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Il miglioramento delle condizioni dei pazienti come risultato del miglioramento del rapporto terapeutico; una ricerca correlativa sul campo

di
Fedeli D.*, Quintiliani R.** e Urso A.***

1)Background teorico: la relazione terapeutica come strumento di cura
2) Considerazioni metodologiche
3) L'indagine pilota: presentazione dei primi dati

La presente ricerca, tutt'ora in corso, intende valutare l'efficacia di uno specifico trattamento in comunità terapeutica per soggetti psicotici. L'interesse per questa ricerca nasce dalla recente attenzione per il ruolo della relazione terapeutica nelle psicoterapie cognitive.
La comunità da noi studiata individua proprio la relazione privilegiata tra operatore e paziente come lo strumento principale nell'intervento sullo stato di psicosi. Di conseguenza, abbiamo ritenuto particolarmente interessante verificare l'applicabilità degli attuali modelli cognitivistici di relazione terapeutica nel trattamento di soggetti con psicosi.

1. Background teorico: la relazione terapeutica come strumento di cura
L'interpretazione dei disturbi psicotici ha ormai completamente superato una visione esclusivamente psicologica o genetica, rifacendosi invece ad una complessa interazione tra queste due categorie di fattori.
Ma, soprattutto, il concetto di vulnerabilità si sgancia da un ancoraggio meramente organico, comprendendo in sé anche una serie di variabili psicologiche, tra cui sembrano giocare un ruolo centrale anche i Modelli Operativi Interni sviluppati dal soggetto.
Sia richiamandosi ai MOI descritti da Bowlby, sia rifacendosi agli schemi interpersonali proposti da Safran e Segal, in entrambi i casi si tratta di schemi attraverso cui il soggetto dà significato ed ordine all'inseme di esperienze relative a se stesso, agli altri ed al reciproco rapporto.
La caratteristica distintiva di tali schemi è quella di svilupparsi nei primissimi anni di vita del soggetto, quando il bambino ancora non si è appropriato del linguaggio come strumento per rendere le proprie esperienze parte della memoria episodica verbalizzata: pertanto, hanno una chiara strutturazione preverbale e non consapevole.
Qualora questi schemi si sviluppino in maniera disfunzionale, allora si innalza il livello di vulnerabilità individuale a situazioni di stressanti, col relativo rischio di esito psicopatologico.
Proprio la loro strutturazione non verbale rende questi schemi difficilmente attaccabili con le classiche metodiche della psicoterapia cognitiva, richiedendo invece un intervento capace di agire direttamente al livello delle emozioni legate ai MOI.
In questo senso, allora, la relazione terapeutica può divenire luogo privilegiato di osservazione di tali schemi in azioni, nonché strumento attraverso cui fornire una disconferma non più razionale, ma esperenziale di tali Modelli Operativi Interni.
Il recupero della relazione terapeutica, così intesa, è ormai patrimonio acquisito delle psicoterapie cognitive applicate ai disturbi cosiddetti nevrotici. Maggiori ambiti di sperimentazione sono invece offerti dai disturbi schizofrenici, in cui è radicalmente alterato proprio il rapporto con l'altro, sia nelle dimensioni quantitative sia in quelle qualitative.
La ricerca qui presentata parte proprio da questo background teorico, cercando di analizzare il ruolo svolto dalla relazione terapeutica nell'intervento con soggetti psicotici in comunità residenziale.
In sintesi, l'obiettivo è quello di avviare uno studio pilota che permetta di verificare se la relazione paziente-operatore possa costituire il terreno in cui possono emergere gli schemi interpersonali distorti del paziente. Inoltre, la relazione con l'operatore quale 'base sicura' dovrebbe fornire quell'insieme di esperienze emozionali disconfermanti le aspettative negative connesse con schemi d'attaccamento disfunzionali.
Inoltre, rifacendosi alla teoria costruttivista di Kelly, la relazione terapeutica potrebbe rappresentare una perturbazione in grado di mobilitare il sistema di costrutti del paziente in direzione di una maggiore flessibilità e coerenza.
La specificità del lavoro nelle nostre Comunità consiste in un piano d'intervento, basato sull'affido terapeutico. In altre parole, un operatore (psicologo) prende in carico un paziente, assumendosi la responsabilità di accompagnarlo lungo tutte le esperienze quotidiane di vita in comunità.
L'operatore di affidamento in realtà non svolge specifiche attività terapeutiche col paziente (ad esempio, colloqui, sedute psicoterapeutiche, ecc.). Piuttosto, l'idea di base è che il rapporto privilegiato che si viene a creare costituisca il terreno in cui il paziente possa elaborare nuove e più funzionali modalità di relazione con se stesso, con l'altro e con la realtà.
Nell'intendimento di tale approccio, la relazione con l'operatore dovrebbe da un lato rispondere ai bisogni affettivi d'attaccamento del paziente, opportunamente modulati dalla capacità del terapeuta di porsi quale base affidabile; dall'altro lato, dovrebbe permettere al paziente di riconoscere e sperimentare le proprie capacità di espressione adulta, all'interno di un rapporto sicuro e privo di rischi.
In altri termini, la relazione si snoda costantemente tra il piano affettivo e quello di confronto adulto.
L'obiettivo del rapporto è quello di produrre una modifica degli schemi interpersonali del paziente: questa visione è strettamente connessa con la teoria dell'attaccamento di Bowlby, come riformulata in un'ottica cognitivista. Attraverso il rapporto, cioè, con una base sicura affidabile (impersonata dall'operatore), si genera un'evoluzione dei Modelli Operativi Interni (MOI) del paziente in direzione più matura, in cui cioè trovino equilibrio la spinta all'autonomia e la giusta modulazione dell'attaccamento. La relazione terapeutica quindi diviene strumento attraverso cui, nella quotidianità della vita comunitaria, il paziente può ricostruire un Sé amato/amabile.

2) Considerazioni metodologiche
Partendo dai presupporti teorico-operativi descritti, abbiamo potuto constatare la stretta correlazione tra il recente approccio alla relazione terapeutica in ambito cognitivista e la metodologia operativa della comunità Reverie1.
Pertanto, abbiamo deciso di condurre una ricerca volta a verificare l'esistenza di una correlazione tra il miglioramento dell'alleanza terapeutica (nei termini di fiducia, empatia ed accettazione incondizionata) ed evoluzione positiva del quadro sindromico presentato dal paziente.
Per indagare lo stato psicopatologico, si è ricorsi al MMPI versione ridotta, in quanto rappresenta uno degli strumenti coni più alti indici di validità ed attendibilità, verificati in numerose ricerche.
L'alleanza terapeutica è stata valutata con il Working Alliance Inventory Scale (versione per terapeuta e per paziente), nell'adattamento italiano di Lingiardi. Questo strumento ci permette di valutare tre aspetti distinti del rapporto terapeutico: orientamento al compito, orientamento all'obiettivo e qualità del legame affettivo.
I presenti strumenti vengono somministrati ripetutamente, a distanza di un mese. Inoltre, per una parte del campione, si valuta l'influsso dell'interruzione del rapporto terapeutico durante il periodo estivo. Il disegno della ricerca in questo caso è pertanto BAB (intervento - sospensione - intervento).
I questionari vengono somministrati da intervistatori estranei alla comunità, che non sono a conoscenza degli obiettivi della ricerca. In tal modo si intende escludere qualsiasi distorsione dei dati, imputabile alle aspettative dell'intervistatore.
Il campione è costituito dai 15 pazienti ospitati presso la comunità. L'età è compresa tra 17 e 43 anni (M=30). Le diagnosi del gruppo sono le seguenti:

disturbo di personalità: 1
disturbo dell'umore con disturbo di personalità: 3
disturbo dell'umore con manifestazioni psicotiche: 4
psicosi con disturbo di personalità: 1
psicosi secondaria ad abuso di sostanze: 2
schizofrenia e psicosi: 4

Vista la limitatezza del campione e la difficoltà ad impiegare un gruppo di controllo, si è deciso di ricorrere ad un disegno di ricerca su singoli soggetti. In questo caso, ogni soggetto funge da controllo per se stesso, attraverso il confronto tra misurazioni ripetute.
D'altro canto, lo stesso Kazdin indica il disegno N=1 come quello che meglio riesce a coniugare validità interna e validità esterna; inoltre, si tratta di una metodologia tipica dell'approccio cognitivo-comportamentale, impiegato spesso per sviluppare tecniche d'intervento.
Questo specifico disegno di ricerca si dimostra particolarmente utile soprattutto nel caso di patologie poco frequenti o nel caso di popolazioni difficilmente raggiungibili e gestibili per ricerche su gruppi (come nel caso di soggetti psicotici già inseriti in piccole comunità).
Indubbiamente, non ignoriamo le possibili debolezze metodologiche di questo disegno, motivo per cui la seconda fase di questa ricerca prevederà esplicitamente il ricorso ad un gruppo di controllo.
Tuttavia, gli studi del settore (si veda in particolare l'opera di Kazdin) indica una serie di accorgimenti che migliorano fortemente l'attendibilità dei dati raccolti e la loro generalizzabilità. In primo luogo, l'impiego di dati quantitativi, motivo per cui abbiamo deciso di ricorrere ai due questionari già citati, che forniscono punteggi precisi.
Inoltre, vengono raccomandate misurazioni ripetute: nel nostro caso, abbiamo svolto somministrazioni ripetute a cadenza mensile.
In terzo luogo, il ricorso a più soggetti: ogni caso può essere visto come replica dell'esperimento, aumentando ovviamente l'attendibilità del dato: nella nostra ricerca sono stati studiati 10 pazienti. In questo modo, gli effetti registrati su più soggetti difficilmente possono essere imputati a caratteristiche idiosincrasiche.
Anche l'eterogeneità dei casi osservati migliora la validità dei dati: infatti, con soggetti differenti per una serie di variabili socio-demografiche, difficilmente gli effetti del trattamento possono essere imputati ad un'unica fonte di invalidità (come il fattore storia o maturazione). Il campione da noi impiegato presenta un'elevata eterogeneità interna.
Un ultimo elemento in grado di migliorare la qualità dei dati raccolti riguarda la stabilità della condizione studiata. Infatti, in presenza di patologie relativamente stabili negli anni, eventuali cambiamenti in corrispondenza del trattamento sono più facilmente attribuibili all'intervento. Ora, tutte le più attendibili ricerche del settore indicano un'elevata tendenza alla cronicizzazione dei disturbi psicotici.
L'insieme di questi fattori ci permette di migliorare l'affidabilità della metodologia di ricerca da noi impiegata.
Un'ultima considerazione metodologica riguarda le numerose attività svolte dal paziente in comunità (danzaterapia, psicoterapia con seduta settimanale, ecc.). Analizzando tutta la più recente e rigorosa letteratura del settore (Roth e Fonagy, 1997), possiamo escludere che tali interventi (soprattutto a frequenza settimanale) possano avere un reale e significativo impatto terapeutico su pazienti psicotici. Tra l'altro, anche il trattamento farmacologico porterebbe ad una completa remissione dei sintomi in meno dei 2/3 dei pazienti. Questo permette di escludere tali variabili in quanto variabili di disturbo, in questa fase preliminare della ricerca. Ulteriori conferme le avremo quando introdurremo il gruppo di controllo.

3) L'indagine pilota: presentazione dei primi dati
Attualmente, disponiamo solo di alcuni dati iniziali, soprattutto per quanto attiene lo stato psicopatologico misurato con l'MMPI. In questa fase pilota, abbiamo voluto soprattutto testare la validità del disegno adottato, nonché l'applicabilità degli strumenti di misura prescelta. In questo senso, i primi risultati sembrano confortanti.
Un dato merita tuttavia particolare attenzione. Delle tre dimensioni relazionali misurate dal WAI (qualità del legame, orientamento al compito e definizione degli obiettivi), i primi risultati raccolti indicano che il miglioramento dello stato psicopatologico si correla soprattutto con l'aumento dei punteggi nella scala che misura l'orientamento al compito. Questo dato, qualora confermato dai risultati futuri, dimostra come la relazione col paziente psicotico potrebbe evolversi proprio lungo la capacità di relazione adulta e basata su un esame di realtà, proprio attraverso la mediazione dell'operatore nel modulare il rapporto con la realtà esterna quotidiana.
Inoltre, sembra esistere una correlazione tra le valutazioni dell'operatore e quelle del paziente, rispetto all'alleanza terapeutica, soprattutto quando il paziente ottiene risultati positivi nella subscala dell'orientamento al compito.
Probabilmente, questo dato potrebbe essere influenzato anche dal fatto che i pazienti finora osservati già hanno compiuto un determinato percorso in comunità: sarà interessante verificare, con nuovi accessi, se è possibile descrivere il ciclo interpersonale che da un'attivazione dei sistemi motivazionali dell'attaccamento conduce ad una maggiore attivazione del sistema paritetico-cooperativo.

* Associazione di Psicologia Cognitiva I Talenti, Roma
** Associazione Reverie Comunità 1, Roma
*** Pontificia Università San Tommaso d'Aquino, Roma