E LA NAVE VA...
di
GIUSEPPE SMIRIGLIO
(Reverie, giugno 1999)
Posso dire che il viaggio iniziò col tirocinio ed è tuttora in corso.
L'approdo ebbe un brevissimo transito iniziale presso la C.T.C. col
passaggio alla C.R.R. per esigenze contingenti interne alla medesima.
L'intento di questo scritto è di trasferire alcuni vissuti salienti di
quella esperienza sotto forma narrativa convinto che il mezzo
dell'esposizione teorica di una relazione non garantisca l'autenticità
dell'intento.
Risalendo indietro nelle stanze della memoria, nello sforzo di operare una
sintesi, ritrovo due vissuti significativi estremamente intrecciati che
ruotano intorno a due termini pregnanti: atemporalità,
vanificazione/significazione.
In principio era il tempo parafrasando l'inizio del Prologo di Giovanni: "In
principio era il Verbo".
Nell'impatto del primo approdo fu la cornice di un tempo indefinito, lento,
parallelo all'evidenza immediata ad avvolgermi come un vestito. Sebbene il
tempo quotidiano fosse scandito da orari, ritmi di attività individuali e
collettive, da momenti significativi che strutturano la vita giornaliera
della comunità, ebbi la percezione dello scorrere di un tempo indefinito
parallelo e sovrapposto a quello esplicito dei ritmi quotidiani. Ebbi così
la sensazione ben tollerata di una sospensione transitoria tra "realtà e
sogno".
Tollerando l'incomprensibile e sostenendomi nel procedere anche attraverso
la supervisione interna, l'operatore guida a cui ero affidato e gli
operatori in turno, mi ritrovavo come dentro un vestito dai colori
indefiniti e dai confini incerti, solo in parte, credo, derivante dalla
natura ibrida del ruolo di tirocinante. Stavo dentro un tempo senza nome, un
tempo "atemporale" che dalla mente dei pazienti fluiva nell'atmosfera
comunitaria, talora placida bonaccia, talora aria surriscaldata di
temporale.
E la nave va...dalla terraferma al mare aperto, nella dimensione atemporale
della psicosi, dalla mente dei pazienti agli oggetti mentali degli
operatori, dal tempo senza nome dei pazienti all'approssimazione temporale
definitoria della mente degli operatori.
Era questa la prima sensazione che mi aveva suscitato l'approdo, che mi
aveva accompagnato agli inizi, adesso più chiara nel suo dispiegarsi.
Nella memoria il ricordo, fra tanti, dei saliscendi nervosi di P. sulle
rampe di scale scanditi da sonori accessi di tosse riecheggianti in piena
notte, inframezzati da soliloqui turbinosi, da turpiloqui e imprecazioni
sovrapposti alla voce dell'operatore, al suo intervento finalizzato a
restituire un tempo, un confine, un contenimento.
Le richieste di C., sempre più pressanti, avide e aggressive di caffè e
sigarette, lo scontro animato con M., finalizzato a interrompere il suo
incollamento ai videogiochi.
Un altro vissuto saliente agli inizi nei primi contatti coi pazienti è stato
un sentimento transitorio di svuotamento della mia vita personale, di
vanificazione delle capacità relazionali, di svuotamento di senso rispetto
agli oggetti e alle cose.
Più tardi fu chiaro che questi sentimenti scaturivano dalla relazione con i
pazienti i quali operavano quella che Racamier definisce "vanificazione".
Si tratta di un'azione psichica finalizzata a rendere vani gli sforzi
altrui, a vanificare le altrui competenze relazionali. E' la conseguenza di
una scissione riuscita e di una proiezione di una percezione profonda di
impotenza, di non farcela da parte del paziente. Quelli che possono sembrare
incapacità o difetti del paziente, in effetti sono uno speciale adattamento
o aggiustamento di compromesso operato nei confronti della realtà. Egli si
aggiusta in modo tale da evitare il dolore psichico frammentandolo in mille
pezzi nelle tante dislocazioni delle menti degli operatori e dei pazienti
stessi.
Da parte mia avvertivo un vissuto controtransferale di lontananza, di
distanziamento rispetto alla mia vita privata soggettiva, come se si
svalutasse dentro la mia mente in un "ALTROVE" lontanissimo.
Mi accorsi che l'integrazione delle parti scisse e un minimo di
ricompattamento del Sé del paziente avveniva se la corrispondente
integrazione si formava nella mente gruppale degli operatori nello sforzo di
restituire senso, di riunire, di raccogliere i pezzi.
Come dopo un naufragio si recuperano le scialuppe di salvataggio e i resti
del relitto, così mi sentivo talvolta nel quotidiano tentando di rianimare e
di significare parti di vite che si abbandonavano a un livello inferiore di
sviluppo.
Nella mente l'idea di una nave che può salpare, almeno in una dignità e
qualità di vita migliore.
E la nave va... Adesso il porto d'origine è lontano e occorre lavorare per
aver chiaro dove andrà.
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