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INTRODUZIONE ALLA RIABILITAZIONE SOCIALE
SECONDO LA METODOLOGIA DI MARK SPIVAK

di
Paolo Ippolito
(Reverie, giugno 1998)

La legge di riforma 180, ha sancito che la riabilitazione, come la prevenzione e la cura, devono espletarsi nel territorio, chiudendo definitivamente il "deposito" tradizionale costituito dal manicomio. Tutto ciò impone necessariamente il confronto quotidiano di noi operatori con il problema della "cronicità". Ma non perché durante tutti questi anni sia cambiata l'evoluzione delle psicopatologie, ma in quanto c'è stata, di fatto, una evoluzione socio-politica e quindi legislativa che non ha niente a che vedere con l'eziologia né tanto meno con i processi di cronicizzazione delle patologie psichiatriche.
Quindi, se le psicopatologie non sono cambiate, dovrà sicuramente cambiare l'ambiente sociale e quello psicoterapeutico. Per esempio, i vecchi atteggiamenti degli operatori di paternalistica indifferenza; di abbandono; di rifiuto più o meno diretto dell'utente, non sono più e giustamente accettabili. Ma anche dall'utente psichiatrico non sono più accettabili i vecchi schemi di funzionamento mentale e quindi comportamentale che erano "normali" esclusivamente in un ambiente ospedaliero. Questi vecchi schemi sono inadeguati per poter vivere nella società "normale", e per poter avviare, appunto, un efficace programma di riabilitazione sociale.
Storicamente, il paziente psichiatrico, è sempre stato concettualizzato mediante l'uso di etichette diagnostiche. Questa classificazione deriva direttamente dal modello medico, ed è quindi stata sviluppata per affrontare problemi fisici. E' pertanto di scarso aiuto per facilitare la comprensione degli utenti psichiatrici, ed è di utilità ancora minore per l'indicazione degli interventi terapeutici più idonei da attuare. Tutto questo, per le seguenti motivazioni:
1. L'etichetta diagnostica, non fornisce che grossolanamente l'informazione necessaria sull'efficienza sociale del paziente. Così, per esempio, l'etichetta di "schizofrenia" può comprendere pazienti che hanno un ë ampia gamma di comportamenti e di storie cliniche . Alcuni pazienti che hanno avuto questa diagnosi possono non aver mai subito un ricovero ospedaliero e possono anche svolgere un'attività lavorativa. Dall'altra parte, invece, possiamo trovare individui che pur avendo la stessa
2. diagnosi possono essere stati ricoverati molte volte o lo possono essere al momento della diagnosi. Quindi potrebbero avere un comportamento bizzarro e fortemente disfunzionale: per questi motivi l'etichetta diagnostica non indica in nessun caso il livello di efficienza sociale del paziente.
3. La diagnosi non indica mai all'operatore psichiatrico le ragioni vere per le quali gli vengono presentati i pazienti. Aldilà di quello che può essere il motivo dell'invio "ufficiale" come per esempio una consultazione in un centro di salute mentale, oppure l'ingresso in una Comunità, accade in realtà frequentemente che il paziente, prima di quell'invio, ha sviluppato e mantenuto uno stile di vita stabile e in fondo "compensato". Spesso - e sarebbe molto interessante elaborarne una statistica - gli "eventi" che hanno "scatenato" la richiesta di un servizio di assistenza psichiatrica sono generati più facilmente dalla reazione del contesto dove vive la persona, che non dal paziente in quanto "malato". La patologia mentale non si sviluppa mai improvvisamente e in molti casi, l'adattamento "ai limiti" che era riuscito ad attuare il paziente si rompe per dei fattori comuni come per esempio: a) l'arrivo di nuovi vicini che possono facilmente "sentire" il malato come una minaccia per la loro incolumità; b) l'incapacità o l'indisponibilità delle persone che normalmente si occupano del paziente a portare avanti la vecchia funzione, a causa di una malattia, dell'invecchiamento, o per saturazione, o per mancanza di rinforzi positivi sulle aspettative di "guarigione"; c) il trasferimento in un'abitazione più piccola, o comunque in un'altra abitazione; d) il riemergere di una sintomatologia passata e manifesta come per esempio il rispondere ad alta voce alle "voci"; e) avere dei guai con la giustizia, e, più in generale, essere un "elemento di disturbo" verso gli altri nel territorio di appartenenza del paziente. Pertanto, l'etichetta diagnostica, di per sé, non fornisce mai queste informazioni così specifiche quanto importanti per conoscere la ragione per la quale il paziente è stato portato all'attenzione del referente psichiatrico.
4. L'etichetta diagnostica, non aiuta a fornire alcuna informazione sugli obiettivi del trattamento terapeutico: anzi, molto spesso può essere un ostacolo vero e proprio alla buona riuscita terapeutica.
5. L'etichetta diagnostica non dà informazioni sulle modalità per intervenire nello stile di vita del paziente al fine di ottenere dei cambiamenti. Pertanto, le modalità di trattamento terapeutico risulteranno aspecifiche e indefinite rispetto all'unicità del paziente in quanto persona. In tal modo, seguendo questo iter, si perdono per strada tutte le potenzialità riabilitative.
6. Nel concettualizzare i pazienti che hanno ricevuto l'etichetta di paziente psichiatrico cronico, sia che ci si orienti mediante un paradigma di scuola psicodinamica, oppure con un'impostazione biochimica, o con altri approcci differenti, in ogni caso il dato comune è che nessuno di questi indirizzi aiuta operativamente a livello terapeutico.
Spivak propone di iniziare a considerare il paziente, definito cronico, in base al suo comportamento nel suo contesto significativo.
Secondo l'Autore, per questo tipo di pazienti, e per le persone per loro significative, sono vere alcune considerazioni:
* in relazione alle norme sociali dell'ambiente in cui vivono, hanno gravi problemi di esistenza.
* La vita, per loro, può essere descritta come un continuo ripetersi di fallimenti personali e sociali nel raggiungimento della gratificazione dei propri bisogni e delle loro persone significative.
* I percorsi interazionali di queste persone e di quelle che appartengono al loro ambiente si allontanano reciprocamente e progressivamente. Questo processo conduce alla desocializzazione, cioè all'allontanamento dell'individuo dai rapporti sociali con la conseguente limitazione e cristallizzazione della sua articolazione sociale. La desocializzazione comprende non soltanto il "paziente", ma anche le persone significative intorno a lui, compreso il personale terapeutico.
* Come conseguenza di questo allontamento le altre persone del suo ambiente iniziano ad isolarlo, facendogli evitare le situazioni in cui potrebbe fallire.
* Insieme al processo d'isolamento si aggiungono, da parte delle persone del suo ambiente di appartenenza, anche sentimenti di rabbia contro il paziente, generati dal suo essere inadeguato rispetto ai ruoli previsti, ma anche dal carico emotivo conseguente al confronto quotidiano con il suo comportamento deviante rispetto alla norma. La rabbia si associa spesso a sensi di colpa per il sentimento della rabbia stesso e per il sentirsi più o meno consapevolmente "causa" o quanto meno insufficienti nel soddisfare i bisogni del paziente, che anche lui, reciprocamente, prova gli stessi sentimenti.
* La rabbia e la colpa, molto frequentemente, sono dei carichi emotivi insostenibili dalle persone del contesto di appartenenza del paziente. Per la riduzione di questo carico emotivo viene usato spesso un metodo che è quello di dare un nome al "fenomeno", che viene a sua volta reificato per cui si reagisce ad esso come se fosse il fenomeno stesso. In altre parole, l'etichetta diagnostica diviene la reificazione di un comportamento "patologico" molto complesso, quindi quasi del tutto sconosciuto e irrangiungibile. L'etichetta diagnostica viene pertanto usata in sostituzione di tutti i comportamenti difficili da capire e da affrontare, cioè per limitare l'insorgenza dei sensi di colpa e dei sentimenti di rabbia. Però l'uso dell'etichetta diagnostica porta inevitabilmente alla "rassicurante" considerazione che la malattia mentale, in questo caso, è incurabile in quanto non modificabile; e reciprocamente anche il paziente internalizza questa mancanza di speranza per la possibilità di un cambiamento ed identifica se stesso e le sue azioni con la sua diagnosi.
* Quindi avviene un abbandono parallelo: da parte del paziente e dagli altri, compresi gli operatori psichiatrici, e ciò si concretizza nel mantenere il "sistema", nel senso di mantenere il paziente stabile per cui non esistono più progetti di cambiamento e di fatto viene attuato il principio del minimo sforzo. Da parte del paziente, invece, abbandonare ogni possibilità di cambiamento e di miglioramento vuol dire prima cosa evitare la paura dell'ennesimo fallimento e poi soprattutto ritirarsi emotivamente dal rapporto con gli altri. Il paziente "corazzato" emotivamente, è il paziente che non vuole più cambiare, che ha deciso di non essere più permeabile agli stimoli esterni, e che vuole rimanere per sempre il " paziente psichiatrico cronico".
* Se questo comporta l'invio ai servizi psichiatrici o anche l'ospedalizzazione, in ogni caso, quasi sempre, non verrà considerato un elemento fondamentale: L'ASSENZA DI COMPETENZE SPECIFICHE COME CAUSA RESPONSABILE DEI FALLIMENTI.
Pertanto, la prossima volta che il paziente avrà gli stessi stimoli e si impegnerà in un'azione, ci sarà un'alta probabilità ed aspettativa di fallimento, anche da parte delle persone significative. Il che comporta:
1. La limitazione degli stimoli e delle richieste ambientali, sia da parte del paziente che dalle persone significative per lui.
2. La progressiva diminuizione di significatività degli stimoli per il paziente per il condizionamento del fallimento.
Praticamente, il paziente, si trova a questo punto in un contesto deprivato che è composto da delle normative miranti alla stabilità del sistema: l'effetto delle azioni del paziente è per la prima volta il "successo", inteso come comportamento adeguato e compatibile con il proprio sistema di relazione, cioè con il contesto d'appartenenza. Per questo tipo di paziente, la riabilitazione è correlata inscindibilmente al miglioramento dell'articolazione sociale con il contesto di appartenenza.
Per articolazione sociale, Spivak, intende l'abilità di rapportarsi e di soddisfare in modo adeguato, i bisogni e le richieste personali, sociali, finanziarie, emotive del paziente stesso e delle persone significative per lui nel suo spazio vitale.
E' possibile descrivere in modo appropriato lo spazio vitale di una persona mediante cinque aree di vita:
1. abitazione;
2. lavoro;
3. cura personale;
4. spazio sociale e ricreativo.
5. compagni e\o famiglia.
" Il compito della riabilitazione diventa allora lo sviluppo di quei Comportamenti Socialmente Competenti (C.S.C.) che accresceranno l'articolazione sociale della persona in ciascuna di queste cinque aree di vita" (2). Perché "La differenza tra le competenze necessarie e quelle esistenti definisce gli elementi del progetto terapeutico"(3). "Il mezzo per realizzare questi obiettivi è la risocializzazione del paziente. La risocializzazione viene realizzata per mezzo dell'interazione operatori-paziente. Il contesto di queste interazioni risocializzanti, per essere efficace al massimo, dovrebbe essere realizzato in un ambiente che favorisca lo sviluppo di comportamento organizzato" (4). L'Autore propone che i programmi di riabilitazione comprendano Attività di Gruppo di Competenza Sociale (A.G.C.S), che: "sono attività di gruppo, strutturate, composte di Parti Componenti che devono essere specificate; al loro interno il personale ed i pazienti interagiscono per sviluppare i C.S.C."(5).
Il concetto di risocializzazione è in rapporto diretto con quello di desocializzazione, che si può definire la riduzione dell'articolazione sociale, mediante il distacco del paziente dalla partecipazione alle attività del contesto sociale di appartenenza.
Secondo Spivak, ci sono almeno quattro condizioni fondamentali che antagonizzano i fattori della desocializzazione:
1. Supporto. Comprende le interazioni tra operatore-paziente finalizzate alla comunicazione al paziente che l'operatore è consapevole delle difficoltà che si sta vivendo l'utente nell'entrare in rapporto con lui. In sintesi l'operatore si deve porre in una posizione di vera accettazione di come il paziente è, e nello stesso tempo non svilupperà nei suoi confronti delle aspettative idealistiche che porterebbe all'ennesimo fallimento del rapporto interpersonale.
2. Permessività per l'Espressione di Comportamento Deviante. Rimanendo dentro i confini di tutela per l'incolumità delle persone e delle cose, questo atteggiamento presuppone un riadattamento degli standard di comportamento e di successo nell'interazione operatore-paziente all'interno del setting riabilitativo. Pertanto, comportamenti bizzarri, aspetto trasandato, non limiteranno una buona situazione interattiva e questo antagonizza il risultato delle esperienze passate del paziente. Se gli operatori hanno una relazione buona con i pazienti; se hanno la competenza di parlare con i pazienti che hanno un comportamento deviante al di fuori dell'ambiente centrale di attività per evitare l'effetto di risonanza emotiva con il resto del gruppo; se insomma i pazienti si sentono ascoltati e sicuri con gli operatori, allora può essere permessa anche una maggiore espressione dell'emotività, evitando il surplus di copertura con la terapia farmacologica.
3. Non confermare le Aspettative Devianti. "Un comportamento che si incontra comunemente nel paziente desocializzato è l'atteggiamento di rifiuto verso i tentativi di occuparlo in una attività assieme all'operatore"(6). Generalmente l'operatore risponde a questo atteggiamento di rifiuto con: a) un altro rifiuto, nel senso che "lo lascia in pace"; b) con una punizione che può essere di vario tipo. In tutti e due i casi il paziente ha rinforzato quelle che erano le sue aspettative di interazione desocializzante.
4. Impiego selettivo delle ricompense. A livello comportamentale, è molto semplice: i tentativi di socializzazione vanno ricompensati e i comportamenti desocializzati no. Nei pazienti fortemente desocializzati, però, è difficile capire ciò che potrebbe essere una ricompensa. In realtà, la condizione irrinunciabile è di sviluppare relazioni intense e significative con i pazienti affinché siano le relazioni umane, innanzitutto, a costituire la prima ricompensa fondamentale per costruire la prima base dell'articolazione sociale.
Il compito principale della riabilitazione sociale è quello di specificare gli obiettivi del trattamento mediante la diagnosi degli handicap di competenza sociale nelle aree dello spazio vitale e di rapportarli sistematicamente alle attività di gruppo in modo da sviluppare le competenze sociali. "Per determinare gli handicap nella competenza sociale di ciascun individuo [Ö] è necessario esaminare le conseguenze personali e sociali del suo comportamento desocializzato. I comportamenti che non sono conformi al proprio standard personale non sono necessariamente desocializzati e neanche necessariamente handicappanti in termini di articolazione sociale dell'individuo. Piuttosto, un comportamento handicappante è quello che non conformandosi agli standard accettati e non essendo utile per far fronte con successo (alle situazioni) porta all'essere evitati e isolati dagli altri, e al fallimento nei compiti. In modo simile, si presuppone che l'assenza di comportamenti socialmente competenti richiesti, porti al fallimento sociale e personale" (7).
Il piano di trattamento dovrà essere uno strumento preciso e completo, costruito su misura dagli operatori mediante l'analisi dell'interazione dell'utente con le persone significative nel suo spazio vitale su ogni singolo paziente del centro di riabilitazione e comprende allo stesso tempo:
1. i comportamenti socialmente competenti (C.S.C), che dovrebbero essere sviluppati;
2. i comportamenti socialmente incompetenti (C.S.I), che dovrebbero essere eliminati;
3. la focalizzazione degli obiettivi per ogni specifico momento del programma;
4. gli elementi strutturali del programma che vengono attivati nelle attività di gruppo (unità di competenze sociali U.C.S.);
5. i tipi di interazioni più adeguate tra operatori e pazienti.
Bibliografia
1. Mark Spivak, "Introduzione alla riabilitazione sociale, teoria, tecnologia e metodi di intervento", in "Freniatria", Vol. CXI, 1987, N.3, pagg. 522-574.
2. Ibidem, pag. 546.
3. Mark Spivak, "Un modello interpersonale per capire e neutralizzare i processi cronici nei pazienti psichiatrici", in "Freniatria", Vol. CXVI, 1992, N.2, pag. 195.
4. Mark Spivak, "Introduzione alla riabilitazione sociale, teoria, tecnologia e metodi di intervento", in "Freniatria", Vol. CXI, 1987, N.3, pag. 562.
5. Ibidem, pag. 551.
6. Ibidem, pag. 566.
7. Mark Spivak, "Annali di psichiatria e discipline collegate", Israele, Vol. 15, N. 3, Settembre 1977, Pag. 4, Traduzione A.M. Pesciatini.
8. Mark Spivak, " Il piano di trattamento secondo il metodo Spivak", consulenza scientifica del Prof. L. Burti ; dal testo italiano a cura di A.M. Pesciatini: per gentile concessione.