Comunità
Natura, cultura... terapia
di
Carmelo Conforto, Giovanni Giusto e Pasquale Pisseri
Introduzione al libro di
Conforto, Giusto, Pisseri e Berruti pubblicato da Bollati Boringhieri nel
Novembre 1999.
(REVERIE, giugno 2000)
Il percorso teorico della psicoanalisi si è progressivamente distanziato da
un modello dello sviluppo psicologico centrato quasi esclusivamente sul
progressivo strutturarsi di uno psichico in gran parte autocreato dal
soggetto, per giungere a un secondo modello, che attribuisce all'esperienza
relazionale (nelle sue varie configurazioni) la dimensione fondamentale
entro cui si avvia e progredisce lo strutturarsi dello psichico (o si
riconducono le ragioni delle sue deformazioni e lacerazioni). Questo secondo
modello (al di là delle varie scuole che lo interpretano) afferma, in
sintesi, che la crescita psichica (il suo sviluppo) nell'uomo ha assoluto
bisogno, per verificarsi, di un particolare rapporto con altri umani, la
madre, il padre, la famiglia nel suo complesso. Ciò che avviene tra il
piccolo dell'uomo e l'ambiente di accudimento (ci riferiamo agli scambi
senso-percettivi, affettivi e simbolici) è la base da cui si avvia il
percorso naturale verso l'evoluzione e la maturazione del Sé, così come
verso la sua deformazione, frammentazione, amputazione
In un volumetto prezioso Meltzer e Harris Williams, affrontando il tema del
Ruolo educativo della famiglia (1983), si soffermano sulle caratteristiche
(viste da un vertice strettamente psicoanalitico) della Comunità e sulla
loro influenza sulla Famiglia.
Ciò che si evidenzia in quelle pagine è la continua attenzione alla
differenza tra un'organizzazione comunitaria che possa sentirsi responsabile
e un'altra che opera come se lo fosse. L'ipotesi del "come se" è centrata
sul modello della comunità che "agisce", inconsciamente, un mito, che,
sostenuto da strutture psichiche assolutamente arcaiche (pari agli "assunti
di base" del modello bioniano), ha difficoltà a permettere lo svolgersi
delle funzioni del "gruppo di lavoro" (Bion, 1961).
In una sorta di percorso itinerante verso le organizzazioni più
catastrofiche e folli, gli autori descrivono innanzitutto la comunità
benevola, sostenuta dal mito inconscio di una coppia genitoriale al potere
(proprietario e direttore, ad esempio) che simula una relazione felice e
organizzata a favore dei "figli" membri della comunità. Essa trasmetterà
progetti e norme che, discendendo da sentimenti "come se" di benevolenza e
saggezza, non saranno in grado di reggere a situazioni di tensione: saranno
necessari allora dei modi di difesa, come l'esclusione di alcuni membri
"devianti", fino a che altre strutture comunitarie (così come accade per gli
"assunti di base") presenti a livello latente non si impongano nella
dirigenza della comunità.
Queste comunità hanno la caratteristica di reggersi su funzioni genitoriali
(svolte da chi sovraintende) non più complementari: sono allora comunità
condotte da un solo genitore, che si offre come partner alla comunità nel
momento in cui l'altro genitore viene ritenuto non più in grado di adempiere
ai suoi compiti idealizzati (coraggio, abnegazione, dedizione). La
possibilità che questo adattamento organizzativo funzioni (nel modo del
"come se") è relativamente ridotta, in quanto si aprono varchi sempre più
ampi a rapporti improntati a sfiducia, e la crescente percezione di
relazioni di sfruttamento e di sospettosità sfocerà infine nella comunità
paranoide, in cui il vissuto di armonia che sorreggeva la comunità benevola
è sovvertito dall'ingresso del male, della corruzione, e infine della
rivoluzione, perché il bene trionfi sul male. Così il cerchio si chiude, con
un avvertimento, da parte di Meltzer e Harris Williams: così come dice Bion
a proposito degli assunti di base, ognuna di queste tendenze, quando governa
la comunità, contiene a livello latente anche le altre, pronte a
manifestarsi.
L'interesse di questo contributo sta poi nel tentativo di definire i ruoli e
le funzioni dell'organizzazione che sta a valle della comunità, ovvero la
famiglia, tentando di leggerli alla luce delle categorie precedenti. Per
quello che qui ci interessa riprendere dal lavoro di Meltzer e Harris
Williams (per poi tentarne una lettura in situazioni e strutture dedite
ufficialmente alla terapia e al recupero dei pazienti psichiatrici),
riferiremo le funzioni emotive che secondo gli autori organizzano le
relazioni familiari.
1) Generare amore; 2) suscitare odio; 3) infondere speranza; 4) seminare
disperazione; 5) contenere la sofferenza depressiva; 6) trasmettere ansia
persecutoria; 7) creare confusione; 8) pensare.
L'idea su cui si fondano queste funzioni emotive è interessante (anche se
non facile), rivelandosi come un complesso tentativo di estendere e
integrare le osservazioni di Bion sul funzionamento gruppale (appunto
oscillante tra assunti di base e gruppo di lavoro) con le teorie kleiniane
(e di Meltzer stesso) sulle diverse strutture (posizioni) della mente
dell'individuo. Il tentativo di descrivere (nella gruppalità e nel singolo)
i fenomeni mentali e di muoversi alla ricerca delle ragioni (inconsce) del
loro continuo comparire e scomparire, oscillando in una sorta di percorso
interminabile, ci è parso una traccia feconda da ripercorrere nel nostro
tentativo di leggere da questo vertice (psicoanalitico) ciò che accade in
comunità terapeutica.
Meltzer e Harris Williams suggeriscono che le funzioni che permettono lo
sviluppo psichico nei membri di una famiglia o di una struttura che per
finalità espressa si propone di svolgere compiti simili a quelli di una
famiglia, sono necessariamente quelle che attivano la capacità di pensare e
(noi aggiungeremo, utilizzando Bion, 1961) la capacità di apprendere
dall'esperienza.
Le funzioni emotive allora possono essere lette come facilitanti o inibenti
questo apprendimento. Il legame d'amore (da cui per Bion dipende la capacità
di réverie della madre nei confronti del figlio), la speranza e il
contenimento della sofferenza depressiva (connessi all'introiezione
dell'oggetto buono) sono in effetti legami e funzioni che consentono di
tollerare le emozioni originate dal confronto con ciò che da presenza si fa
assenza, promuovendo le attività del pensiero che muovono (+ K) verso la sua
rappresentabilità. Scrive Bion (1965, p. 113): "Ogni parola rappresenta ciò
che non è (una non-cosa che deve essere distinta dal niente)."
Pensiamo non sia inutile ricordare che questa modalità di funzionamento
(conscio o inconscio che sia) di un insieme familiare, gruppale, comunitario
è da Meltzer e Harris Williams temp~ralizzata sia come modo di funzionamento
momentaneo sia come linea di tendenza, per mostrarne la precarietà e la
difficoltà a mantenersi nel tempo.
Questa precisazione ci pare assolutamente fondamentale e d'altra parte
prevedibile alla luce delle fonti (come abbiamo accennato) da cui trae
alimento, vale a dire le teorie Kleiniane e bioniane sul funzionamento
psichico del singolo e del gruppo.
Tenere conto di questa dimensione, ovvero dell'incostanza delle diverse
organizzazioni mentali (individuali e di gruppo), ci pare una
consapevolizzazione per taluni aspetti "depressiva": tuttavia l'ignorarla o,
meglio, le ragioni del suo diniego sono l'espressione di bisogni
narcisistici, mitici appunto, e pertanto in contrapposizione con le
strutture mentali capaci di apprendere dall'esperienza.
Tanto più che Bion nel suo lavoro sui gruppi afferma (1961, p. 145):
"Secondo me uno degli aspetti più sorprendenti di un gruppo è il fatto che,
nonostante l'influenza degli assunti di base, il gruppo razionale o di
lavoro alla fine esce trionfatore." Della complessa teoria bioniana
utilizziamo l'ipotesi di una continua lotta nei gruppi (terapeutici e non)
tra le forze arcaiche, sorrette da emozioni intensissime, che "legano" tutti
i componenti del gruppo nella partecipazione ai progetti degli assunti di
base, opponendosi al loro sollevarsi dai dettati del "principio di
piacere-dispiacere" per accedere al gruppo di lavoro, ovvero
all'utilizzazione del principio di realtà e al pensare.
Questa definizione fondamentale delle dimensioni della conflittualità
gruppale viene riletta da Meltzer e Harris Williams, che descrivono i
programmi gruppali (familiari) progettati (inconsciamente) per demolire la
collaborazione creativa (trasmettere ansia persecutoria, creare bugie e
confusione, suscitare odio), consentendoci di allargare il discorso alla
ricerca di ulteriori ragioni del loro prodursi.
Molte risposte si possono ritrovare nella corrente di pensiero Kleiniana e
bioniana alla quale abbiamo fatto fino ad ora riferimento.
Ci riferiamo ad esempio alla consulenza istituzionale di orientamento
psicoanalitico di Menzies Lyth (1988) e alle sue ricerche sulla cultura di
Lavoro, ovvero sulle " credenze" che animano il gruppo e che si sviluppano
nel progetto di lavoro, e sull'analisi dei ruoli, che risultano influenzati
dalle esigenze proiettive del gruppo. L'autrice, sulla base della sua
esperienza, osserva: " Troppe comunità terapeutiche sembrano mancare di una
sufficiente consapevolezza dei ruoli e dei fattori strutturali e quindi il
loro impatto terapeutico viene ridotto perché si dimostrano inadeguate" (p.
326).
D'altronde ogni istituzione, che inevitabilmente chiede ai suoi membri di
identificarsi con le sue caratteristiche, pena l'espulsione, tende con
facilità, come descritto da molti (Kaès, Bergler e altri, 1988), a costruire
inconsciamente organizzazioni che contengono difese contro angosce assai
intense, di ordine psicotico (1aques, 1970). Per perpetuarsi le istituzioni
hanno necessità di escludere ciò che è incompatibile con il loro
mantenimento inconsapevole: ovvero quel modo di usare la mente che è consono
al pensare e al rispetto del principio di realtà, strettamente connesso,
come abbiamo visto, alla possibilità di contenere la sofferenza depressiva e
di apprendere dall'esperienza.
Correale, nel quinto capitolo di questo volume, accenna al necessario lento
processo di familiarizzazione che l'ospite ha necessità di compiere, nel suo
esplorare una quotidianità che è calda e ricca, per potersi proporre come
ricostruttiva della coesione del Sé. In queste pagine introduttive
segnaliamo il nostro progetto: muoverci (mentalmente e nei fatti) nella
direzione della famiglia calda e ricca che possa consentire agli ospiti tale
familiarizzazione.
Questo "tendere verso" è, nella realtà che abbiamo sperimentato, coincidente
con le modalità di funzionamento momentaneo descritte da Meltzer e Harris
Williams.
L'abitudine, affaticante quanto indispensabile, a creare spazi di pensiero
per gli operatori, si esprime attraverso momenti dedicati alla riflessione
gruppale, alla supervisione: un modello di lavoro in questa direzione è
descritto da Conforto nel settimo capitolo.
Naturalmente quello che abbiamo detto fin qui deve essere completato da una
riflessione, che sarà svolta ampiamente in diversi capitoli (e qui solo
accennata), sulle particolari caratteristiche psico(pato)logiche degli
ospiti della comunità terapeutica: con le difficoltà di chi vive dentro la
condizione psicotica a rapportarsi al simbolico, a tollerare separazioni ed
eccessive intimità, vale a dire il suo necessario ancorarsi al concreto.
L'operatore di comunità deve dunque perlopiù allontanarsi dalla dimensione
psicoterapeutica simbolico-verbale, per affidarsi a quella a essa
imparentata, ma più legata a oggetti concreti e a dimensioni non verbali,
che informa di sé le attività riabilitative.
Quanto a queste, ci sembrerebbe non appropriato distinguerle in terapeutiche
e di mero intrattenimento, poiché non avrebbe senso svolgere attività prive
di un'intenzione curativa in un contesto
che vuol essere globalmente terapeutico; fra l'altro, se così le
considerassimo, rischieremmo di sentirci esentati dall'indispensabile
riflessione sul senso di tali attività. Piuttosto, può essere utile
distinguere fra attività che - come lo psicodramma, l'arteterapia o la
musicoterapia - intendono promuovere la dimensione dell'insight, e attività
la cui impronta ludica tende a rafforzare, a volte necessariamente e a volte
impropriamente, le difese della negazione: i giochi sportivi, i balli, le
feste. Un'ulteriore dimensione è poi quella schiettamente prelavorativa,
propria delle attività direttamente propedeutiche a un lavoro vero e
proprio. Comune a tutte le attività è infine l'intento risocializzante, il
riproporre al paziente l'impegno dello stare comunque in un gruppo tenuto
insieme da una finalità comune: in uno di quei gruppi, cioè, nei quali si
articola la vita comunitaria.
Certamente non sono stati gli psichiatri a inventare la comunità: si tratta
di un aggregato antropologico antico quanto l'umanità stessa.
Le ideologie fondanti le comunità cambiano nel tempo; ma questi aggregati
sociali "a tempo pieno", di dimensioni limitate ma comunque superiori a
quelle della famiglia nucleare, che si ripropongono continuamente nella
storia umana, rispondono evidentemente a bisogni metastorici e
metaideologici. L'analisi di questi bisogni è condotta da Conforto, Correale,
Giusto, Salsa, nei loro capitoli, in riferimento sia alla comunità
terapeutica sia al più vasto concetto antropologico di comunità.
In particolare, le riflessioni sull'abitare conducono a considerarlo una
funzione necessaria al consolidamento di quello che Correale chiama il
"fondo del Sé". A tale consolidamento e a una ripresa dell'evolutività del
vivere sono necessari da un lato la costruzione di una quotidianità fluida e
continuativa, dall'altro la capacità della comunità di dar vita a piccole
soluzioni di continuità, eventi significativi o piccoli traumi. Se la
realizzazione di ciò nella vita comunitaria può diventare una necessità
stringente per lo psicotico, che - sottolinea Correale - cerca di evitare il
ripetersi del terrificante trauma della crisi acuta, è un'esigenza anche
della persona sana, che non a caso si accentua - la storia lo dimostra -
nelle fasi di crisi sociale e politica.
Ma quanto è teoricamente legittimo integrare i due ambiti, quello
clinico-terapeutico e quello più generale, antropologico?
La domanda introduce il problema della condivisione di una Weltanschauung (o
visione del mondo), di un insieme di finalità fondamentali e di una
dimensione emozionale, che definiscono la vera comunità, insieme alla
condivisione di spazi e tempi: senza i primi, la comunità è artificialmente
imposta, diventa istituzione; senza la seconda può diventare un legame
debole e persino astratto, come potrebbe ad esempio mostrare la storia della
Chiesa. Questa era dapprima un'assemblea (ecclesia) in cui la condivisione
di spazi e tempi, pur non permanente, era tuttavia molto pregnante; poi è
divenuta una vasta organizzazione ancora dotata di potente forza propulsiva;
oggi per molti l'appartenenza a essa può essere una formalità.
Nella comunità terapeutica, il problema della condivisione di una
Weltanschauung - e più in generale di una comune realtà umana - senza che
ciò conduca alla confusione o alla negazione del ruolo terapeutico,
costituisce da sempre uno dei nodi fondamentali della riflessione
sull'intervento comunitario: essa è infatti continuamente in crisi, da
riproporre e realizzare ex novo ogni giorno, per la coesistenza nella
comunità di due distinti gruppi, gli operatori e i pazienti. La difficoltà
si evidenzia maggiormente se si considera che i pazienti hanno spesso
visioni del mondo fortemente individuali, narcisistiche e non condivise,
mentre gli operatori sono portatori di un messaggio di rinnovamento non
esente da una intenzione pedagogica: come ricorda Massa (1998), il sapere
pedagogico ha sempre usato la residenzialità per produrre degli effetti. Ma
l'impronta rieducativa data alla riabilitazione può essere una trappola: la
comunità terapeutica, se non vuole diventare la caricatura delle vecchie
istituzioni, deve diventare lo spazio di produzione di nuovi significati.
Tuttavia, l'intento pedagogico ha necessariamente un suo spazio,
ricollegando la prassi comunitaria a classiche figure della psichiatria
ottocentesca come Carlo Livi, che giungeva a equiparare la cura a una
rieducazione. Inoltre, l'intenzione palingenetica a esso collegata ci
riconduce ai grandi utopisti che, da Platone a Tommaso Moro a Fourier,
ravvisavano il luogo ideale dell'utopica rigenerazione dell'umanità in un
mondo circoscritto e di piccole dimensioni, idoneo quindi a essere piegato a
un progetto. Questo riconoscimento di una radice utopico-illusionale del
progetto comunitario non deve tuttavia comportare una sua svalutazione,
poiché, come ci ricorda Anzieu, il gruppo funziona naturalmente nel registro
dell'illusione; e ciò a sua volta ci rimanda a Winnicott e alle sue
riflessioni sull'illusione come momento fondante dello sviluppo psicologico
infantile. Può questo essere riprodotto in quel new beginning che
l'esperienza comunitaria si propone di essere?
Un altro nodo importante nasce dal sottolineare la naturalità della comunità
terapeutica, considerata un caso particolare di comunità umana. Certamente
lo svilupparsi dell'ideologia e della prassi comunitarie in contrapposizione
almeno parziale a quelle ospedaliere è stato ispirato dall'esigenza di
recuperare e rispettare quei bisogni umani metastorici di cui parlavamo
pocanzi; dunque dall'esigenza di costituire un aggregato rispettoso delle
esigenze "naturali" anche se, pur sempre, un prodotto culturale. Possiamo
considerare riuscito il tentativo?
Il dubbio potrebbe nascere dal fatto che la comunità terapeutica ha sempre
alle spalle un progetto teorico che la sostiene e l'ha fatta nascere, mentre
lo stesso non vale per le comunità che nella storia si sono spontaneamente
costituite, a partire dal loro prototipo, il villaggio. Questo non ha
un'esplicita teoria fondante, e analogamente il castello nasce prima
dell'ideologia feudale; d'altra parte, numerosi sono gli esempi di strutture
comunitarie nate da una progettualità sostenuta dall'ideologia, come
l'ideologia cristiana ha sostenuto il nascere del convento.
Gli psichiatri, peraltro, hanno familiarità con il paradosso in base al
quale fornire al rapporto di cura una cornice nettamente artificiosa e
innaturale - vedi il setting psicoanalitico - è il presupposto per lasciar
emergere modalità relazionali autentiche e " naturali".
E anche vero, come fanno notare Salsa, Berruti e Contini, che la comunità
terapeutica sembra nascere come tentativo di recupero, nell'ambito delle
organizzazioni sociosanitarie, di una dimensione di naturalità, e da un
confluire parziale delle due impostazioni. Fra i connotati che Foulkes
indicò come fortemente caratterizzanti l'esperienza di Northfield, appare
fondamentale - sottolinea Peloso nel suo capitolo - lo spostamento
dell'attenzione dal singolo al gruppo, dal dire al fare, dal passato al
presente. Sono movimenti che sembrano voler introdurre nella prassi
psichiatrica, modificandola profondamente, elementi caratterizzanti la vita
nella piccola comunità naturale con la sua naturale terapeuticità.
Finiscono col confluire in questa direzione le osservazioni di Rotelli -
anch'egli citato da Peloso - che pure si inseriscono in una diversa ottica,
fortemente critica: la comunità terapeutica, sostiene Rotelli, non può non
essere un artefatto che non ha nulla a che vedere con la vita normale della
gente, anche perché "il discorso si sposta (...) alla ricchezza delle
relazioni più che a un mito di partecipazione, quella pensabile soltanto in
un luogo chiuso, un luogo in cui il tempo e lo spazio sono dominati da
qualcuno che èin grado di stabilire i tempi e gli spazi in cui ciascuno sta.
Viviamo invece in un mondo in cui il tempo e lo spazio devono essere
possesso di tutti, in cui la gente è migrante, si sposta, va dove vuole,
partecipa di quel che vuole, e non partecipa in modo globale e forte
possibilmente di nulla".
Rotelli si riferisce dunque al mondo sociale postmoderno, con le sue
caratteristiche di globalizzazione, di mobilità, di precarietà. I suoi
rilievi non contrastano, ci sembra, con la visione della scelta comunitaria
come tentativo di recupero di stabilità e di definizione di un ambito e di
confini sia pure elastici, risposta che non possiamo considerare regressiva
o inadeguata al mondo in cui viviamo: essa ci pare invece utile in una serie
di condizioni di forte disagio individuale e collettivo; infatti chiedere, a
chi non è in condizioni di riuscirvi, di cimentarsi con situazioni di vita
senza punti di riferimento definiti e stabili può significare chiedergli
l'impossibile, e pertanto indurlo a risposte veramente regressive quale può
essere l'isolamento autistico.
Qual è dunque il rapporto dell'aggregato comunitario con la più ampia
collettività umana nella quale si è costituito e opera? Con la società nel
senso di Tònnies cui si riferiscono Pisseri, Salsa e Gardella? E' un
rapporto sinergico e collaborativo, o necessariamente antagonistico? Anche
su questo punto, il riferimento alla dimensione antropologica aiuta a
riflettere sulla collocazione e sulla funzione sociale della comunità
terapeutica.
La risposta è necessariamente articolata e sfumata. Ad esempio, non si può
parlare di antagonismo nel caso della comunità tribale, che addirittura, se
isolata dalle altre, si identifica con la collettività umana. Il castello,
il kibbutz, il kolkhoz sono solo alcuni fra i possibili esempi di comunità
che, lungi dall'essere in antagonismo con la collettività generale, ne hanno
costituito una cellula fondamentale ed esemplare. In comunità come il
convento il rapporto con la società ci appare forse più ambiguo: almeno oggi
esso, in maniera più schiettamente paradossale, si propone come modello di
vita a forte connotazione etica, ma proprio perciò si contrappone almeno in
parte ai valori di fatto dominanti nella collettività generale. D'altronde,
forse ciò è evidente oggi perché il convento è un'istituzione antica, e nel
corso dell'evoluzione storica che investe ogni piccola comunità il
sinergismo tende a perdersi. La piccola comunità, infatti, se sopravvive
senza ridursi a un guscio fossile, vuoto e decorativo come il castello,
tende comunque a cristallizzarsi, a non cambiare, a perdere il passo con i
tempi.
Esistono poi altre tipologie di comunità, che germinano soprattutto
nell'ambito dei centri urbani, come certi collettivi giovanili alternativi:
per queste si può parlare di vero e proprio antagonismo, non esente da
un'intenzione palingenetica nei confronti della collettività intera, o
quanto meno dall'intenzione di proporsi come modello trasgressivo ma a suo
modo, ancora una volta, esemplare.
Nella comunità terapeutica persiste l'ambiguità. Essa fornisce un modello di
vita e di rapporto che si discosta sensibilmente da quello della più ampia
collettività nella quale si colloca; ma la distanza non può essere
eccessiva, poiché la finalità deve essere sempre quella del reinserimento.
Ancora Peloso osserva che, quanto più la comunità terapeutica tende a
distinguersi, a isolarsi in una splendida autarchia rispetto alla comunità
generale, alla città, quanto più cioè sembra esprimere totale alterità e
antagonismo, tanto più si fa anche subalterna rispetto a esigenze di
esclusione e finisce col trasformarsi in una sorta di cisterna - fosse anche
dorata - di esistenze per mille motivi reiette e spinte fuori.
Riteniamo che la comunità possa, mantenendo un sensato equilibrio e curando
la propria permeabilità verso il mondo esterno, sottrarsi a questa
degenerazione: ma difficilmente potrà evitare di costituire una cellula
della collettività generale, specializzata nel trattamento, almeno
temporaneo, di situazioni difficilmente integrabili nella collettività
stessa. Quest'ultima può riconoscere, come sta oggi avvenendo, un'utile
risorsa nella " diversità " della proposta comunitaria, che perciò può e
deve differenziarsene, ma non essere antagonistica.
Ancora qualche parola introduttiva.
Normalità: condizione riferibile alla consuetudine o alla generalità,
interpretata come regolarità o anche ordine (Devoto-Oli); se partiamo da
questa definizione per intendere il compito, il desiderio, l'ambizione, lo
scopo che ci induce a prenderci cura dei pazienti psichiatrici gravi,
possiamo forse capire che questo concetto deve essere inteso sia in merito
allo spazio che al tempo che alle modalità di relazione, e quindi alla
capacità di stare insieme, di muoversi, comunicare, manifestare affetti ecc.
La comunità è il luogo dove tutto ciò si verifica, e la famiglia è la sua
prima naturale espressione.
Proporci quindi di istituire delle comunità che definiamo terapeutiche per
pazienti psichiatrici, deve necessariamente tenere conto del dato storico e
antropologico-culturale.
Lo scopo del nostro lavoro e il contributo che vogliamo fornire a chi decide
di consultarci, leggendoci, è una riflessione da vertici di osservazione
diversi, su esperienze dirette o mediate che hanno a che vedere con la cura
del paziente psichiatrico, la comunità terapeutica, la comunità allargata.
Tema quanto mai attuale in un momento come questo in cui si celebra il
ventennale della famosa legge i8o e si stabilisce la definitiva chiusura
degli Ospedali Psichiatrici.
In un lavoro del '99' Giusto ha detto che la follia è da ritenersi (tra le
altre cose) un tentativo disperato e inevitabile di ribellione nei confronti
di un modo schematico e statico di intendere il concetto di normalità; gli
ospedali psichiatrici e i metodi di cura che rispondevano a una logica
positivistica rappresentavano una risposta simmetrica che tentava di
ricondurre in maniera forte alla normalità: tentativo destinato
inevitabilmente a fallire.
Il fallimento era generato anche dalle dimensioni eccessive di queste
strutture e dalla scarsa possibilità di creare al loro interno
un clima familiare caratterizzato da comprensione, calore umano,
reciprocità, attenzione ai bisogni degli altri, ascolto.
La naturalità di tali situazioni, che si rifanno alla comunità originale,
cozza contro la necessità di organizzare luoghi di cura che siano
regolamentati da concezioni che si rifanno strettamente al modello medico;
le strutture che vengono definite intermedie tra l'ospedale e la civile
abitazione devono rispondere, sia dal punto di vista architettonico che da
quello dell'organizzazione interna, a esigenze relative al compito di
ricondurre l'ospite verso la dimensione di normalità.
Le comunità terapeutiche in Italia nascono subito prima della legge i8o e si
sviluppano in modo irregolare nel territorio, spesso come momenti separati
del processo di cura; ne è derivata la necessità di un coordinamento e di un
punto di incontro, per cui è stata creata la PENASCOP (Federazione Italiana
Strutture Comunitarie Psicosocioterapiche), che raccoglie comunità private e
del privato sociale e che ha lo scopo di divulgare la cultura della comunità
terapeutica.
I problemi di realtà si inseriscono prepotentemente nel campo strettamente
operativo e con esso interagiscono; la psichiatria, più di altre branche
della medicina, risente del clima politico e con esso deve fare i conti; è
necessario ottenere il consenso su un determinato modello organizzativo, e a
tale scopo bisogna acquisire credibilità potendo esibire risultati, che
peraltro sono anch'essi influenzati nella loro lettura da ideologie o
schieramenti di scuola.
Il percorso è quindi faticoso, a volte tortuoso, lento: la comunità
(politica) influenza in modo importante la comunità terapeutica, i limiti
tra le due sfumano, e c'è il rischio che la seconda perda specificità,
definisca così il suo ruolo in campo più assistenziale inducendo, anziché
potenziale evoluzione, cronicità o regressione.
Qual è quindi il ruolo dei tecnici in questo ambito? Deve evidentemente
essere un ruolo di collegamento tra diverse competenze e culture, di
cerniera tra il privato e il pubblico, di forte presa di coscienza della
necessità di esprimere modelli organizzativi in ambito lavorativo che
evitino i fraintendimenti che prima paventavamo e sottraggano ad altri
quelle competenze che arbitrariamente vogliono esprimere: ad esempio, gli
architetti e gli ingegneri devono essere al servizio di un'idea di struttura
comunitaria espressa dagli psichiatri e dagli operatori, piuttosto che
viceversa, come spesso accade.
C'è quindi un problema di visibilità pubblica di quello che la comunità
terapeutica è in grado di esprimere come strumento di lavoro, e c'è un
problema di comunicazione tra gli esperti nell'ambito dei vari settori di
competenza, che non possono essere tra loro scollegati.
Un'idea moderna di organizzazione del lavoro deve prevedere la flessibilità
dei ruoli, che non significa rinunciare alla propria specificità, ma essere
disponibili a un confronto a volte anche serrato; questa, tra le altre, è
un'idea del "comune", ovvero "pertinente a una comunità di persone
socialmente organizzate" (Devoto-Oli). |