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GRUPPALITÀ E RESIDENZIALITÀ

Di Caterina Cinciripini

Premessa

Quando ci è stato chiesto di portare un contributo su gruppalità e residenzialità, abbiamo entusiasticamente, ma forse incautamente, accettato, in quanto sembrava, e sicuramente lo è, un tema denso di significato e sul quale è certamente utile tentare una messa a fuoco di elementi teorici e tecnici, che possano aiutare a uscire da una visione puramente organizzativa, sulla quale si è concentrato il dibattito negli ultimi due anni. Incautamente però, perché nel momento in cui abbiamo cominciato a pensare alla organizzazione di questo contributo ci siamo rese conto con molta preoccupazione, che il tema era così poco circoscrivibile e definibile, da rendere necessaria una operazione preliminare di scelta di alcuni particolari vettori di osservazione che proponiamo come articolazione del lavoro. In premessa ci è parso di dover ricordare a grandi linee i due grandi settori della residenzialità sui quali intendiamo ragionare: 1) La comunità terapeutica, intesa come esperienza con finalità trasformativa e temporal­mente a termine
In questa parte proporremo anche un breve escursus storico per contestualizzare il dis­corso che andremo a sviluppare. Procederemo poi con una parte più teorica che si avvale sia di concettualizzazioni sul funzionamento dei gruppi e in particolare su alcuni concetti che ci sono sembrati particolarmente utilizzabili anche nelle situazioni di cui parliamo oggi.
Una terza parte infine sarà dedicata alla presentazione di una esperienza del nostro DSM con il riferimento di un caso e un intervento da parte di un operatore della Cooperativa che collabora con il servizio per la gestione interna della struttura.
Abbiamo pensato infatti che proporre delle riflessioni dall'interno delle esperienze potesse arricchire il discorso e favorire un dibattito e una dialettica più articolata.
Passiamo quindi ora alla definizione del nostro campo di indagine.
Tale ridefinizione non ci è sembrata inutile, come potrebbe a prima vista apparire, in quanto sono essenzialmente diversi gli elementi costitutivi, che sottendono la "missione" delle due istituzioni, e diversi quindi sono gli assunti che ne accompagnano la nascita e il funzionamento nel tempo.
La Comunità Terapeutica, come indica in realtà la sua denominazione si pone come intervento elettivo terapeutico di tipo intensivo in un ambiente comunitario, diverso dall'ambiente di vita del paziente.
La Comunità Terapeutica è da ricondurre essenzialmente allo sviluppo della psichiatria sociale, che nasce in Inghilterra negli anni '40 / '50 e in modo specifico alle esperienze terapeutiche di M. Jones e T. Main in due ospedali inglesi: l'Henderson Hospital e il Northfield Military Hospital. Ambedue sperimentano un'approccio centrato sulle relazioni umane e sui rapporti di gruppo, sulla scia delle storiche teorizzazioni di Bion sui gruppi.
In Francia la nascita delle Comunità Terapeutiche si pone all’interno della psichiatria di settore, che ha nell'esperienza del XIII "arrondissement" di Parigi negli anni '60 e nei suoi promotori- Lebovici, Diatitine, Paumelle, ma soprattutto Racamier, la sua espressione più importante e rappresentativa.
" La protezione della salute mentale è organizzata per settori allorché, in un territorio definito e sufficientemente limitato, ad una sola e medesima equipe terapeutica, che disponga di un ventaglio di istituzioni diverse, viene affidato l'insieme dei compiti di prevenzione, cura e reinserimento, di competenza della psichiatria pubblica." (H.Mignon 1967).
E ancora "... obiettivo che, per noi, resta prioritario: gestire le nostre persone e le nostre èquipes in modo tale da poter stabilire e mantenere una relazione terapeutica per tutto il tempo necessario e per tutti i malati di un'area geografica urbana di 175.000 abitanti. (Ph. Paumelle 1968).
Per finire gli Stati Uniti in cui la Community è la base nella quale sono inserite le varie "agencies" (scuola, chiesa, uffici dei Welfare, ambulatori e quindi anche la psichiatria), e in cui il Social-network diventa una figura fondamentale.
In questo contesto la psichiatria ha come obiettivo fondamentale quello di reinserire nella Comunità chi ne sta fuori e l'attenzione è focalizzata sostanzialmente sulla riabilitazione, per cui "il paziente ben recuperato è quello capace di vivere in un ambiente non medico a un livello di prestazione occupazionale e sociale paragonabile a quello di altri adulti nella comunità." Braceland 1966.
In Italia il sorgere della Comunità Terapeutica si iscrive sulla scia della psichiatria di settore francese e vanno ricordate le storiche esperienze di "Villa Serena" di D. Napoletani, la “Comunità Omega”, il “Daily” genovese di Montanari, fino alle antesignane comunità-alloggio di Bologna già attive negli anni '60. Tali esperienze si pongono come antagoniste della psichiatria asilare manicomiale che è ancora in quegli anni l'unico modo di affrontare la malattia mentale.
Con la legge 180 e i progetti-obiettivo per la Salute mentale che si sono succeduti, la Comunità Terapeutica entra a far parte di diritto nella gamma degli interventi previsti per la cura del disturbo psichiatrico.
Abbiamo voluto tracciare queste brevi notazioni storiche per sottolineare che la Comunità Terapeutica nasce in antitesi al concetto custodialistico della malattia mentale e come la sua idea fondante sia la "cura" in un ambito gruppale il cui esito finale possa essere il ritorno della persona nel contesto di provenienza.
Sostanzialmente diverso si pone il discorso rispetto alle strutture residenziali che cominciano a sorgere negli ultimi anni (le prime risalgono a otto anni fa) per dare una risposta a persone che, a seguito della malattia mentale sono diventate portatrici di una disabilità più o meno grave e per le quali è diventato necessario un intervento di tipo assistenziale.
La frase che in genere ricorre più frequentemente quando si propone un trattamento in Comunità è "questa persona non può essere curata a casa"; la frase che accompagna invece il progetto di inserimento in una struttura sul versante assistenziale è "questa persona non può più stare a casa, o non può più vivere da solo, neanche un buon livello di assistenza nel suo ambiente di vita è sufficiente per assicurarle un livello di vita dignitoso."
Come si vede il concetto della "cura" non è minimamente accennato, mentre è presente il concetto della solitudine e il concetto di una disabilità abbastanza accentuata.
 

Elementi fondanti dell'esperienza gruppale.

Vorremmo a questo punto proporre alcuni concetti dei quali siamo in gran parte debitori al Dottor Correale che, anche se nati prevalentemente in riferimento a situazioni gruppali più specifiche quali i gruppi di psicoterapia, ci sono sembrati particolarmente utili come chiave di lettura anche per le situazioni di cui stiamo parlando, anche se con gradi diversi nelle differenti strutture.
I concetti a cui ci riferiamo sono
1) il concetto di appartenenza
2) il rispecchiamento
3) il conflitto.
Per appartenenza ci riferiamo a una particolare caratteristica affettiva di base, presente in tutti i gruppi, definita come "spirito di gruppo" ma che qui intendiamo nel senso di una esperienza di ricostituzione del "se" in pazienti gravemente danneggiati dalla malattia sia nelle relazioni affettive sia nei rapporti con il mondo esterno.
"E' indubbio che uno dei bisogni primari di base dell'individuo sia appunto quello di sentirsi parte di qualcosa, di sentirsi legato al proprio ambiente di vita, di lavoro, al proprio ambiente sociale e familiare, di avere dei punti di riferimento importanti in figure affettivamente significative." (Correale 2001).
Nei pazienti per i quali si predispongono progetti di comunità o di struttura residenziale il dato più evidente sembra essere quasi sempre quello di una compromissione potente, a volte di totale assenza di un sentimento di appartenenza.
E' inoltre da considerare come sostiene Racamier "la fondamentale paura che gli psicotici sperimentano nella relazione d'oggetto in quanto tale" e "la necessità quindi di sapersi mantenere alla giusta distanza, né troppo vicini, né troppo lontani. Ora, stabilendosi su un fondo collettivo, le relazioni potranno essere diffuse, più mediate e meno angosciami." A questi pazienti "il contesto collettivo offrirà un margine di manovra senz'altro più ampio della relazione individuale ed al suo interno potrà essere possibile gestire delle posizioni mediate, indubbiamente difensive, ma con una modalità più strutturante".
Sembra essere di grande importanza quella che Racamier indica come una funzione di "intermediario" nelle molteplici relazioni attivate nella dimensione di vita comunitaria, che viene assunta dal gruppo curante e che funziona come una sorta di "vigile urbano" nei possibili gorghi emozionali tra i vari componenti del gruppo stesso.
Ma come si viene man mano strutturando il vissuto di appartenenza in una situazione comunitaria ?
Una funzione fondante dell'esperienza comunitaria è senz'altro da riferirsi alla costanza della presenza che per il paziente grave costituisce "un fondo permanente e stabile su cui potranno prendere forma delle presenze più specifiche e più individualizzate " (Racamier 1972).
Presenza che debba a nostro avviso saper modulare una consapevole "passività" nel senso di favorire una libera espressione delle risorse del paziente, ma che sappia manifestarsi anche come un'attiva sollecitazione di un clima collettivo animato e affettivamente caldo esprimendosi anche attraverso determinate azioni organizzate attorno a dei rituali regolari.
Vorremmo proporre, a proposito di quanto detto finora, l'immagine della "sedimentazione della quotidianità", quale fattore strutturante, o ristrutturante di un "se" frammentato, privo di coesione e di stabilità.
Per "sedimentazione della quotidianità" intendiamo l'acquisizione di abitudini, strutturate attraverso la ripetizione frequente, regolare e costante di gesti che hanno a che fare con le necessità quotidiane e che sostenute da una calda e attenta presenza di figure curanti stabili, gradualmente restituiscono al paziente un senso di compattezza e di continuità dell'esistenza di cui era ormai completamente privato.
Inscindibilmente collegato al concetto di appartenenza è il concetto della "dipendenza", in quanto appartenere significa inevitabilmente essere più o meno dipendenti da una persona o da un gruppo di cui si fa parte.
E' altrettanto chiaro ormai che non c'è "cura" se non c'è un certo grado di dipendenza.
Il problema formidabile che si pone rispetto alle situazioni comunitarie è, a nostro avviso il seguente: come modulare la dipendenza per far si che risulti strutturante per la persona, ma che al tempo stesso non diventi paralizzante rispetto a necessari movimenti di individuazione e di separazione, anche parziale.
In altre parole è opportuno porsi il problema di come individuare degli elementi regolatori tra il "dentro" e il "fuori" e cercare di favorire con forza i movimenti anche minimi che il paziente compie verso una possibile differenziazione per evitare un imprigionamento in una dimensione in cui l'istituzione comunitaria diventi il contenitore onnicomprensivo di tutti i bisogni.
E' possibile infatti e non infrequente che il gruppo dei curanti e il gruppo dei pazienti resti impigliato in una sorta di assunto di base di accoppiamento, nel senso bioniano della definizione, per cui solo all'interno dell'istituzione c'è la possibilità di mantenere in vita il livello di salute e di benessere raggiunto e che solo all'interno di esso può esserci salvezza.
Se questo esito estremamente negativo della dipendenza è in parte contrastato nella Comunità terapeutica, perché la sua idea fondante è appunto quella della restituzione del paziente al suo contesto di provenienza sembra essere invece potenzialmente insito nelle strutture a carattere più assistenziale.
Qui infatti il concetto di "cura" è assente anche se compare in alcune il concetto di "riabilitazione"; in ogni caso sono destinate a persone che vi accedono in una condizione di grave cronicità che può arrivare anche a un grado più o meno importante di disabilità o deterioramento globale.
Quello che sorprendentemente avviene in queste strutture, e cioè un migliora­mento spesso inatteso delle persone ritenute non passibili di grandi miglioramenti, ma al massimo di un non peggioramento può indurre soprattutto nel gruppo degli operatori la fantasia che "il miracolo" può e debba mantenersi solo nella situazione in cui si è compiuto e qualunque prospettiva di cambiamento viene vissuta come una perdita irreparabile di qualcosa di prezioso o come un annullamento di tutto il lavoro svolto.
Torneremo su questo aspetto che ci sembra di cruciale importanza anche sul versante istituzionale nell'ultima parte in cui affronteremo il rapporto tra il gruppo interno dei curanti delle strutture e il gruppo equipe dei servizi.
Vorremmo passare ora al secondo concetto indicato in premessa e cioè il tema del "rispecchiamento".
Per rispecchiamento ci riferiamo "a un fenomeno, che acquista valore e rilevanza nell'interazione di gruppo e che può essere definito come un meccanismo di amplificazione delle proprie rappresentazioni interne... Attraverso il meccanismo del rispecchiamento è possibile dare risalto alle modalità relazionali di ogni persona, ovvero esplicitare le particolari modalità più o meno disturbate, che ogni singolo membro del gruppo ha di entrare in relazione con gli altri...... Il meccanismo del rispecchiamento può risultare d'altro canto molto utile, qualora riesca a rimandare ai pazienti una loro immagine più positiva e matura, soprattutto quando essi, invece, nutrono la convinzione di presentare al gruppo e, aggiungiamo noi, al mondo, una immagine sgradevole, danneggiata e svilita di se stessi."
"In questo senso, quindi, il rispecchiamento è un fenomeno tipico delle interazioni e delle dinamiche di gruppo, che ha il merito di offrire all'individuo la possibilità di conoscere l'effetto che il proprio comportamento suscita negli altri, indipendentemente dal ratto che da questo egli possa trarre un'immagine positiva o negativa di se stesso. In entrambi i casi, infatti, il valore terapeutico dell'esperienza sembra risiedere primariamente nella funzione di riconoscimento dell'individuo in quanto tale e del suo modo di relazionarsi, al di là della possibile critica o della valorizzazione del proprio modo di essere (Correale 2001).
Ci sembra che questa definizione cosi chiara di rispecchiamento dia conto in larga misura di quello che sembra essere una delle funzioni più evidenti della istituzione comunitaria e come, assieme alla nascita del senso di appartenenza esso contribuisca alla riappropriazione da parte del paziente di una propria individualità e del riconoscimento della stessa da parte degli altri.
Si ripropone qui l'importanza per il paziente della figura curante come garante e
testimone della riacquisizione della propria individualità ma anche come mediatore con il gruppo nella molteplicità delle relazioni e nella restituzione pacata ma sincera e realista dei suoi
comportamenti, anche problematici.
Andiamo ora ad esaminare l'ultimo tema indicato nella premessa e cioè il tema del "conflitto".
Intendiamo per conflitto un particolare problema da sempre presente nelle strutture comunitarie e che si riferisce alla dialettica tra le esigenze individuali e le regole imposte dalla vita comunitaria.
Già R.D. Hinshelwood in un lavoro che si intitola "la Comunità come analista" poneva il problema in questi termini "per l'individuo tormentato dai propri sintomi, dal pensiero dell'immagine di sé e dall'insopprimibile necessità di liberarsi dalla propria angoscia, entrare in una Comunità Terapeutica, significa subire una profonda delusione. Si trova infatti a far parte di una organizzazione che da lui esige tutto. Deve partecipare, comunicare, analizzare tutto e tutti. La speranza di liberarsi delle proprie angosce dipende dal fatto che ognuno si assuma la propria parte di responsabilità nel funzionamento della Comunità; anche lui, quindi, deve innanzitutto preoccuparsi che la comunità funzioni."
Il problema delle regole e delle modalità di funzionamento dell'istituzione comunitaria che devono essere in qualche modo introiettate dal paziente è uno dei nodi fondamentali con i quali ci si trova a confrontare in quasi tutti i progetti di trattamento in Comunità.
Il paziente sente che la sua modalità di funzionamento individuale, per quanto distur­bata essa sia, viene continuamente messa in discussione, che il suo interesse personale deve essere mediato con quello degli altri, ma che soprattutto gli viene richiesto uno sforzo importante per il funzionamento del gruppo e un contributo attivo e intenso per affrontare la propria malattia.
Una giovane paziente che veniva da un'esperienza di vita semirandagia a cui l'aveva portata la malattia, dopo un lungo ricovero in clinica aveva accettato con molto entusiasmo un programma di cura in Comunità.
Dopo un paio di settimane in Comunità mi telefonò per dirmi che voleva andare via perché la Comunità è "troppo per me". In questo caso riuscimmo a capire che l'essere costretta a un bagno relazionale molto intenso sia sul piano gruppale che su quello individuale era per lei una fonte di angoscia talmente intollerabile da farle preferire il ricovero in Ospedale, cosa che le fu consentita per alcuni giorni. Fu poi in grado di ritornare dopo che i curanti sia della Comunità che del Servizio l'avevano aiutata ad esplicitare questa angoscia di annullamento e a considerarla con meno terrore.
Era stato inoltre molto forte il bisogno di rassicurazione rispetto al mantenimento della relazione con la psichiatra e con l'assistente sociale del DSM con le quali si era formato un legame molto solido.
In un altro caso una paziente molto grave che era scappata da una Comunità, e uno dei motivi era, a suo parere, la eccessiva rigidità delle regole, fu necessariamente ricoverata in clinica, in attesa di intraprendere un altro percorso di cura. La mia preoccupazione era che in quella clinica, prevalentemente utilizzata da persone anziane o cronicizzate e quindi non particolarmente stimolante, avrebbe resistito pochissimo e che si sarebbe arrabbiata moltissimo con me per averla mandata proprio lì.
La telefonata dopo qualche giorno fu invece con mia grandissima sorpresa di forte gratitudine e fu necessario un tempo abbastanza lungo per far sì che la paziente accettasse di entrare in un'altra Comunità dove ha poi fatto un ottimo percorso e da dove è uscita andando a vivere da sola e con un inserimento lavorativo protetto.
L'ipotesi è che questa paziente aveva avuto bisogno di una sorta di zona franca, al riparo da qualsiasi stimolazione, ma soddisfacente nelle esigenze di accudimento dei suoi bisogni primari; ciò le aveva poi consentito di ritornare in un ambiente comunitario che era però caratterizzato da una maggiore flessibilità delle regole e da una maggiore attenzione ai suoi bisogni individuali.
In molti casi il rispetto delle regole è indicato come un elemento stesso della terapia. E' d'altronde innegabile che una qualunque istituzione presuppone alcune nonne di funzionamento. A questo proposito citiamo ancora Racamier: "l’assenza di qualsiasi regola sconvolge i malati mentali così come l'imposizione di norme arbitrarie li riempie di indignazione o di stupore. Tuttavia, pur essendo necessario stabilire alcune norme, bisogna rispettare certe condizioni
imprescindibili: bisogna cioè che ogni norma stabilita sia esplicita e intelligibile, motivata e fondata su motivazioni realistiche. Ciascun paziente deve essere in grado di conoscere queste regole, di comprenderle ed anche di cercare di modificarle... ..E' importante non stabilire delle norme che l'insieme comunitario, e in particolare l'equipe terapeutica non sia effettivamente in grado di osservare e di fare osservare...... Le nonne funzionali sono degli elementi di riferimento, hanno un potere dinamico e devono essere considerate alla stregua di strumenti funzionali forniti alla comunità terapeutica."
In questa definizione l'autore indica una via importante per modulare la dialettica tra l'individuo-paziente e le norme comunitarie che si esprime nella partecipazione del paziente stesso alla strutturazione delle regole o quantomeno alla possibilità che esse possano essere discusse o modificate, ma la tempo stesso ne preserva la funzione strutturante.
L'altro punto, a mio avviso molto importante da considerare come un problema aperto rispetto al tema del conflitto è se la Comunità in quanto ritenuta dotata di una sua intrinseca "terapeuticità" debba considerarsi con l'insieme delle sue attività gruppali variamente strutturate come l'unico strumento di terapia per il paziente o se non sia invece importante prevedere anche un tipo di relazione individuale.
E' indubbio che spesso uno dei motivi per cui si ritiene indicato per un paziente un programma in Comunità è proprio la difficoltà di instaurare con lui (lei) un qualsiasi tipo di terapia individuale. E' però altrettanto indubbio che non tutte le emozioni, i conflitti, le angosce possono essere affrontati ed elaborati in situazioni gruppali.
Alcune Comunità individuano un operatore di affidamento che può essere rappresentato come una sorta di "tutor" con cui il paziente sperimenta una relazione privilegiata e che rappresenta anche il mediatore rispetto al gruppo più allargato.E' ipotizzabile però che la ipertrofizzazione della funzione curante della comunità e del gruppo, o una fiducia eccessiva in questa direzione possa, almeno in parte determinare una scotomizzazione costante del conflitto interno del paziente e portare alla difficoltà, se non alla impossibilità di una effettiva individuazione e successiva separazione.
Parafrasando Freud e la sua "analisi terminabile e interminabile " potremmo porre il problema nei termini di "Comunità terminabile o interminabile?”.
Se questa ipotesi è corretta si pone allora il problema di come strutturare questo spazio privato e quale sia il luogo in cui debba essere collocato: se all'interno stesso della Comunità e in tal caso come individuare l'operatore deputato a questo tipo di relazione nel gruppo dei curanti, o all'esterno presso i servizi, tenendo presente anche la necessità di uno spazio transizionale, nel senso Winnicotiano del termine al momento della separazione.
Vorremmo a questo proposito riprendere per un momento il caso della paziente per cui si è reso necessario un cambio di Comunità.
Per questa paziente dopo circa due anni di permanenza in Comunità, a fronte di un miglioramento generale sia sul piano della sintomatologia clinica, sia sul piano relazionale e comportamentale, sia nei rapporti affettivi e familiari, si era determinata una situazione di stallo in cui qualunque accenno a una possibile dimissione era sentita con estrema preoccupazione sia dalla paziente e dalla famiglia ma anche dal servizio e dalla Comunità stessa. Allo stesso tempo era nettissima la percezione che il protrarsi della sua permanenza in Comunità era ormai frustrante per tutti, al limite di una rottura che ne avrebbe provocato una espulsione regressiva e difficilmente elaborabile.
Si arrivò finalmente con fatica, ma con grande soddisfazione di tutti a strutturare uno spazio di relazione individuale con uno psicologo presso il servizio del DSM, nei primi tempi la paziente fu accompagnata concretamente dall'operatore di riferimento della Comunità; tale lavoro ha portato nel giro di qualche mese alla possibilità per la paziente di elaborare sia alcuni nodi conflittuali interni che non avevano potuto trovare lo spazio adeguato all'interno della situazione gruppale comunitaria, ma anche la separazione dalla Comunità stessa.
Questa modalità ha inoltre consentito un reinvestimento reciproco sia della paziente nel servizio, sia del servizio sulla paziente che si è concretizzato in un inserimento lavorativo che rappresenta un fattore strutturante di fondamentale importanza e nel sostegno al suo andare ad abitare da sola.
Non vogliamo ovviamente sostenere che questo è un modello valido in tutte le situazioni, ma ci si può chiedere che cosa ha funzionato in questa situazione e quali erano invece gli ostacoli a un lavoro più individuale all'interno della Comunità.
Si potrebbe ipotizzare che la condivisione della quotidianità configuri un livello di intimità e di prossimità molto incombente e che questo comporti per il paziente la necessità di mantenere al riparo da una eccessiva illuminazione la parte più problematica e angosciante di se stesso.
Se questa ipotesi è corretta, ne discende, abbastanza automaticamente il concetto che la elaborazione profonda del conflitto difficilmente può essere affrontata all'interno di una situazione comunitaria, ma che la funzione curante della Comunità possa costituire lo spazio privilegiato fondativo di una possibilità di approccio a una relazione più individuale e personalizzata, che prima non era praticabile.

Il gruppo dei curanti

Vorrei concludere questa comunicazione con alcune considerazioni rispetto al gruppo degli operatori che opera all'interno di strutture residenziali comunitarie.
Premetto che tali considerazioni derivano prevalentemente dalla mia funzione di responsabilità per conto del DSM nella gestione delle due strutture residenziali della seconda Area, ma anche dalla presenza partecipante, dall'esterno, alle dinamiche del gruppo dei curanti e alla dialettica con il gruppo dei pazienti.
Credo sia abbastanza noto, ma lo precisiamo per chi non lo conosce, che il modello utilizzato nelle strutture citate è quello basato sull'assistenza domiciliare erogata da operatori di una Cooperativa del privato sociale, con una presenza esterna di personale del servizio DSM (medico psichiatra, assistente sociale, infermiere professionale)
Le strutture sono destinate a pazienti con una lunga storia istituzionale e con una marcata cronicità, una delle due è destinata a pazienti con oltre 65 anni. La caratterizzazione di base dell'intervento era quindi inizialmente di tipo
assistenziale.
La prima considerazione importante da fare è che gli operatori della Cooperativa hanno sin dall'inizio considerato tale carattere con la relativa etichetta di cronicità come sullo sfondo, ponendosi da subito nella prospettiva di un recupero o meglio, di una riattivazione di capacità e di interessi, ma soprattutto di una stimolazione abbastanza attiva e costante degli ospiti per le attività della vita quotidiana.
In altri termini, il rifiuto non esplicitato, ma agito costantemente, di lasciarsi catturare in un vissuto paralizzante di pura e semplice gestione del paziente senza speranze o prospettive evolutive, ha prodotto sin dall'inizio dell'esperienza la consapevolezza che, anche a fronte di situazioni che sembravano non passibili di alcun miglioramento, si iniziava un processo in una prospettiva evolutiva
In un lavoro del 1989, - Malattia organica e gruppo dei curanti- (Correale-Cinciripini Di Leone), al quale si rimanda per un ampliamento del discorso, viene descritta l'influenza specifica che la malattia determina sul gruppo dei curanti. In quel lavoro ci si riferiva alla malattia organica di origine neurologica, ma a mio avviso il concetto è del tutto sovrapponibile alla malattia psichiatrica cronicizzata, a cui molto spesso si aggiungono importanti disturbi organici.
Dicevamo allora "La malattia si configura con un'entità inabilitante a lungo termine, tendente a penose e irreversibili cronicizzazioni; le fantasie di guarigione e cambiamento sono ridotte e di conseguenza bassa l'attivazione di speranze messianici» di mutamento"
Aggiungerei oggi che le persone che presentano queste caratteristiche di cronicità, spesso assumono anche dei comportamenti di tipo, oserei dire, autistico, inducendo nel campo circostante una sorta di paralisi, nel timore che un qualunque contatto o una minima stimolazione possa o provocare un'esplosione incontrollabile o una totale assenza di risposta con la conseguente frustrazione che ciò comporta.
Il funzionamento del gruppo e l'attivazione di spazi di discussione e elaborazione di tali vissuti ha permesso di attivare sin dall'inizio una forte spinta contrapposta tendente alia valorizzazione dei "piccoli passi" che ciascun ospite poteva compiere pian piano, circoscrivendo contemporaneamente fantasie onnipotenti su risultati impossibili.
Accanto al concetto dei "piccoli passi", ci sembra importante sottolineare un altro punto, a mio avviso di particolare importanza, che è la tenuta costante dell'operatore, supportato dal gruppo dei colleghi, nell’offrire una vicinanza costante nella quotidianità,
quasi vivendo la speranza al posto del paziente, che in questo modo può reimmetterla gradualmente nel proprio sistema emozionale.
Questo particolare aspetto del funzionamento del gruppo degli operatori, che è fondamentale per un graduale miglioramento possibile, può indurre alcuni problemi a cui si accennava in precedenza.
Il più rilevante è quanto la vicinanza possa avvicinarsi a una sorta di simbiosi che metta in serio pericolo una possibilità anche minima di individuazione e di separazione; la fantasia sottostante è che il processo evolutivo si può mantenere e alimentare solo nella situazione in cui si è verificato; questo mette in atto delle fortissime resistenze a qualunque cambiamento e alimenta la paura anch'essa foltissima, che i risultati raggiunti possano rapidamente dissolverei se la persona viene avviata ad un'altra situazione di vita.
Si può ipotizzare allora che il concetto dei "piccoli passi" debba essere considerato anche per gli operatori nel senso inverso; nel senso cioè di un graduale distanziamento da una vicinanza eccessiva e nell'acquisizione di una fiducia che un cambiamento non comporti necessariamente una catastrofe.
Il paragone con le difficoltà connesse alle separazioni dei figli dalla famiglia è suggestivo, anche se può sembrare ardito.
Può però tornare utile per cercare di metter a punto degli elementi che possano contrastare nel gruppo degli operatori questi penosi vissuti di perdita e di invalidazione del loro lavoro, ricordando quello che una volta mi fu detto rispetto al mio personale disorientamento di fronte ai primi segnali di individuazione e di autonomia di mio figlio: "noi genitori dobbiamo essere un transito attraverso cui i figli vanno verso la loro meta, non verso la nostra."
Un'ultima considerazione riguarda i rapporti tra il gruppo interno che opera nella struttura e il gruppo degli operatori del DSM.
I problemi più evidenti sembrano riguardare una difficoltà, a tratti abbastanza consistente, di sentirsi partecipi di un progetto comune, e di poter condividere anche le normali evoluzioni legate al progetto stesso. È come se gli scambi fossero improntati, soprattutto in certe fasi, come quella che registra importanti cambiamenti nel gruppo dei pazienti, a una sorta di difesa del proprio campo di operatività.
E' possibile che tale difficoltà sia determinata da un vissuto che si potrebbe definire di "doppia appartenenza". E' come se l'operatore debba continuamente fare uno sforzo per considerare le istanze di base del gruppo di appartenenza dell'altro. Quando ciò avviene le cose vanno abbastanza bene e si crea una sintonia molto positiva sia per i pazienti che per gli operatori.
Ma in momenti in cui elementi istituzionali non condivisi sono particolarmente presenti nel campo operativo comune gli operatori dei due gruppi tendono a identificarsi unicamente o quasi con le istanze del proprio gruppo di provenienza, che può comportare periodi molto penosi di discussioni continue, di polemiche più o meno esplicitate e, in generale, di una dolorosa sensazione di arroccamento in posizioni involutive.
E’ molto importante, dire fondamentale in queste fasi, il lavoro di chi all'interno di ciascun gruppo esercita una funzione di leadership, nel senso di fare da ponte tra le varie istanze, di aiutare le persone a non considerare le ragioni degli altri in modo persecutorio, a smorzare le polemiche, ma soprattutto ad assumersi la responsabilità, al momento giusto di prendere le decisioni necessarie.
Ciò comporta ovviamente che ci sia un accordo forte e una fiducia reciproca di base tra i leader dei due gruppi; in mancanza di ciò i gruppi sono inevitabilmente destinati a una conflittualità perenne con un deterioramento globale del lavoro comune.

Bibliografìa

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Correale A.: "B campo istituzionale" - Edizioni Boria laEdizione 1991 -2a Edizione 1999

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