Le chiedo chi l'ha detta. Mi risponde che l'ha detta Guido. Guido l'anno passato era il suo compagno di banco. Per un attimo mi guarda intensamente. Fissa i miei occhi che , per una strana coincidenza, vengono in quel momento illuminati da un raggio di sole che è entrato dalla finestra. Chiedo cosa ricorda di Guido e Bruna, a conferma della mia sensazione che è emerso un ricordo, risponde che ricorda gli occhi verdi. Per un attimo si stabilisce un intenso legame, intravedo un sentimento di nostalgia che induce in me una speranza. Il contatto si interrompe subito e Bruna ripete che provoca negli altri mal di pancia, mal di testa e prurito. Mi sento autorizzata a farle una domanda, anche se capisco che avere introdotto il tema di ciò che provoca negli altri è un tentativo di ristabilire la distanza da me. Chiedo a chi provoca ciò. Risponde che le capita con il padre, con il fratello maggiore, con alcuni compagni ed ora anche con la professoressa che le dà ripetizioni. Commento che è vero che una donna può provocare sensazioni negli altri e che desidera anche provocarle, se ha vicino un ragazzo con gli occhi verdi, ad esempio può desiderare piacergli.
Sembra confermare ma si perde in un suo pensiero. Le chiedo se le cose di cui ora parliamo sono piacevoli. Dice: "Forse no". Commento che spaventa provare certe cose. Risponde: "Forse sì". La sento di nuovo attenta e aggiungo che intorno a questo c'è qualcosa che è capitato. Parlando più a sé stessa che a me, nomina un bar e la parola "discussioni". Le chiedo a cosa stia pensando. Ai genitori dice. Dà segni d'impazienza e afferma di aver detto tutto, è già stata da uno psichiatra e da una psicologa! Le dico che so che non desidera iniziare altre terapie, ma so anche che ha serie difficoltà per affrontare la maturità e le propongo alcuni incontri che si concluderanno a luglio con gli esami. Vorremmo tentare di aiutarla a superarli. Aggiungo che non vedrò in questa fase i suoi genitori, se non per pochi minuti con lei presente, per spiegare loro come lavoriamo. Incontrerà una dottoressa per parlare delle medicine che prende. La dottoressa pensa che in parte siano le medicine che le impediscono di concentrarsi nello studio. Accetta l'idea di tornare con una certa indifferenza, è totalmente assente e circonda con un dito un puntino sul bordo del tavolo.
C'è un lungo silenzio: Le chiedo se posso farle una domanda. Fa un gesto affermativo. Domando se prima che gliela faccia può dirmi lei a cosa pensa. Scuote la testa come a dire che non pensa a niente, ripetendo il gesto di circondare il dito con il puntino. Le chiedo se sa perché fa quel gesto. Fa cenno di no. E' di nuovo attenta e sembra aspettare la mia domanda. Le chiedo quando si è arrabbiata l'ultima volta. Quest'estate in un bar. Aveva fatto una cosa che non era piaciuta al padre, lui ha alzato la voce ed hanno discusso, ma si affretta ad aggiungere che da allora non è più successo. Concordiamo di vederci fino a luglio.
Un primo incontro contiene molto spesso elementi preziosi di diagnosi e di prognosi. Da questo ne erano emersi molti, ma sentivo che riconquistare la fiducia nella vita e negli altri che Bruna sembrava avere completamente perso era molto difficile. Era stata fatta una diagnosi di esordio schizofrenico di cui lei era a conoscenza. Nei pochi minuti che dedicai ai genitori, all'inizio del secondo colloquio, manifestai, alla presenza di Bruna, dei dubbi sulla diagnosi ed esplicitai l'esigenza di poter mantenere un contatto solo con Bruna, a meno che non fosse lei a chiede un incontro congiunto.. Feci leva sul fatto che nel tentativo di suicidio di Bruna c'era stata da parte della collega la decisione di vedere alternativamente Bruna e la famiglia. Feci notare ai genitori il collegamento tra i due fatti, la coppia confessò di non averci pensato. Mi basai, dunque, anche su questo per confermare l'idea che non era utile che io vedessi anche loro. La dottoressa che si occupava della parte farmacologica li avrebbe incontrati. Parlai di segreto professionale e di riservatezza e questo sembrò interessare Bruna. Riuscii così ad interrompere le telefonate, le visite a prima mattina e le pressioni ad incontri e chiarimenti dei genitori. La collaborazione di due operatori in questa fase è stata importante.
Nel primo colloquio mi "aveva detto tutto" e per me non c'erano più parole. Nel successivo colloquio le proposi il gioco dello scarabocchio, lo accettò in un primo momento come farebbe una bambina diligente, ma se ne impadronì rapidamente facendo lei tutti i disegni e lasciando a me solo il segno iniziale su cui costruire immagini. Bruna poté rappresentare col disegno la frammentazione dei suoi pensieri, ma anche l'esigenza di un contenitore, casa, bicchiere, donna incinta, albero che contiene un albero più piccino, ed io a differenza del primo incontro accettai di essere con lei in modo più silenzioso. Costruimmo piccole storie sui disegni fatti e lei mi concesse qualche informazione sui progressi nello studio e mi diede notizia di quelli che cominciammo a chiamare influenzamenti. Mi raccontò molte cose sulla sua famiglia.
In questa fase si evidenziò il quadro di una famiglia con un funzionamento fortemente patologico. La presenza di un uso massiccio dell'identificazione proiettiva era reso evidente, non solo dal racconto delle interazioni, ma anche da una modalità autarchica di vita. Ad una chiusura nei confronti del mondo esterno, la casa era isolata nella campagna su una strada priva di mezzi diretti di comunicazione con la città, corrispondeva un'assenza di confini interni. Bruna dormiva in una stanza senza porta, non c'erano spazi privati difesi da nessun membro della famiglia, tranne forse dal fratello con cui Bruna dice di comunicare ancora. Cera un divieto esplicito al formarsi di quello spazio segreto di pensieri e fantasie che caratterizza la mente dell'adolescente. Tutti sanno tutto, si evidenzia una presenza di fantasie incestuose nelle relazioni.
Sono stata ai patti. I colloqui concordati si sono conclusi a luglio dopo l'esame. Grazie all'aiuto dei professori e allo scalaggio dei farmaci, Bruna ha potuto sostenere le prove scritte ed orali e i genitori riferirono che la vedevano , dopo tanto tempo, contenta.
Nell'ultimo incontro fece un disegno molto più strutturato a cui diedi il significato di regalo per gli esami superati. Credo che al disegno vadano attribuiti almeno due significati apparentemente contrastanti. In esso Bruna si presenta all'uomo che le va incontro, senza occhi, bocca e mani come a non poterne recepire la presenza e il desiderio. Più tardi riguardandolo pensai che ad un livello più profondo Bruna esprimesse il bisogno di mettere in funzione un aspetto attivo e desiderante in presenza di un partner discreto e paziente per effettuare l'integrazione e l'incontro con la tanto temuta femminilità. Mi sembravano questi i temi che occorreva riaffrontare.
Ci salutammo, le offrii la mia disponibilità per un periodo di elaborazione di tematiche che esplicitai come elementi focali. Disse che non sapeva....ci avrebbe pensato...
A fine settembre, con l'aiuto della psichiatra che la incontrava per continuare lo scalaggio dei farmaci, mi chiese un incontro. Concordammo un lavoro di alcuni mesi con due incontri settimanali che prolungammo, dopo un successivo accordo, ad un anno. Seguirà a questo la contrattazione di un secondo anno con la frequenza di una seduta alla settimana.
Accennerò alla successiva psicoterapia solo per dire quanti elementi di essa erano già apparsi nella fase consultiva e nel primo incontro.
Aver proposto il disegno fu in questo, come in altri casi, di grandissimo aiuto. Il disegno colmava i vuoti, permetteva a Bruna di stare in mia presenza senza parlare, diventò un elemento terzo su cui ragionare insieme in modo meno diretto ed intrusivo, ma permise soprattutto il riemergere di un'attività rappresentativa. Bruna smise di disegnare dopo circa sei mesi, sostituendo ai disegni, in modo significativo, il racconto di sogni.
Dovemmo continuamente contrattare ricontrattare tempi e ritmi. Procedemmo per tappe e Bruna usò il setting per manifestare la sua contrapposizione ad un elemento paterno che le regole rappresentavano, ma anche l'attrazione e la paura del legame con l'oggetto materno.
Nella psicoterapia dette così informazioni su difficoltà nel costituirsi un'identità femminile, come emerge dal disegno della madre sotto un sole in eclissi che Bruna produsse nei primi mesi del lavoro. Questo disegno in cui Bruna appare in vesti maschili narra di problematiche antiche nello strutturarsi di un'identità femminile, della primitiva ed attuale paura a prendere contatto con una madre con un "corpo morto" privo non solo di elementi di femminilità, ma di calore e di vita, che mostra una patologia del carattere.
Emerse anche l'effetto devastante che l'essere stata diagnosticata come schizofrenica aveva causato in lei. Con gli atti ciò che aveva subito ed udito: elettroencefalogrammi, farmaci e parole come esordio schizofrenico, malattia, facemmo duramente i conti nel successivo periodo della terapia. Non ho dubbi che tali eventi siano stati da Bruna inconsciamente interpretati come punizione castrante per i suoi tentativi di rendersi autonoma e sessuata. Si comprende alla luce di questo quanto l'idea degli influenzamenti fosse il relitto di fantasie onnipotenti a cui Bruna si teneva aggrappata per emergere dal vuoto che la castrazione produce.
Purtroppo non si riuscì a coinvolgere i genitori in un'elaborazione parallela.
Per descrivere la situazione di Bruna e quella di altri ragazzi, che vanno incontro a crisi simili alla sua, mi è stata utile una considerazione di A.Green (1990) quando esamina le parole: limite, frontiera e borderline. Nel paragrafo sulla semantica, dopo aver osservato la differenza tra avere un limite ed essere un caso limite, così conclude: essere una frontiera significa identificarsi con un limite fluttuante, che subisce, più che dirigere, le operazioni.
E' questa la sensazione che le crisi a cui mi riferisco comunicano.
I ragazzi, nell'uscire da una sorta di anonimato, diventano fluttuanti e così giungono a noi. Nelle loro fluttuazioni, che disorientano e spaventano l'ambiente che li circonda, sembra che l'unico punto fermo sia costituito da alcune idee, spesso tenute segrete, a volte, come nel caso di Bruna parzialmente svelate, che perdurano nel tempo, anche quando la parte più acuta della crisi è superata.
Scrive ancora A. Green (1990) che: è l'esperienza di soddisfacimento ad essere sostituita al delirio, che rappresenta un tentativo esasperato di dare un significato all'invasione anarchica dell'Es, con l'aiuto di legami che restano schiavi dei moti pulsionali.
Nel lavoro con Bruna rispettai a lungo le sue idee sugli influenzamenti. Anche quando la stessa Bruna era poco convinta che facessero parte di un suo reale potere sugli altri, mi faceva presente che era affezionata a questa idea come fosse per lei una sorta di carta di riserva.
Dal primo incontro di consultazione era chiaro che il ricorso agli influenzamenti le serviva per fronteggiare le intrusioni nel suo mondo, quando queste producevano effetti devastanti. Vi era ricorsa anche con me quando la distanza tra noi si era troppo accorciata.
L'intensità delle angosce che gli influenzamenti cercavano di arginare mi fu invece comunicata in molti modi. Alla fine di dicembre fece un racconto di una visione avuta da lei all'inizio della crisi.
Era riuscita a comunicarmi l'intensità della solitudine e del dolore di quel periodo ed io le avevo chiesto come aveva fatto a non impazzire. Rispose: "Le cose belle continuano...E'vero. Ho visto il mondo da lontano e la mano del Signore che indicava un punto piccolissimo che ero io. Ed ho immaginato le montagne ed una pianura in cui le montagne si alzavano e si abbassavano. L'ho detto ai genitori. Era Capodanno. C'era l'aspetto religioso, ma questa visione significava che dovevo capire che non ero tanto importante come volevo far pensare con la mia ribellione. Era un periodo di crescita."
Il puntino che andava evidenziato, ma anche protetto, che Bruna circondava con il dito nel nostro primo incontro, era Bruna stessa ridotta a niente.
Senza le fantasie onnipotenti, senza le montagne fluttuanti che anche nel ricordo la facevano sorridere, Bruna era annientata, così come è annientato ogni adolescente che all'avvento della pubertà, per problematiche antiche ed attuali, non può dare corpo all'immagine di sé sessuata, alla crescita del seno e dei fianchi, dei genitali, con le fantasie che ciò comporta.
In adolescenza gli ostacoli interni ed esterni alla crescita, allo svincolo, stimolano fantasie onnipotenti di cambiamento della realtà. E' una modalità per tentare di trasformare e non distruggere il mondo, rendendolo un luogo atto ad ospitare le necessarie trasformazioni psicofisiche che l'adolescenza propone. E' un tentativo di difesa del sé che sarebbe travolto dalla distruzione nella follia. Questo mi spiegò Bruna.
Abbiamo a disposizione riflessioni e scritti sul tema delle organizzazioni patologiche.
L'adolescenza con le sue fasi è un periodo della vita in cui un'organizzazione patologica può manifestarsi e velocemente cronicizzarsi, se non viene visualizzata ed opportunamente trattata.
Sono molti gli autori e i concetti che possono in questo accompagnarci. Non è nello scopo di questo scritto soffermarmi su ciò, ma credo che la psicoanalisi abbia fatto un lungo percorso che chiede di essere tradotto nella pratica. Ho in mente l'utilità di poter pensare, dopo M. Klein, allo sviluppo della mente in termini di posizioni e non di fasi. All'apporto di W.Bion (1957) alla conoscenza delle psicosi ed in particolare al concetto di trasformazioni in allucinosi e di oggetto bizzarro. Con un collegamento ancor più diretto alle tematiche affrontate in questo scritto, penso, oltre agli autori già citati e ad altri di scuola francese, agli scritti di Steiner (1987) sulle organizzazioni patologiche. Sono semplici accenni per ricordare che abbiamo gli strumenti concettuali per supportare il difficile compito di ricevere un adolescente in crisi e la sua famiglia.
Ciò che mi sembra manchi ancora nel panorama italiano è una cultura dei servizi, che assicuri, agli operatori per primi, l'organizzazione necessaria per una riflessione, elaborazione e valutazione di interventi, su casi così complessi che faccia crescere e maturare la competenza su di essi.

Vorrei fare, a questo punto, una breve digressione su quel concetto che i Laufer chiamano breakdown evolutivo. Concetto questo molto utilizzabile per la clinica. I Laufer che hanno lavorato con disturbi gravi in adolescenza hanno fatto un'ipotesi che secondo me è ampiamente confermata, e cioè che quando ci arrivano ragazzi di 17,18-20 anni con una situazione di crisi che spesso si manifesta con deliri, perdita del senso d'identità, qualche cosa è già avvenuto prima. I Laufer dicono che questo qualcosa è avvenuto alla pubertà. Questi ragazzi all'età di 12, 13 14 anni hanno incontrato un breakdown, causato da gravi difficoltà o dall'impossibilità di relazionarsi con il proprio corpo sessuato, quindi con una trasformazione in atto. Alla pubertà è frequente incontrare la fatica di integrare l'immagine di sé mutata, in evoluzione e una difficoltà ad elaborare una serie di lutti: innanzitutto il lutto dell'immagine di sé infantile e il lutto dalle figure genitoriali all'interno di un processo di separazione-individuazione . E' un momento di autoriflessione, dove i ragazzi cominciano ad autopercepirsi, a riflettere su di sé. Quindi questa fase è molto importante e coincide con la frequenza alla scuola media. Chi ha avuto esperienza lavorando con questa fascia di età non ha difficoltà a ritrovare, soprattutto nei maschi, una perdita del senso della propria identità, difficoltà a relazionarsi con gli altri e un frequente stato di confusione mentale e disordine. Difficoltà che non sono generalizzabili ma che, coinvolgendo dei cambiamenti fisiologici, riguardano un'ampia fascia di ragazzi e ragazze e per questo andrebbero prese molto più in considerazione. Bisognerebbe capire meglio come il concetto di autostima, il senso di sé sia molto spesso messo in crisi, in questa fase, prima di definire il ragazzo in un senso o in un altro, evitando di definire quello che non è definibile. Ciò non toglie che le difficoltà devono essere visualizzate dagli adulti ed ad esse va dato il giusto peso e le risposte corrette. I Laufer dicono che quando arriva una situazione di crisi a 17 /18 anni il breakdown evolutivo c'è stato già alla pubertà in maniera più o meno evidente. Se il ragazzo di fronte al proprio momento di crisi è riuscito a trovare un aggiustamento, anche se temporaneo e non completamente riuscito, ci dimostra che esistono delle capacità dell'Io di far fronte ai cambiamenti ed alle richieste evolutive. Per altri ragazzi queste risorse dell'Io non sembrano utilizzabili e pertanto il momento di crisi diventa catastrofico. Per esempio io ho avuto di recente il caso di una ragazzina con un esordio anoressico molto serio. La ragazzina aveva dodici anni e la sua storia giustificava in pieno questa difficoltà. In questa situazione è stato molto importante fare un intervento immediato. Ciò è più facile di fronte ad un sintomo serio. A volte però succede, soprattutto nel caso di maschi, che i segnali sfuggono all'attenzione del mondo degli adulti, perché si fanno rientrare le loro difficoltà negli aspetti caratteriali, e vengono quindi non viste o ignorate. Le cose in qualche modo si aggiustano e poi a 17/18 anni viene fuori un problema più serio. In questa fase di vita la conclusione della scuola è un momento critico e possiamo anche immaginare perché. Noi vediamo che l'inizio dell'università all'ingresso del mondo del lavoro è un momento di grande difficoltà. Lasciare la scuola significa per il giovane lasciare un contenitore di tempi e ritmi, un contenitore sicuro. Affrontare il mondo universitario o il mondo del lavoro è un compito affatto facile per l'adolescente che attraversa proprio in questo passaggio un altro momento di difficoltà. Quasi sempre se la situazione del giovane si dimostra seria, questo ci riporta al momento precedente, quello della pubertà in cui il problema che si era certamente affacciato non è stato affrontato, o è stato mal affrontato.
Il servizio di cui faccio parte si è impegnato ad aprire un luogo d'ascolto, un contesto che i ragazzi possono riconoscere. Noi sappiamo che l'offerta che facciamo crea domanda, è inutile dire " Io rispondo ad una domanda", perché spesso la domanda è occulta e solo quando si rende visibile un luogo, a questo luogo arriva una domanda chiara. Io credo che noi creiamo delle situazioni che diventeranno poi dei luoghi se li abbiamo pensati bene, e solo a questo punto emerge la domanda. Gli adolescenti in genere non amano andare né nei posti caratterizzati dall'essere luoghi d'accesso dei bambini né nei posti dove vanno gli adulti, questo perché l'adolescenza si caratterizza proprio come condizione intermedia per cui gli individui non vogliono più essere bambini, ma non si sentono ancora di poter diventare adulti. Riflettere, come gruppo di operatori, sullo specifico dell'adolescenza ha permesso ai ragazzi di avvicinarsi a noi con la sensazione di andare in un posto pensato esclusivamente per loro e dove la persona di fronte a loro aveva un'esperienza delle problematiche specifiche che li riguardavano. In questo senso è come se venisse in qualche modo riconosciuto ai ragazzi il fatto di avere un'identità specifica e specifiche caratteristiche.
Torno brevemente a parlare della diagnosi. Io ho contrastato alcuni anni fa un'iniziativa dellìAssociazione Idea proprio sul problema delle diagnosi. Perché ad un certo punto il gruppo di Cassano ha iniziato corsi di aggiornamento per le scuole superiori di Roma per insegnare agli insegnanti come si riconosce e come si interviene nelle depressioni giovanili, portando a loro conoscenza il DSM 3. Iniziativa, voluta dal Provveditore agli Studi che ha presenziato all'iniziativa in un teatro per annunciare il corso con una platea di centinaia di insegnanti. La definizione che la depressione è una malattia e che pertanto va curata con i farmaci era la base del progetto. Ciò contrasta con quanto detto sino ad ora. Grave non era soltanto il riconoscimento dello stato mentale dei giovani come di una malattia, ma anche l'individuazione del percorso terapeutico limitato essenzialmente al riconoscimento di essa ed all'intervento farmacologico. Questo lo dico perché nel servizio abbiamo avuto non pochi problemi nel definire cosa si fa quando c'è una crisi in adolescenza. Perché intendiamoci, noi ormai sappiamo di avere dei farmaci che sono efficaci, e questo lo dobbiamo sapere, ma bisogna vedere come e quando questi farmaci vengono dati. Noi abbiamo avuto dei casi di ragazzi che farmacologicamente venivano seguiti da psichiatri al di fuori del Servizio e venivano da noi in seconda battuta. Noi li vedevamo esclusivamente in psicoterapia e ci siamo resi conto del guasto che in questo modo veniva fatto, perché nella testa di questi ragazzi c'era l'idea che si curavano della loro "malattia" lì dallo psichiatra e poi venivano a parlare di sé da un'altra parte. In questo senso gli adolescenti operavano una scissione estremamente pericolosa tra mente e corpo. Diverso è il caso in cui due figure professionali operano in accordo per intervenire su un unico problema. Cito a questo riguardo la terapia bifocale di cui parla Jammet proprio perché noi al servizio abbiamo spesso il problema di dover intervenire nelle situazioni di crisi acuta con due figure professionali, lo psichiatra e lo psicoterapeuta, mi sembra importante quindi citare tutto il lavoro della scuola francese in proposito. Lavoro che mira a mettere in evidenza il fondamentale processo d'integrazione tra i due aspetti, farmacologico e psicoterapeutico, integrazione che deve primariamente esistere nella testa degli operatori. Pertanto io non posso illudermi di curare per eliminare un delirio se poi è il delirio stesso che tenta di rappresentare il problema e che mi fa accedere al motivo della crisi di un paziente e quindi al significato più profondo del malessere di quella persona. Questo ritengo sia un discorso molto importante in cui è necessario avere una concordanza d'intervento per avere una visione unitaria del paziente. Ricordo ancora di un ragazzo che seguivo in psicoterapia, che proprio nel momento in cui stava finalmente facendo una crisi depressiva, la collega psichiatra le prescrisse un antidepressivo. Il ragazzo interruppe poco dopo la psicoterapia. La motivazione era chiara. Lui nell'ultimo colloquio me lo ha detto in modo preciso: proprio nel momento in cui si stava permettendo di sperimentare una dimensione depressiva, gli veniva, attraverso il farmaco, richiesto di annullare lo stato mentale di tristezza e di ansia. Aveva ragione. Quello fu un nostro grave errore.
Per tornare al discorso della diagnosi, possiamo ribadire che negli adolescenti alcune situazioni di crisi rappresentano momenti di evoluzione significativa e pertanto la diagnosi va accuratamente rimandata, lasciando invece aperto uno spazio per cercare di capire. Questo va detto ai genitori e va detto agli operatori. Una definizione, una diagnosi sta spesso a significare una fotografia della situazione, situazione che invece dobbiamo immaginare in evoluzione. Sto parlando soprattutto di esordi, di situazioni in cui all'improvviso il ragazzo inizia a manifestare una chiusura ai rapporti sociali, delle "stranezze" comportamentali, ecc.
In un altro lavoro che ho scritto si approfondisce ciò, In esso affronto altri due importanti punti sull'argomento. Uno è la fisionomia che assume il nostro intervento in adolescenza quando è già stata fatta una diagnosi e quando c'è già un intervento precedente. L'altro punto è che non possiamo trasferire modelli di intervento di altri contesti in quello del servizio o della comunità che vuole occuparsi di adolescenti, perché l'intervento psicoterapeutico e psicoanalitico in un setting privato è difficilmente trasferibile tout court in queste situazioni. Nel lavoro intitolato "Procedendo per tappe" tratto ciò e faccio riferimento alla grande contrattualità con cui dobbiamo avvicinarci al lavoro con gli adolescenti. In particolare dobbiamo comunicare a questi ragazzi che noi siamo con loro per un periodo di tempo e che poi se loro vorranno potremmo prevedere un altro periodo. Ogni volta concordando i tempi, per quanto ci si vedrà e come ci si vedrà. Mi è sembrato che l'idea di procedere per tappe con gli adolescenti, è molto utile. Non è utile catturare l'adolescente in un sistema chiuso, è importante invece offrirgli delle opzioni e delle possibilità, accordarsi con lui su queste opzioni e possibilità. Dargli tempo per definirsi e ridefinirsi col nostro accompagnamento.