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Lavorare con le famiglie nelle
Comunità Terapeutiche Residenziali (C.T.R.) in Psichiatria:
l’esperienza delle Comunità Reverie

Felice D. Torricelli*

Rispetto a qualsiasi altro contesto di terapia psicologica quello della Strutture Residenziali si impone per almeno due condizioni che ne caratterizzano fortemente la diversità e che sono potenzialmente collusive con le dinamiche presenti nella famiglia al momento della richiesta di inserimento:
1 - la continuità del rapporto terapeuta-paziente;
2 - la discontinuità del rapporto famiglia-paziente.
La residenzialità terapeutica propone, dunque, modalità peculiari di rapporto tra terapeuta-operatore e paziente in carico alla struttura.
La condivisione della vita quotidiana comunitaria (il "comunitarismo" di Rapoport, 1982) è uno degli strumenti di base dell'intervento nella terapia di comunità: i membri dello staff condividono con i pazienti tutti i tempi e le azioni del quotidiano, ed è proprio attraverso questa condivisione di atti concreti che si strutturano relazioni potenzialmente terapeutiche.
Uno dei principali rischi che comporta la metodologia della Comunità Terapeutica è che l’équipe entri nel "gioco" dalla parte del paziente: la convivenza prolungata, la condivisione e l'intensità degli affetti che si strutturano nel rapporto tra l'utente - che si presenta nel rapporto con l'operatore come bisognoso e indifeso, in balia di una famiglia che appare incompetente e a volte ostile - e l'operatore di Comunità Residenziale - che solitamente struttura la scelta di lavorare in una Comunità Terapeutica su una forte motivazione umanistica e su potenti istanze salvifiche - sono spesso ragione del fatto che gli operatori tendano, se lasciati a lungo senza il supporto dell’équipe e della possibilità di leggere la sintomatologia dell'ospite da posizioni meno coinvolte, a vedere la situazione relazionale del paziente con i suoi occhi e con i suoi soltanto, che possano perdere il senso della complessità interpersonale della sua situazione e quindi cominciare a pensare alla sua storia negli stessi termini in cui ci pensa il paziente.
Il rischio, per l'operatore, sta nell'impossibilità di aiutare l'utente, il suo sistema di appartenenza e a volte anche se stesso ad uscire dal perpetuarsi di modalità di lettura della realtà che sono le stesse che hanno portato alla situazione di interesse psichiatrico. Dal punto di vista delle risposte emozionali dell'operatore, infatti, la partecipazione in maniera tanto piena e con la complessità di ruoli che comporta la C.T.R., implica forme estreme di coinvolgimento che facilmente assumono la forma di quelle che Kernberg chiama fissazioni controtransferali (Kernberg, 1980; Cancrini, 1995) pericolose per la stessa funzionalità della struttura e che solo se attentamente e continuamente supervisionate, all'interno di un’équipe motivata e compatta possono essere sufficientemente disinnescate dal loro potenziale boicottante ed evitare pesanti ricadute sulla funzionalità dell’équipe, sulla salute mentale degli operatori e, in definitiva, sulla cronicizzazione delle terapie degli utenti (Cancrini, 1996; Searles, 1995).

Dal punto di vista del paziente e della sua famiglia, la discontinuità che si impone con l'inserimento in C.T.R. ha implicazioni altrettanto complesse e problematiche per la riuscita del percorso terapeutico.
L'allontanamento del paziente dal suo contesto originario, infatti, per quanto comporti la separazione fisica, non costituisce tuttavia una soluzione di continuità rispetto al meccanismo familiare di strutturazione della psicosi, come dimostra tutta la pratica manicomiale: in mancanza di stimolazioni dall'esterno la famiglia semplicemente "si ristrutturerà sull'assenza" del paziente designato, ma sempre e comunque all'interno delle regole e delle modalità relazionali usate in precedenza, lasciando così di fatto immodificate la condizioni che sostengono la sintomatologia psichiatrica.
Proprio l'incastro tra dinamiche relative alla separazione attive nella famiglia e proposta della collocazione residenziale diventa, in questi casi, oggetto privilegiato dell’attenzione nel lavoro con le famiglie di pazienti in C.T.R..

Una prima tipologia: tra appartenenza e discontinuità
Ad esempio, un certo numero di casi si impone per la drammaticità della sintomatologia, per l'esordio spesso recente di questa e, soprattutto, per la sua evidente funzionalità all'interno della famiglia, laddove appare indispensabile alla stabilizzazione. In questi casi, nonostante l'avvio dell'iter psichiatrico, la designazione diagnostica sembra non essere ancora una mappa condivisa da tutti: i parenti sono spesso ancora alle prese con i riaggiustamenti successivi all'esplosione sintomatica e solitamente è ben presente nella loro memoria un episodio “scatenante” a cui danno valore causale; gli operatori del Servizio Pubblico scelgono l'invio alla C.T.R. in considerazione della qualità multidimensionale dell'intervento che propone e, spesso, della diminuzione delle tensioni attive nella convivenza tra paziente e familiari prospettata dall'inserimento residenziale; il paziente, per parte sua, è calato ancora nel senso nell'utilità sistemica del suo sintomo e raramente lo considera ineluttabile fattore di identità.
Il quadro generale è quindi quello delle situazioni psicotiche in cui si attivano per la prima volta dinamiche espulsive del paziente designato.
Possiamo fare la ricostruzione che il ricorso alla Struttura Intermedia Residenziale sia, in questi casi, il segno di una recente recrudescenza del gioco in atto all'interno della famiglia per cui, ad un certo punto, nessuno se la sente più di sostenere il continuo "rilancio" proposto dal paziente con la recrudescenza sintomatica.
In altri termini si può dire che il sintomo qui è sentito come utile alla stabilità del sistema familiare ma eccessivamente dispendioso, tanto da non poter essere ulteriormente sostenuto senza mettere in discussione l’equilibrio familiare così tenacemente perseguito. La sofferenza e lo stress connessi alla drammaticità del sintomo attivano, allora, particolari dinamiche espulsive del paziente designato che si dipanano nella direzione di individuare una sua collocazione esterna alla famiglia che allontani il rischio di instabilità del sistema che si profila sotto la pressione dei comportamenti del paziente.

Cinzia ha ora 31 anni, è l’ultima di 6 figli (5 femmine e un maschio). Dei genitori vive la madre mentre il padre, che è sempre vissuto lontano dalla famiglia e che ha conosciuto solo qualche anno fa, è morto.
L'esordio della sintomatologia psicotica, con una Bouffed Delirante, risale a quando Cinzia aveva 21 anni. La sintomatologia prevalente la vedeva mettere in atto soprattutto comportamenti autoaggressivi.
Nel periodo fra l'esordio e l'inserimento in C.T.R., risalente a 2 anni fa, non ha seguito alcun programma psicoterapeutico, visto che nei lunghi periodi intercritici non sembrano essersi manifestati comportamenti eclatanti. Sono invece stati praticati diversi ricoveri in Cliniche Psichiatriche, tutti di breve durata.
La richiesta di inserimento arriva direttamente dalla famiglia (che su questo progetto attiva la USL) motivata con l'impossibilità di contenere in casa Cinzia per la crescente pericolosità dei suoi agiti eteroaggressivi verso la madre e la sorella Antonella (che a quell’epoca vivono insieme a lei) l'ultimo dei quali ha portato ad un T.S.O.
L'ingresso in C.T.R. viene mediato e preceduto da un ricovero in Clinica che avrebbe dovuto proporre una separazione "netta" dalla famiglia, secondo la quale un passaggio graduale dalla casa alla C.T.R. avrebbe attivato in Cinzia angosce insostenibili.

In questo caso la richiesta di collocazione in ambiente terapeutico residenziale arriva ben 8 anni dopo l'esordio sintomatico, periodo durante il quale la situazione di Cinzia è stata in relativo compenso pur senza ricevere particolari attenzioni terapeutiche. La situazione sembra cambiare allorché la sua aggressività si dirige sui familiari. Questo cambiamento sembra attivare la famiglia alla ricerca di una collocazione residenziale in C.T.R.
La modalità di separazione di Cinzia dalla sua famiglia che si propone, poi, è completamente nella direzione dell'agito e vede affermata l'impossibilità di qualsiasi elaborazione delle ansie che vi si collegano.
Sembra facilmente riscontrabile la coerenza di questi atteggiamenti familiari con l'assunto di un estrema difficoltà, dei sistemi famigliari con un membro psicotico, nell'affrontare le dinamiche di individuazione - appartenenza.. L'allontanamento su una giustificazione di malattia che avviene in questi casi, non è correlato al processo di individuazione: qui la separazione del paziente dalla famiglia non viene definita come tale in senso psicologico, ossia come processo di autonomizzazione e di presa di distanze psicologica pur nella continuità delle relazione (Bowen, 1978), ma come cesura della relazione stessa, punteggiata come "fare il bene" del paziente. Questa separazione inautentica (spaziale ma non psicologica) è agita ma non definita: la sua definizione in quanto tale, con il conseguente processo di autonomizzazione del paziente, è proprio ciò che la famiglia e la sua integrità non tollerano (Castellucci ed al., 1984).
In questa situazione quello che consegue all'allontanamento del paziente dal suo contesto di appartenenza non è una sua “separazione“ ma semplicemente una sua "assenza" dalla scena familiare, visto che sia lui che i familiari rimasti a casa continuano a vivere l'uno in funzione dell'altro e con le stesse regole d'interazione che caratterizzavano la vita familiare durante la convivenza.
Ora, se in passato il ricovero in manicomio del membro sintomatico permetteva - vista la spersonalizzazione del rapporto tra ricoverato e istituzione e la reciproca non interferenza tra questa e la famiglia - di avallare una situazione di assenza del paziente che consentisse di mantenere inalterati gli equilibri familiari, attualmente, nelle strutture intermedie residenziali, il rapporto tra istituzione e famiglia cambia radicalmente sia perché vi è concretamente l'esperienza della condivisione del problema rappresentato dal paziente (Lupoi, 1995) nella prospettiva della dimissione, sia perché il rapporto con il paziente viene fortemente affettivizzato.
E' allora necessario che a garantire l'immodificata qualità della relazione si strutturino, oltre all'assenza-separazione tra il paziente e la sua famiglia, modalità di rapporto specifiche che, agli occhi dell'osservatore, riportano, nel nuovo rapporto con la C.T.R., la stessa qualità confusiva delle relazioni familiari.
D'altra parte il "salto improvviso", la discontinuità che si propone nella storia familiare con l'allontanamento rischia, in queste famiglie, di attivare ansie intollerabili legate a fantasie di non sopravvivenza all'interruzione del rapporto che devono essere poi negate con comportamenti pseudo-adeguati (Stierlin, 1979).
Se quindi da un lato deve essere affermata la separazione spaziale fra membro problematico e famiglia, dall'altra deve essere assicurata la continuità del rapporto di appartenenza esclusiva al sistema familiare e alla sua storia. Questo scopo può essere raggiunto con una serie di comportamenti tesi a mantenere e/o verificare il mantenimento dell'appartenenza psicologica del membro in Comunità alla famiglia, comportamenti che si aggiungono a quelli tesi a rimarcare la separazione spaziale tra loro.
Entrambe le serie di comportamenti vengono comunemente messi in atto nel periodo immediatamente successivo all'inserimento residenziale.

All'inserimento di Cinzia in C.T.R. la madre e le sorelle agiscono una serie di comportamenti abbastanza comuni in questa situazione: ad esempio, vengono in comunità molto di rado e solitamente non rispettando né gli orari concordati con lei né i programmi stabiliti dall’équipe; non le fanno arrivare i soldi che le hanno promesso; le fanno continuamente lunghe telefonate da cui lei esce angosciata e confusa; rinviano continuamente gli appuntamenti fissati con l’équipe ma prendono spesso contatto con singoli operatori, solitamente per presentare rimostranze e dare indicazioni circa i comportamenti da tenere con Cinzia.

Nel rapporto con la C.T.R., le famiglie assumono una posizione apparentemente delegante segnalando, per certi versi, la richiesta di un rapporto C.T.R.-paziente di tipo essenzialmente assistenziale, centrato sull'accudimento. Questo atteggiamento sembra finalizzato a garantire il mantenimento nel tempo della separazione spaziale fra familiari e paziente, ad assicurare l'assenza di questo dallo scenario familiare e allontanare così il rischio d'instabilità del sistema.
Contemporaneamente attuano, però, comportamenti che sembrano segnalare la loro non adesione alle regole della C.T.R., proponendo una loro sfiducia di fondo e la necessità che siano loro, i familiari, ad organizzare le strategie terapeutiche relative al loro congiunto, solitamente in contrasto con le linee proposta dalla C.T.R.
Una ricostruzione plausibile è che i comportamenti totalmente deleganti, per quanto efficaci nel mantenere la separazione spaziale, non garantiscano, da soli, la continuità dell'appartenenza del paziente designato al sistema famiglia, né il rispetto dei reciproci vincoli di lealtà al comune ideale mitico di unità che lega fra loro i membri della famiglia.
La delega totale e compiuta a un sistema affettivamente pregnante come la C.T.R. espone al rischio che il membro paziente strutturi un'appartenenza alternativa a quella familiare, eventualità che viene vissuta come minaccia di disgregazione dell'unità familiare, inconciliabile con la sopravvivenza dei singoli rapporti fra i membri che sono i supporti irrinunciabili dell’identità personale di ognuno di loro.
In sintesi consideriamo la particolare modalità di delega che la famiglia si trova a dover fare alla Comunità come tesa a realizzare una separazione spaziale tra paziente e famiglia che da un lato metta al bando fluttuazioni e instabilità, dall'altro garantisca la continuità dell'appartenenza familiare del membro sintomatico: essa diventa una richiesta di presa in carico totale e paradossale per cui alla Comunità viene chiesto di fare tutto quello che c'è da fare per il paziente ma di seguire, in questo, le direttive della famiglia.
La comunicazione della famiglia alla Comunità Residenziale sembra dunque assumere la forma di un'ingiunzione del tipo: "Occupatevi di lui/lei, ma facendolo ricordate che lo fate per noi e che solo a noi appartiene veramente".
La lettura che più facilmente può essere fatta da chi è oggetto di questa ingiunzione, specie se coinvolto intensamente nel rapporto come lo è l’operatore di C.T.R., è che, allorché i familiari intravedono la possibilità che gli equilibri interni al loro sistema di appartenenza vengano messi in discussione dai progressi ottenuti in Comunità dal congiunto, intrudano nei programmi comunitari con modalità sabotatorie, agendo una serie di comportamenti svalutanti il lavoro della Comunità e dei suoi operatori.
E' chiaro che il movimento di istigazione del paziente può avere buon gioco ad instaurarsi in una situazione del genere: gli operatori della Comunità si sentiranno ingiustamente attaccati e, se non aiutati a leggere questi comportamenti come difficoltà della famiglia a tollerare i processi di individuazione, agiranno critiche e sarcasmi più o meno velati nei confronti dei familiari finendo, senza rendersene conto, per instigare contro la famiglia il paziente; quest'ultimo, preso tra i due fuochi, monterà in un furore confuso che ad ogni contatto con i parenti si manifesterà con episodi critici ed eclatanti che confermeranno, negli operatori la percezione di "cattiveria" della famiglia, nella famiglia la certezza che gli operatori non stiano facendo un buon lavoro, in entrambi la sensazione di gravità ed incurabilità del paziente. Prolungate nel tempo queste modalità di relazione portano all'inevitabile accettazione di uno sviluppo nella direzione della cronicità e dell'incurabilità (Serio, Torricelli, 1996).
Un maggiore problema si pone allorché anche la C.T.R. investe l'appartenenza a sé del paziente di significati e valori emozionale tali da entrare in conflitto con i bisogni di lealtà e appartenenza che caratterizzano il sistema familiare.

Le Comunità Terapeutiche Residenziali italiane, nate nella quasi totalità con un'impostazione che dava rilevanza al concetto di madre schizofrenogena e intendeva il percorso comunitario come "luogo per rinascere", tentativo riparatorio di sperimentare relazioni di tipo genitoriale più sane che non quelle sperimentate nella famiglia reale, sono incorse in un errore del genere quando, all'inizio della loro storia, hanno scelto di scotomizzare le famiglie e tutti gli altri sistemi di appartenenza del paziente per interessarsi unicamente della persona residente nella struttura, con una sua presa in carico totale e sostitutiva di qualsiasi altra appartenenza. In quella situazione, che oggi appare collusiva con le istanze familiari, spesso, "...le famiglie erano viste dagli operatori come nemici" del processo terapeutico (Dell'Orfano ed al, 1995), erano vissute come nocive, pericolose e distruttive per il paziente, e si arrivava a teorizzare l'allontanamento dei parenti dalla comunità, e la loro esclusione definitiva dalla vita del paziente...per contratto (Marà, 1985). Le conseguenze negative di questo atteggiamento centrato sul tagliar fuori le famiglie sono state nel senso di rendere più travagliato, se non improseguibile, il percorso terapeutico - riabilitativo dando corpo e sostegno alle dinamiche espulsive familiari tendenti all'allontanamento e alla stabilizzazione definitivi. Infatti, "...si osserva non di rado che 'l'adozione' affettiva di un paziente da parte di un operatore può provocare un movimento espulsivo da parte della famiglia. E' come se la famiglia dicesse agli operatori: 'Visto che vi piace tanto, tenetevelo!'" (Covini ed al., 1984). Nella nostra esperienza questo è accaduto quando la famiglia si è sentita in qualche modo colpevolizzata dall'atteggiamento degli operatori ed in questi casi è stato molto difficile contrastare questo movimento espulsivo estremo.
Da un altro punto di vista, invece, l'effetto di questa posizione è stato quello di favorire l'onnipotenza dell’équipe e le posizioni salvifiche della C.T.R., con pregiudizio sia sul piano dell'efficacia totale dell'intervento che su quello politico del riconoscimento sociale delle C.T.R..

In definitiva, l'allontanamento della persona portatrice del problema psichiatrico dalla casa fino ad allora condivisa con la famiglia per una residenzialità "solitaria" e prolungata in una struttura a carattere terapeutico, può avallare l'assunzione, da parte degli altri membri della famiglia, di queste modalità particolari di relazione - con lui e con il sistema ospitante - che hanno le funzioni di garantire una lontananza rassicurante, evitare il contatto con angosce di separazione intollerabili e, in definitiva, mantenere stabile il sistema.

Le situazioni con Istituzionalizzazione Pregressa: la continuità nell’assenza
Un'altra tipologia presente nelle C.T.R. comprende quelle famiglie in cui l'esplosione della situazione sintomatica è di vecchia data e in cui non vengono più attuate strategie basate sul mantenimento del sintomo. In questi casi “la "produzione" sintomatica ha assunto una sua autonomia diventando autoproducentesi senza più legami diretti e rinforzanti con le presenti relazioni familiari, che a loro volta si ripeteranno autonomamente senza necessità che il sintomo venga agito” (Lupoi, 1995).
Qui si può ritenere che all'arrivo in Comunità gli equilibri familiari, ormai consolidati dalle strategie basate sul sintomo tanto da esserne indipendenti, molto spesso siano passati indenni (se non, di frequente, rinforzati) attraverso le più svariate forme di intervento terapeutico cui si è provato a ricorrere prima della "estrema ratio" Comunità: ricoveri ripetuti e prolungati in Clinica Convenzionata o in un'altra Struttura Residenziale (la nuova lungodegenza psichiatrica), psicoterapie di vario indirizzo, cure farmacologiche, terapie di shock e quant’altro offre la pratica psichiatrica fanno parte del bagaglio di esperienze fallimentari che portatore del problema e familiari hanno solitamente accumulato prima di entrare in contatto con la C.T.R..

Carlo ha 38 anni, è in C.T.R. da 4. L'esordio della sintomatologia psicotica risale a 20 anni fa (a 18 anni la diagnosi di schizofrenia dissociativa). L'inserimento in Comunità è preceduto da una serie di lunghissimi ricoveri (diversi anni ognuno) in varie Cliniche Psichiatriche, tutte intorno alla Capitale e quindi molto distanti dall'abitazione della famiglia che vive in un'altra regione.
La richiesta parte della famiglia allorché si prospetta la dimissione dall'ultima Clinica in cui Carlo è ricoverato. Nonostante il parere inizialmente non conforme della USL la famiglia attiva tutte le sue risorse fino a riuscire ad ottenere l'avallo all'inserimento.
Al momento dell'ingresso in C.T.R. (anche questa molto distante dalla residenza della famiglia) Carlo non vive a casa da ormai molti anni.

Qui la separazione spaziale dalla famiglia sembra rafforzata da una lontananza anche geografica continuamente ricercata e mantenuta nel tempo fino ad apparire irrinunciabile.
In questi casi, tipicamente, il ricorso alla Struttura Intermedia Residenziale coincide con lo squilibrio determinatosi nel sistema dall'uscita di scena di un "giocatore" importante nell'omeostasi familiare (la morte di un genitore o di un altro parente significativo, il matrimonio di un fratello, il termine dell'attività di un terapeuta o, più spesso, di una istituzione presa nel gioco, ecc.), squilibrio cui si collegano livelli di ansia sentiti come insostenibili. Fonte dell'ansia pare essere l'intollerabilità del pensiero di riprendere la prossimità, se non la convivenza, con il congiunto "malato" - prossimità che andrebbe a mettere nuovamente in discussione stabilità conquistate a prezzo di grandi sacrifici - in una situazione in cui la flessibilità adattativa dei partecipanti all'interazione sembra ridotta per anzianità o altri motivi, e la fiducia in un cambiamento più adattivo e meno patologico è estremamente ridotta dopo tutte le precedenti fallimentari esperienze.
La ricerca attivata dalla famiglia sembra essere quella di altri giocatori che, prendendosi l'onere di allontanare definitivamente il paziente dalla quotidianità della vita familiare e assumendosi il carico della sua gestione, stabilizzino ulteriormente equilibri noti.
Qui il quadro generale è quello delle situazioni psicotiche cronicizzate in sviluppi difettuali (Cancrini, La Rosa, 1991), in cui la condizione di sofferenza, del paziente e della famiglia, è caratterizzata dall'interazione ricorsiva tra disturbi (dell'individuo e della comunicazione familiare) e risposte sociali ad essi che struttura un circolo vizioso che ne mantiene attiva l'esistenza, in un circuito apparentemente immune ad ogni perturbazione.
In questi casi la famiglia arriva a chiedere l'inserimento in C.T.R. solitamente come all'ultima spiaggia. Spesso i genitori, anziani, sono rimasti i soli ad occuparsi sia pure "a distanza" del paziente, essendo gli altri membri della fratria usciti di casa: chiedono l'inserimento in C.T.R. con la richiesta di una collocazione che possa accogliere definitivamente il figlio e a cui delegare esplicitamente le funzioni di sostegno e accudimento, più che di un intervento psicoterapeutico o riabilitativo. Questa richiesta è sostenuta dalle precedenti esperienze di collocazione istituzionale che sono state praticate per lunghi periodi col risultato che la famiglia ha ri-strutturato le sue modalità di relazione sull'assenza del paziente designato e non si sente oramai in grado di affrontarne il rientro a casa, la rinnovata convivenza o anche solo la prossimità geografica.
L'allontanamento del paziente sembra quindi rientrare in una regola di relazione ampiamente codificata nella famiglia che sulla sua assenza dallo scenario familiare ha trovato la forma possibile di equilibrio meno precaria e minacciosa, rispettosa del mito di unità e appartenenza.
Fino a tempi recenti, i casi con sintomatologia cronicizzata da processi di istituzionalizzazione, in cui la funzione di stabilizzare il sistema familiare non era più svolta dal sintomo ma era svolta dall’assenza del paziente dal quotidiano familiare, è stata la tipologia di pazienti che più spesso entrava in contatto con le C.T.R. Questo anche per una mentalità prevalente nei Servizi Pubblici invianti per cui era normale destinare alle strutture intermedie, specie quelle residenziali, principalmente i pazienti con la storia psichiatrica più lunga e complessa, per i quali si era già dato fondo a tutte le risorse terapeutiche del Servizio con risultati quasi nulli e per i quali la definizione di gravità - cronicità - incurabilità era, all'interno del Servizio stesso, ampiamente accettata.
In questi casi, infatti, quella della designazione è ormai una questione che da tempo sembra aver trovato una definizione: la diagnosi psichiatrica del paziente ha trovato una concretizzazione nelle lunghe istituzionalizzazioni pregresse, ed è una definizione del problema ormai ampiamente accettata dai partecipanti all'interazione. Anzi, l'impressione è che la richiesta di inserimento in C.T.R. si collochi proprio nel momento in cui, parafrasando Boscolo (Bianciardi, Telfener, 1995), la "mappa di patologia viene condivisa da tutti i componenti della rete relazionale che comprende il paziente, i familiari, i curanti..."- quando, cioè -"...tutti sono d’accordo, non c'è nessuno scambio di informazioni e siamo alla cronicità".
Più di recente è stato anche il maggiore riconoscimento sociale delle Strutture Intermedie ad aver favorito una modifica della qualità degli invii da parte dei Servizi Pubblici, per cui sempre più spesso si sceglie l'invio in C.T.R. non come ultima speranza ma in considerazione della qualità dell'intervento multidimensionale che vi si attua e della diminuzione immediata delle tensioni familiari che si prospetta con l'inserimento residenziale. Di conseguenza arrivano in Comunità pazienti del primo tipo: più giovani, alle prime crisi, con una storia di malattia e di interventi terapeutici tentati e falliti relativamente breve e con un percorso istituzionale molto ridotto, per i quali quindi la diagnosi non è ancora parte integrante ed ormai immodificabile dell'identità personale e familiare.

Nella famiglia di Cinzia, ad esempio, è la sorella a far presente, in apertura del primo incontro congiunto cui partecipa in C.T.R., che Cinzia non è malata ma che il suo stato è la naturale reazione alle difficoltà che ha avuto in una certa fase della sua vita, anche se, con modalità tipica di queste famiglie, fa questa affermazione subito dopo aver detto che quel giorno stesso è stata a perfezionare le pratiche per ottenere la pensione d'invalidità per Cinzia stessa.

Strategie Operative
La strategia che andiamo quindi elaborando nelle Comunità dell’Associazione Reverie prevede modalità d'ingaggio e di lavoro - differenziate per le due tipologie di famiglie e di pazienti - in un setting che comprenda anche l'operatore che segue più da vicino il paziente nella Comunità e che si strutturi a partire proprio dalla discontinuità introdotta nel sistema familiare dall'allontanamento del paziente e dall’ingresso in C.T.R..
Il lavoro che cerchiamo di fare può essere sintetizzato nell'attenzione posta non sul rompere i circuiti disfunzionali di invischiamento e appartenenze confusive che sostengono sia l'avvio (nelle situazioni ad esordio recente) che il mantenimento (nelle situazioni croniche) della separazione non definita tra paziente e famiglia - comune alle due tipologie qui considerate - ma sull'<accettare il tipo di legami che la famiglia presenta per comprendere assieme ad essa il significato che tali legami hanno rispetto all'espressione dei bisogni dei suoi membri e al contenimento di paure legate alla perdita che accompagna ogni processo di crescita> (Giacometti, 1991).
Al momento del contatto con l'istituzione, la famiglia è, come detto, in una condizione di squilibrio carica di potenzialità di cambiamento, in una fase critica che definisce l'inizio di nuovi stati potenziali: essa deve affrontare lo stress della ricontrattazione della distanza con un membro comunque importante, e si sente pericolosamente in bilico tra la speranza di diminuire la sofferenza e il terrore di dover affrontare nuovi e più drammatici attacchi all'identità. E’ quindi disposta a correre qualche rischio, a cambiare qualcosa nel gioco.
Ciò ci pone in condizione di poter tentare un lavoro finalizzato al cambiamento, contando sulla possibilità di sviluppare quel clima di fiducia e speranza che solo può permettere lo strutturarsi di nuovi legami affettivi senza che vengano attivate ansie intollerabili.
Fondamentale, a questo scopo, è anche la disponibilità professionale degli operatori della Comunità ad osservarsi e mettersi in gioco, e la capitalizzazione delle parti disponibili e desiderose di modificare una situazione fonte di sofferenza per tutti comunque presenti nelle famiglie.
La famiglia, allora, oltre ad essere coinvolta in ogni scelta importante riguardante il paziente, per rimarcare il clima collaborativo e di corresponsabilità nell'evoluzione, partecipa ad incontri periodici congiunti con l'operatore che segue il caso del loro parente, il paziente stesso e due terapisti sistemici, di cui almeno uno esterno alla Struttura Residenziale ospitante.

Per le famiglie ad evoluzione recente e attività funzionale della sintomatologia questi incontri vengono preliminarmente definiti come necessari all'organizzazione comunitaria per meglio far fronte all'inserimento del nuovo paziente e la loro effettuazione è parte integrante del contratto iniziale con la famiglia. Si fa anche presente che gli incontri sono necessari alla famiglia per affrontare in maniera chiara e consapevole le dinamiche sottese alla separazione e serviranno ad edificare un ponte che garantisca la "continuità storica" della famiglia e che permetta a questa di non viversi come "spezzata", "assente" o "altro dal paziente". Cerchiamo così di prevenire l'evocarsi di "fantasmi di rottura" (Onnis ed al., 1994) e di non sopravvivenza collegati ad ansie terrifiche di separazione, i cui aspetti più consapevoli vengono da noi connotati come risultato del grande affetto che lega i membri della famiglia.
La precoce ridefinizione in positivo delle dinamiche legate alla delega ci sembra rassicuri la famiglia e serva a definire come collaborativa la relazione con l’équipe.
Si tratta quindi di proporre un lavoro "con" la famiglia e l’équipe di Comunità per aiutarle ad affrontare il problema che gli si pone in seguito all'inserimento del paziente in un programma di Comunità Residenziale, ed ha un valore cruciale, dal nostro punto di vista, nel tentativo più ampio di bloccare la dinamica potenzialmente conflittuale tra famiglia e Comunità e il conseguente percorso verso la cronicità del paziente psicotico che in quella dinamica si troverebbe nuovamente triangolato.
In quest'ottica adoperiamo, nei Programmi Residenziali dell’Associazione Reverie, alcune tecniche operative, nel contesto dell'incontro familiare, che ci aiutano a marcare come collaborativo e di reciproca fiducia quello spazio ispirandoci soprattutto alla modalità del reflecting team (Andersen, 1987). Non usiamo, infatti, né lo specchio unidirezionale né sistemi elettronici di registrazione: i due consulenti sistemici siedono entrambi nella stanza con la famiglia e l'operatore di riferimento del paziente, e formulano le loro riflessioni, anche in contraddittorio tra di loro, davanti a tutti.
Per la modalità esplorativa delle dinamiche familiari ci sembra utile seguire la strada della ri-costruzione storica della vita familiare utilizzando l'esplorazione circolare, centrifuga (Boscolo, Bertrando, 1993) delle stesse. In altri termini, iniziamo rivolgendo l'attenzione della famiglia al suo stato presente, connesso all'ingresso del paziente nella Comunità (allo stesso modo l'operatore può riportare all’interno dell'incontro consulenziale le vicissitudini legate al primo strutturarsi delle relazioni del paziente in comunità e nel piccolo gruppo di cui entra a far parte). Negli incontri successivi l'indagine viene ampliata fino a coprire progressivamente la storia del paziente, quella della famiglia nucleare e di quella allargata. In seguito l'attenzione si sposta sull'interlocutore istituzionale e assieme anche all'operatore si cerca di presentificare i molti futuri possibili su cui sarà il paziente a compiere, col sostegno della sua famiglia, la propria scelta.
La possibilità, per l'operatore presente agli incontri, di conoscere le connessioni storiche del sistema famiglia gli consente sia di riportarle all’équipe allargata (per favorirne, con la condivisione, l’elaborazione) che una maggiore capacità personale di comprensione dei vissuti indotti controtransferenzialmente in lui nella relazione con il paziente, dei quali può essere determinata la relazione con bisogni non riconosciuti ma potentemente attivi nella famiglia.
Il fulcro dell'intervento che si struttura negli incontri congiunti sta nel fatto che le storie raccontate non vengono considerate come descrizioni deterministiche, concatenazioni lineari di cause ed effetti, ma come parti dell'anello ricorsivo che connette passato, presente e futuro del "sistema significativo" formato nell'incontro consulenziale di comunità.
Nei confronti della famiglia il nostro lavoro cerca di favorire l'emergere di differenze nella rievocazione del passato, promuovendo l'adozione di una pluralità di prospettive e l'emergere di storie alternative a quella che la famiglia si è sempre raccontata e che è implosa nella rigidità della designazione psicotica.
I punti di vista dei due intervistatori sistemici, espressi spesso in forma metaforica, sono tesi ad arricchire le prospettive e le possibilità di interpretazione dei movimenti di ognuno al di fuori delle regole rigide del gioco familiare. In quest'ottica vengono proposte solitamente modalità di lettura diverse da ognuno dei due consulenti.

In parte diversa la strategia che adottiamo con le famiglie in cui la funzione del sintomo non è più attuale.
L'idea dalla quale muoviamo è che, nel corso delle istituzionalizzazioni del paziente le relazioni tra lui e la sua famiglia si siano stabilizzate su un livello di equilibrio al quale la lontananza tra paziente e famiglia da un contributo decisivo. Spesso in passato, anche grazie alla lontananza geografica, il rapporto tra famiglia ed istituzione si è configurato sulla base della reciproca non interferenza, a salvaguardia di una stabilità (del paziente ma anche della famiglia e dell'istituzione) sentita come decisamente fragile ed immodificabile.
In questa situazione la condizione di istituzionalizzazione del paziente è vissuta come eterna e senza tempo, unica garanzia della stabilità al di fuori della quale la famiglia e forse il paziente stesso sente di non poter esistere (Castellucci, ed al, 1984).
Reinserire il tempo in questa situazione e quindi sottolineare, in fase contrattuale, la qualità intermedia della C.T.R. - che è struttura sì "di vita", ma di terapia e riabilitazione e quindi non "a vita" - proponendo un percorso necessariamente a termine è un metodo che con queste famiglie ci sembra sortire buoni risultati.
Ad ogni modo, proporre la dimissione del paziente come fatto ineluttabile e al quale bisogna comunque prepararsi riattiva negli attori di queste relazioni angosce antiche che devono necessariamente essere accolte se si vuole evitare il riproporsi dell'espulsione del paziente designato. Il periodo della residenzialità del paziente deve allora essere utilizzato per costruire un rapporto di collaborazione con la famiglia e di rispetto delle sue fragilità per far si che i parenti vedano nella dimissione, non tanto il presentificarsi di fantasmi distruttivi emergenti dal passato, ma una possibilità di riparazione di relazioni importanti che si sono rotte sotto la spinta degli eventi e della storia familiare.
Anche se la funzione della follia del membro paziente in queste famiglie non sembra più così determinante negli equilibri generali certo permane in tutti i membri del sistema significativo, ad inibire le competenze evolutive del sistema familiare, una costellazione complessa di fantasie, emozioni, ricordi a connotazione decisamente negativa legata alla malattia del congiunto e rinforzata dal mancato confronto con la reale condizione del paziente indotta dalla sua collocazione in una struttura residenziale. Assieme a questa vi è però, nella famiglia, una sensazione diffusa di legame, di debito irrisolto verso il paziente, di responsabilità nei suoi confronti che si esprime anche qui con modalità di delega alla struttura confusive e paradossali le quali facilmente stimolano negli operatori i comportamenti collusivi già descritti. Qualora ciò accada il legame irrisolto si trasforma in una sensazione di colpevolezza spesso altrettanto immobilizzante che la convinzione di immodificabilità dello stato di malattia.
Se si riesce a stare fuori della dinamica collusiva della colpevolezza si può accedere, invece, alla parte riparativa e soccorrevole che emerge soprattutto nel momento in cui vengono prospettate le dimissioni nella formulazione della domanda che tutti i genitori hanno fatto: “Ma allora adesso cosa sarà di lui? Cosa possiamo fare noi?” Qui diventa importante riuscire a canalizzare in senso evolutivo le energie e le ansie che vengono mobilitate dalla prospettiva della dimissione, ridefinendo in positivo i comportamenti messi in atto dai diversi attori e proponendo percorsi di riattivazione della famiglia che sostengano l'acquisizione di equilibri nuovi e meno sofferti.
Al fine di stimolare questo cambiamento, quindi, a queste famiglie abbiamo offerto la possibilità di partecipare ad un programma ad hoc finalizzato a preparare la dimissione del paziente dalla C.T.R.
L'utilizzo di un percorso di tipo psicoeducazionale è stato lo strumento che abbiamo scelto di adottare in questa prospettiva. L'idea di accogliere persone disponibili a farsi carico di un parente ma preoccupate per l'incompetenza dimostrata in passato in un gruppo a conduzione alternativamente di tipo pedagogico e psicoterapeutico ci è sembrata in grado di rispondere all'esigenza di restituire la delega alla famiglia tenendo conto delle difficoltà che essa prova alla prospettiva di ripiombare nella sofferenza del passato.
Nei seminari tematici che hanno costituito la parte pedagogica del percorso per queste famiglie, condotti da esperti esterni alla C.T.R. alla presenza di due terapeuti che rappresentano l’équipe della C.T.R., sono stati approfonditi i diversi approcci alla malattia psichica e i famigliari hanno potuto chiarire concetti spesso, nella loro esperienza, confusi e contraddittori per ricavarne un senso di maggiore competenza nella gestione del parente. Poi, la possibilità di incontro e scambio di esperienze con altre famiglie con problemi simili ai propri nel “gruppo di discussione” che ha seguito il seminario tematico e che è stato condotto dalla coppia di terapeuti, ha avuto la funzione di diminuire il senso di isolamento sociale e di stigma, di modulare i sensi di colpa legati all'impotenza passata, all'allontanamento del figlio nonché le ansie legate al ricongiungimento.
La prospettiva è quella di riavviare il tempo che in queste famiglie si è fermato anche in seguito all'istituzionalizzazione e aiutare ad elaborare il lutto per quanto è stato perduto nelle loro relazioni.
Quest'ultimo aspetto relativo al processo del lutto appare, con queste famiglie di una certa importanza. Solitamente il paziente che giunge in C.T.R. con un quadro psicotico cronicizzato, pur recuperando parti anche considerevoli dell’handicap iniziale, non raggiunge livelli di autonomia tali da permettere la sua uscita dal circuito psichiatrico o anche solo da quello delle Strutture Intermedie Psichiatriche. Una parte importante del lavoro per il riavvicinamento della famiglia e per la ripresa in carico della storia del paziente da parte sua deve quindi essere centrata sull'elaborazione, da parte dei genitori in particolare, dei correlati psicologici della limitazione funzionale del paziente e della ferita narcisistica che ne consegue per loro: la difficoltà ad accettare che il figlio probabilmente non "guarirà", non potrà realizzare una propria autonomia di vita né, tanto meno, un loro progetto di riscatto (spesso presente), sono stati i temi più ricorrenti nelle discussioni del gruppo dei genitori nelle fasi più avanzate del percorso che è stato loro proposto.
Anche in queste situazioni, oltre a questo programma che si richiama all'impostazione psicoeducazionale, vengono effettuati periodici incontri di ricognizione e ridefinizione della storia del sistema con le stesse metodiche utilizzate con l'altra tipologia di famiglie.
Importante ci è sembrato anche dare alle famiglie la possibilità di riavvicinarsi gradualmente al loro congiunto. Allora, altra parte del progetto, attualmente in realizzazione, è la proposta, fatta ai familiari dopo aver completato il percorso in gruppo e chiarito un progetto di ripresa in carico, di partecipare in maniera più attiva, con presenze periodiche, alla gestione ed organizzazione della struttura alloggiativa e della quotidianità al suo interno. A questo riguardo è previsto il rispetto di una lenta gradualità nell'inserimento di familiari all'interno del programma per aver modo di modulare il reinvestimento reciproco di ragazzi e parenti senza scatenare ansie incontrollabili.

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