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Dott. Gianuario Buono

Psicologo Psicoterapeuta

Dirigente Psicologo DSM Pomezia Az. USL Roma H

 

Dott. Giuseppe Gagliardi

Psicologo Psicoterapeuta

Operatore di Affidamento C.T.R. Reverie Capena –


 

Progetto Operativo

Trattamento dei Disturbi Borderline

di Personalità in Centro Diurno

 

1-Il Centro Diurno: caratteristiche generali

Il Centro Diurno rappresenta una delle strutture intermedie in psichiatria che a partire dalla L.180/78 hanno rappresentato l’alternativa alla istituzionalizzazione. La impostazione generale entro cui il Centro Diurno si colloca quale strumento terapeutico è dettata dall’intento di superare l’istituzionalizzazione quale risposta unica al disagio mentale e provvedere alla nascita sul territorio di strutture denominate intermedie proprio per il loro carattere “intermedio” tra sanitario e sociale. I principi cui tale impostazione risponde possono essere individuati nei seguenti:

·          esistono bisogni diversi di protezione che variano a seconda delle circostanze e del livello di autonomia del paziente per cui esisteranno diverse tipologie di strutture intermedie residenziali e semiresidenziali;

·          è possibile individuare un gradiente sanitario/sociale entro cui considerare l’intervento di ogni struttura, ciò per indicare che non esiste un intervento puramente sanitario od uno puramente sociale ma interventi prevalentemente sanitari o prevalentemente sociali;

·          la massificazione e l’assembramento di un numero elevato di pazienti va evitato a favore di strutture con un numero limitato di ospiti e con una omogeneità di caratteristiche psicopatologiche e di bisogni esistenziali;

·          il trattamento più efficace in psichiatria si avvale di modelli multidisciplinari in cui più figure professionali si integrano nel garantire un intervento di tipo globale.

Il quadro normativo nazionale e regionale a riguardo delle strutture intermedie appare ancora non ben delineato con un succedersi di normative che spesso hanno reso difficile lo sviluppo di questo tipo di realtà terapeutiche. Alla già citata L.180/78 vanno aggiunte la L.833/78 che rappresentò la riforma principe del servizio sanitario nazionale in direzione della territorializzazione dell’assistenza sanitaria e del decentramento della sua gestione e le successive leggi di riforma come il D.Lgs. 229/99 e la L.59/97. Sul piano Regionale i Progetti Obiettivi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno promosso il completamento del processo di deistituzionalizzazione avviato nel lontano 1978.

In conclusione, potremmo definire il Centro Diurno come una struttura socio-sanitaria semiresidenziale territoriale specifica per pazienti psichiatrici i quali necessitano di un trattamento quotidiano che si  integri ad un progetto terapeutico-riabilitativo più complessivo. Gli obiettivi del trattamento semi-residenziale sono inquadrabili all’interno del recupero di capacità individuali, relazionali e sociali idonee a sviluppare livelli di autonomia funzionali adeguati ad un attivo inserimento o reinserimento socio-lavorativo. Le attività del Centro Diurno sono individuali e di gruppo e possono svolgersi sia all’interno che all’esterno dello stesso sviluppando o utilizzando, laddove presente, la rete sociale del territorio dove esso è ubicato. Il Centro Diurno è pertanto una struttura aperta in cui vi deve essere continuo scambio fra interno ed esterno. I pazienti inseribili in un Centro Diurno sono pazienti provenienti dai DSM e quindi trattati ambulatorialmente o pazienti provenienti da altre strutture intermedie in psichiatria come Comunità Terapeutiche e Comunità di Convivenza soprattutto.

2-Le Organizzazioni Borderline di Personalità (BPO)

I disturbi appartenenti al gruppo delle BPO rappresentano un’area della patologia psichiatrica, soprattutto nella popolazione giovanile, alquanto diffusa. I problemi di identità o meglio di sviluppo di una identità stabile e integra si inseriscono all’interno di quella fase delicata dello sviluppo evolutivo dell’individuo che si colloca tra la “crisi” adolescenziale e la personalità matura. Sia a livello psicofarmacologico che psicoterapeutico, in letteratura, osserviamo una crescente domanda di trattamento per questa tipologia di disturbi, collegabile, tra l’altro, alle caratteristiche sociali e psicologiche della società attuale che impone ritmi e richieste caratterizzati da veloci cambiamenti nella vita quotidiana nell’area familiare come in quella scolastica, nell’area lavorativa come in quella del tempo libero.

In questo contesto si inserisce il Centro Diurno come strumento terapeutico-riabilitativo che mira a fornire un approccio globale ed integrato alla patologia psichiatrica intervenendo in tutti gli aspetti entro cui essa si palesa.

La definizione di BPO proposta da Kernberg et alii mira ad inquadrare una serie di disturbi di personalità diversi in una cornice unica sulla base di alcuni elementi caratteristici.

Un primo elemento è costituito dalla presenza di una sindrome di diffusione di identità in cui si riscontra una mancanza di stabilità nei confini tra le rappresentazioni del Sé e degli altri significativi. Tale labilità di confini comporta la mancanza di un senso di identità integro e stabile che si traduce in un sentimento di vuoto interiore e di confusione negli stati affettivi.

Strettamente connesso a questo primo elemento troviamo la presenza di difese primitive come la proiezione, la scissione e l’identificazione proiettiva che producono nel soggetto con BPO una caratteristica oscillazione tra diadi di immagini relazionali positive e negative a seconda del tema affettivo dominante. Una caratteristica questa, osservabile nella complessa dinamica transfert-controtransfert nel lavoro analitico che porta il paziente a repentini cambiamenti nella percezione di sé e dell’altro nel corso della relazione in atto.

Il terzo elemento è caratterizzato dall’esame di realtà che in questa tipologia di pazienti è conservato in linea di massima con brevi rotture che si associano a violenti acting out e perdita del senso di realtà. Ciò a differenza delle Organizzazioni Psicotiche di Personalità in cui l’esame di realtà è marcatamente e stabilmente compromesso.

Nella Figura 1 vengono rappresentati graficamente questi tre elementi nel confronto con le Organizzazioni Nevrotiche di Personalità (NPO).

 

 

Sulla base di tali concettualizzazioni Kernberg ritiene che il Disturbo Borderline di Personalità (BPD) così come codificato sull’asse II del DSM IV rappresenti soltanto un limitato numero di pazienti ed indichi sostanzialmente un gruppo di sintomi presenti nei pazienti con BPO. Kernberg propone, di conseguenza, di distinguere i pazienti con BPD, così come indicati dal DSM IV, dai pazienti che nel complesso funzionano con una organizzazione di personalità di tipo borderline. Sulla base di due variabili costituite, la prima dall’asse introversione-estroversione e la seconda  dal grado di  infusione dell’aggressività nella relazione, propone lo spettro rappresentato in Figura 2.

SPETTRO DELLE BPO

Nella Tabella 1 raffigurata in seguito osserviamo come i criteri diagnostici forniti dal DSM IV rappresentino una descrizione dei comportamenti e sintomi più tipici presenti nei pazienti con BPD:

Le considerazioni critiche di Kernberg e di molti altri autori alla impostazione del DSM IV si inquadra all’interno del più ampio e decennale dibattito fra approccio nosografico ed approccio nosologico alla diagnosi. L’approccio del DSM IV è di tipo fnomenologico-descrittivo e quindi ateorico e sostanzialmente ancorato all’osservabile, l’approccio nosologico è invece di tipo esplicativo e tende a proporre teorie che spieghino la formazione dei sintomi e l’assetto della personalità nel suo complesso. Senza togliere importanza alla diagnosi descrittiva del DSM IV, una comprensione globale della personalità del paziente come quella proposta da Kernberg e non solo, appare più idonea nel momento di costruzione di un progetto terapeutico.

Un altro elemento da prendere in considerazione nella descrizione delle BPO e che si lega anche a considerazioni eziologiche, è costituito dalla modalità con cui i soggetti con BPO esperiscono i propri ed altrui stati affettivi. Sempre seguendo Kernberg e collaboratori a livello eziologico vengono considerati fattori di tipo temperamentale e quindi sostanzialmente legati all’assetto biologico-costituzionale dell’individuo e fattori di tipo psicoambientale legati allo sviluppo precoce dell’individuo. All’interno di questi ultimi ci appaiono interessanti i lavori svolti, anche su un piano sperimentale, da parte dei teorici dell’attaccamento. Fonagy e collaboratori riportano una serie di studi in cui vengono analizzati i modelli operativi (rappresentazioni o immagini) di Sé e degli altri e gli stili di attaccamento (schemi relazionali) di pazienti con BPO. Essi evidenziano come nella descrizione dei modelli di attaccamento di questi pazienti si rilevi una difficoltà del soggetto a sviluppare una teoria della mente in grado di integrare gli stati affettivi emergenti dalla relazione, al resto della personalità. Tale capacità che risulta deficitaria è chiamata mentalizzazione o funzione riflessiva. È il caso, per esempio, del genitore che non risponde o risponde aggressivamente o spaventandosi rispetto ad uno stato affettivo di paura del bambino. Il bambino non riesce ad integrare l’esperienza emotiva all’interno della propria immagine di sé e a costruire una immagine dell’altro significativo di tipo sicuro. La Figura 3 propone una rappresentazione grafica di tale elemento.

Sulla base di tali considerazioni è possibile definire la tipologia di pazienti con BPO che possono trarre giovamento da un trattamento semi-residenziale in Centro Diurno:

  • giovani con una storia relativamente breve di disagio;

  • che mostrano un deterioramento significativo nella vita sociale e di relazione;

  • il cui comportamento autodistruttivo o influenzato massicciamente da agiti necessiti di un contenimento maggiore rispetto ad un setting individuale (Centro Diurno come propedeutico alla psicoterapia individuale);

  • che hanno tratto giovamento da una psicoterapia individuale e che necessitino di un trattamento riabilitativo per un adeguato reinserimento socio-lavorativo;

  • che provengono da prolungati ricoveri in contesti ospedalieri. 

3-Il Centro Diurno: modello operativo di intervento

3.1-Il contesto relazionale

Il modello di intervento terapeutico-riabilitativo  del Centro Diurno si basa sulla considerazione che è possibile trasferire i principi del trattamento dei pz con BPO da un contesto psicoterapeutico ad uno più allargato costituito dall’intero Centro Diurno. Una semplice trasposizione dei principi, delle strategie, delle tattiche e delle tecniche propri di un approccio psicodinamico elaborato in un setting duale da studio ad un contesto ampio come un Centro Diurno appare come una impresa complessa e di difficile attuazione, ma non per questo impossibile.

Il modello di intervento qui proposto si svilupperà attraverso alcune considerazioni  in merito alla specificità del Centro Diurno come “luogo” e “strumento” di intervento sulla patologia borderline.

L’impostazione teorica generale su cui tale modello di intervento è costruito è, come abbiamo detto, di tipo psicodinamico ed in particolare ispirata al pensiero di Kernberg e della psicoterapia psicoanalitica. Ma, accanto alla impostazione generale, è presente un approccio multidisciplinare in cui si integrano diversi approcci in un quadro unico. Una presa in carico globale del paziente comporta un intervento che si differenzi sui diversi livelli entro cui la patologia si esprime per cui se la finalità generale è costituita da una modificazione della struttura della personalità, l’intervento ha anche obiettivi riabilitativi in cui altri approcci vengono utilizzati: psicoeducazionale, sistemico-familiare, della deistituzionalizzazione, psicofarmacologico, ecc.

Considerate tali premesse il Centro Diurno si configura come uno spazio all’interno del quale il paziente può mettere in atto il suo mondo relazionale interno ed al tempo stesso sperimentare nuove modalità relazionali.

Nella Figura 4 è rappresentato graficamente tale spazio che si struttura su un asse portante costituito dalla relazione tra paziente ed operatore di riferimento attorno al quale si strutturano tutte le altre relazioni in cui il paziente è impegnato. Ne risulta una notevole varietà di relazioni in cui il paziente può sperimentarsi che vanno dalla relazione con l’operatore di riferimento a quella con l’intera équipe, da quella con lo psicoterapeuta a quella con i referenti istituzionali, da quella con la propria famiglia a quella con il gruppo dei pazienti.

3.2-Le fasi dell’intervento

L’intervento semiresidenziale è strutturato in tre fasi generali con obiettivi specifici che vanno dall’accoglienza all’inserimento fino all’uscita:

1-ACCOGLIENZA

  • Affidare il paziente ad un operatore di riferimento con lo scopo di fare da tramite tra mondo esterno e Centro Diurno

  • Permettere al paziente di mettere in atto le sue relazioni interpersonali così come dettate dal suo mondo interno

  • Fungere da Io ausiliario

  • Contenere gli agiti, l’aggressività e la frammentazione (scissione)

Nella fase di accoglienza il paziente è incoraggiato a sviluppare le sue relazioni nel contesto del Centro Diurno attraverso un lavoro di contenimento della sintomatologia e di costante mediazione tra paziente e richieste provenienti sia dall’interno del Centro Diurno che dal mondo esterno. Il paziente con BPO che viene inserito nel Centro Diurno deve trovare un ambiente capace di accoglierlo così com’è fornendo quel supporto idoneo a far fronte ai sentimenti di fallimento che ha sperimentato a causa della patologia nei rapporti con la famiglia, il lavoro e la società in genere.

 

2-INSERIMENTO

  • Delimitare il setting attraverso regole precise:

-       sospendere l’agito (si parla prima di agire)

-       rispettare orari e struttura

-       rispettare gli altri

-       alleanza terapeutica (siamo qui per curarci)

La fase di inserimento è orientata allo sviluppo di una salda alleanza terapeutica e alla delimitazione del setting  in modo da consentire al Centro Diurno nel suo insieme di porsi come spazio del Sé con confini saldi e chiari. Mentre nella prima fase la funzione di Io ausiliario è primariamente nell’operatore di riferimento e nella capacità di accoglienza del Centro, nella seconda fase tale funzione diventa proprietà dell’intero Centro.

3-USCITA

  • Sviluppare relazioni interpersonali nuove ed adattive (integrare gli oggetti parziali)

  • Contenere ed elaborare relazioni oggettuali interne patologiche

  • Ripristinare un contatto con l’esterno (famiglia, lavoro, scuola, ecc.)

  • Aumentare la funzione riflessiva

Nella fase di uscita l’intervento si focalizza sulle due dimensioni riabilitativa e terapeutica in modo da agevolare il cambiamento. Nella dimensione riabilitativa lo sviluppo o il recupero di competenze cognitive e sociali favorisce un migliore inserimento del paziente nella società, nella famiglia e nel lavoro. Nella dimensione terapeutica lo sviluppo di modelli relazionali più adeguati sulla base di una interiorizzazione delle nuove relazioni sperimentate, comporta la modificazione strutturale della personalità.

3.3-Le attività

L’aspetto operativo del Centro Diurno è caratterizzato dalle attività che in esso si svolgono. Esso rappresenta un luogo dove il tempo e lo spazio sono organizzati attorno ad attività. Nella Tabella 2 troviamo una classificazione delle attività basata su due variabili: il tipo ed il livello. Il tipo si riferisce alla natura dell’attività ossia gestionale se rivolta alla gestione della propria vita nel Centro, clinica se orientata primariamente ad un intervento sulla personalità/comportamento del paziente o riabilitativa se orientata sulle risorse del paziente da attivare verso l’esterno. Il livello si riferisce al sottosistema entro cui l’attività agisce primariamente e quindi se individuale, gruppale, familiare, istituzionale o d’équipe.

Attività

Tipo

Livello

Cura di sé

gestionale

individuale

Cura del proprio spazio

gestionale

individuale

Cura della struttura

gestionale

gruppale

Pasti

gestionale

gruppale

Psicoterapia psicoanalitica (est.)

clinica

individuale

Psicofarmacologia                                   

clinica

individuale

Interventi Psicoeducazionali     

clinica

familiare

Gruppo terapeutico

clinica

gruppale

Gruppo dei familiari

clinica

familiare

Riunione d’équipe

clinica

d’équipe

Riunione con referenti pazienti

clinica

istituzionale

Supervisione

clinica

d’équipe

Progetti di addestramento-formazione

riabilitativa

individuale

Laboratori ergoterapeutici

riabilitativa

gruppale

Art therapy

riabilitativa

gruppale

Attività ludico-sportive

riabilitativa

gruppale

Tabella 2

 

Una classificazione di tal genere non è ovviamente esaustiva e non va concepita in modo rigido. È il Centro Diurno nel suo complesso ad essere terapeutico-riabilitativo e non le singole attività. Gli aspetti organizzativi, logistici e gestionali non vanno distinti da quelli puramente clinici e riabilitativi, ma costituiscono un continuum entro cui si svolge il trattamento. Una ulteriore considerazione va fatta sul tipo di attività: in un modello dinamicamente orientato non è più importante il colloquio clinico strutturato dell’attività di cura e igiene o del laboratorio di pittura, sono tutti egualmente importanti rispetto alla centralità che la relazione operatore-paziente ha in questi contesti.

 

3.4-L’équipe multidisciplinare

Il modello di intervento si basa su un approccio psicodinamico di fondo che integra vari approcci di intervento: psicoeducazionale, riabilitativo, sistemico-familiare e psicofarmacologico. L’asse portante dell’intervento è rappresentato dalla relazione operatore di riferimento-paziente, relazione calata all’interno del più ampio contesto di relazione fra équipe terapeutico-riabilitativa e gruppo-pazienti. La Figura 5 rappresenta graficamente tale contesto.

Da un contesto di tal genere si evince come il Centro Diurno permetta di costituire un setting in cui i pazienti ricreano le loro relazioni interne. I pazienti inducono gli operatori a rispondere alle loro modalità relazionali secondo gli schemi tipici interiorizzati nelle relazioni con le loro figure di attaccamento. Il lavoro di équipe facilita la scissione delle immagini antitetiche dei pazienti che proiettano sui diversi operatori immagini contrastanti. La scissione che avviene nella situazione riabilitativa rappresenta una istanza speciale in cui si sviluppano contemporaneamente la scissione intrapsichica e quella interpersonale. Da tali premesse ne consegue che il lavoro sul controtransfert rappresenta lo strumento terapeutico d’elezione dell’équipe e deve da un lato sottolineare la differenza della relazione reale da quella interiorizzata con i genitori (confronto) e dall’altro permettere l’integrazione di immagini scisse e parziali in immagini uniche ed integrate. In altre parole la coesione d’équipe diventa lo strumento terapeutico.

 

4-Il Centro Diurno: modello teorico di intervento

4.1-Considerazioni sul setting

Il tentativo di trasporre un modello psicodinamico sviluppato in un ambito di psicoterapia individuale in un contesto complesso come un Centro Diurno rappresenta una impresa non facile per la diversità dei due contesti. Nella Tabella 3 possiamo osservare in forma schematica alcune differenze tra i due setting.

In tale ottica il setting non è costituito dalla sola stanza della terapia mentre il resto del Centro Diurno rappresenta un contesto indipendente, piuttosto l’intero Centro Diurno rappresenta nel suo insieme il setting e tutti i suoi aspetti, da quelli più strettamente gestionali a quelli più puramente clinici, costituiscono una unità e continuità da contrapporre all’esperienza scissa e frammentata del paziente con BPO. Rigide differenziazioni di ruoli, attività e spazi facilitano il permanere della scissione mentre l’obiettivo terapeutico del Centro Diurno è permettere esperienze relazionali in cui il paziente possa integrare immagini scisse.

La struttura spazio-temporale del Centro Diurno, che abbiamo considerato nei suoi aspetti di realtà parlando delle attività e della organizzazione, va considerata anche nei suoi  aspetti di significato.

Lo spazio del Centro Diurno rappresenta un contenitore dove il paziente può sentirsi protetto dall’esterno così come può sperimentarlo come un luogo chiuso e di costrizione (una prigione). Lo spazio del Centro Diurno è anche spazio esterno rispetto al mondo interno e raccogliere così la rabbia e l’angoscia che discendono dalla frattura tra sé e realtà. Esso rappresenta lo spazio potenziale di realizzazione del contatto fra Sé e non Sé ed al tempo stesso lo spazio come limite all’onnipotenza del proprio Sé. Il Centro Diurno come struttura ampia e come gruppo evocano fantasmi di appartenenza e fusione, immagini materne, immagini del corpo in cui i vari spazi possono rappresentare i vari organi e le varie funzioni.

Il tempo del Centro Diurno è un tempo dilatato rispetto al tempo della visita psichiatrica o della psicoterapia. Può essere vissuto come una dimensione temporale che si interrompe e sospende o come una dimensione temporale interrotta che riprende nel Centro Diurno. Il tempo del Centro Diurno è il tempo codificato e scandito che ridà struttura alla dimensione temporale confusa della malattia. Può essere il tempo della famiglia e il tempo dell’esterno, il tempo dell’attesa di una nuova fase della propria vita o il tempo dell’attesa fine a se stessa prima di riprendere la propria vita.

Per tornare al confronto con la psicoterapia individuale, se il terapeuta coincide con l’equipe, il paziente col gruppo-pazienti, la stanza con l’intero Centro Diurno.

 

4.2-Principi di trattamento riabilitativo orientato dinamicamente

L’operatore del Centro Diurno agisce contemporaneamente verso il paziente di cui rappresenta il riferimento ed il gruppo-pazienti nel suo complesso. Il suo agire è un agire terapeutico che si deve basare su alcuni principi di trattamento dinamicamente orientato validi per i pazienti con BPO indipendentemente dal setting (individuale, di gruppo, riabilitativo, ecc.)

Un primo principio è rappresentato dall’azione costante di supporto al senso di identità del paziente ed in particolare alla differenza tra Sé e non Sé attraverso  un concreto aiuto nel contatto tra questi e le istanze della realtà, principio che potremmo enunciare come “mantenere la stabilità dei confini tra Centro Diurno e Mondo Esterno”.

Un secondo principio di intervento è rappresentato dalla “attività” intesa come costante impegno dell’operatore nel mobilitare le energie del paziente utilizzando la partecipazione alle attività riabilitative ed ergoterapeutiche.

Contenere l’aggressività” attraverso forme di espressione non distruttive come l’art-therapy o lo sport o la mediazione del gruppo, può essere enunciato come un altro principio.

Affrontare i comportamenti autodistruttivi” aumentando la consapevolezza di tali atti ed evidenziandone gli effetti su di sé e sugli altri. Il gruppo deve diventare il contesto entro cui tali comportamenti vengono contenuti.

Un principio importante che deve informare ogni intervento dell’operatore in qualsiasi momento del lavoro quotidiano è sottolineare i vissuti emotivi collegandoli all’azione e analizzando nell’hic et nunc le implicazioni emotive su di sé e gli altri di certe azioni, in altre parole: “collegare azione e sentimento”.

Nel rapporto col proprio paziente è importante mirare alla costruzione di uno spazio psichico di contenimento e di fungere da Io ausiliario attraverso il “fissare poche regole certe”.

Confrontare ed elaborare gli scambi relazionali nell’hic et nunc utilizzando il gruppo come strumento privilegiando il “lavorare sulle relazioni in atto piuttosto che su quelle passate o esterne.

Nel lavoro quotidiano ricordarsi che l’intera équipe è lo strumento terapeutico-riabilitativo per cui è fondamentale la “supervisione costante delle proprie dinamiche controtransferali”.

                                                                                                   

4.3-Strategie - Tattiche – Tecniche

Seguendo una impostazione psicodinamica i principi del trattamento prima esposti possono  tradursi in una serie di strategie, tattiche e tecniche specifiche. La trasposizione del modello psicodinamico dal setting psicoterapeutico a quello riabilitativo segue lo schema proposto da Kernberg et alii (2000) rispetto alla Terapia Focalizzata sul Transfert e rappresentabile nella Figura 6. Le strategie sono applicabili all’intero trattamento, le tattiche alle sedute e gli interventi nei vari momenti del trattamento. In ambito riabilitativo tale schema si traduce in strategie applicabili all’intero progetto terapeutico-riabilitativo, tattiche da utilizzare nelle varie attività ed interventi nei vari momenti della giornata.

Possiamo, in tale ottica, individuare le seguenti strategie che il Centro Diurno nel suo complesso deve mantenere e che coincidono con gli obiettivi che il singolo operatore deve tener presente durante il suo lavoro:

  • Permettere lo sviluppo diversificato delle relazioni interpersonali del paziente all’interno del Centro Diurno definendo le sue relazioni dominanti
  • Osservare e delineare gli scambi di ruolo del paziente

·        Contenere il conflitto interno, la frammentazione e la scissione del paziente

  • Integrare gli oggetti parziali attraverso il lavoro di équipe
  • Inserire o reinserire il paziente nel contesto sociale esterno

Come si può osservare si tratta di strategie che vanno a coincidere con una ristrutturazione della personalità del paziente in funzione di un migliore adattamento alla realtà.

Le tattiche da tener presente possono essere invece sintetizzate in questi punti che delineano delle azioni specifiche tese a mantenere attive le strategie sul paziente e grosso modo coincidono con i principi delineati in precedenza:

  • Orientare il paziente verso la realtà
  • Utilizzare l’attività riabilitativa come metafora
  • Stimolare nel paziente il confronto con gli altri
  • Proteggere il setting
  • Sottolineare i collegamenti tra comportamenti e sentimenti
  • Mediare il rapporto tra paziente e gruppo e tra paziente ed équipe
  • Ascoltare il proprio controtransfert

Un discorso sulle tecniche si riferisce agli interventi singoli dell’operatore sul paziente e sul gruppo, interventi che non vanno visti solo in una cornice clinica (colloquio o gruppo) ma in ogni momento della giornata e delle attività:

  • Manipolazione dell’ambiente fisico per favorire il contenimento del paziente
  • Orientamento del gruppo in funzione del sostegno/supporto del singolo
  • Supporto/sostegno del paziente relativamente alle scelte da effettuare e alle attività
  • Chiarificazione come intervento teso a ricollocare l’esperienza del paziente in una dimensione spazio-temporale
  • Confronto come intervento teso a collegare fatti e immagini tra loro contrapposte
  • Interpretazione usata soltanto in un contesto gruppale e riferita ad ipotesi di funzionamento del gruppo (mai al singolo paziente)

 

5-Risultati attesi

Il Centro Diurno così come delineato nel modello operativo e teorico di intervento ha l’ambizione di proporsi non come singolo momento riabilitativo in un progetto più ampio di trattamento ma come strumento terapeutico-riabilitativo globale che mira a modificazioni strutturali della personalità del paziente con BPO in tutti i suoi aspetti. Su tale base i risultati attesi sono differenziabili su due livelli: cognitivo e relazionale. Nel livello relazionale vanno poi distinti i risultati attesi nel mondo interno e quelli attesi nel mondo esterno. In quest’ultimo vanno distinte poi le diverse aree in cui il trattamento deve produrre i suoi effetti positivi. Nella Tabella 4 sono sintetizzati tali risultati.

Come la tabella tenta di mettere in evidenza il vantaggio di un trattamento complesso e multidisciplinare come quello perseguito dal Centro Diurno ha l’ambizione di inserire in una cornice unica i vari interventi, le varie professionalità in modo da rispondere a tutti i livelli ai bisogni che il paziente con BPO porta come conseguenza della sua patologia. Tale modello si basa anche sulla considerazione, evidente in psicoterapia individuale, come modificazioni in un ambito non permangono limitate ad esso ma hanno implicazioni su tutti gli altri ambiti. Secondo una impostazione sistemica potremmo definire ciò come l’azione su un sottosistema genera riequilibri nell’intero sistema. Per esempio, un riuscito intervento di tipo riabilitativo come l’acquisizione di nuove capacità lavorative ha un effetto positivo sull’autostima del paziente che si riverbera sulla sua capacità di relazionarsi agli altri (mondo esterno), di interiorizzare immagini positive di sé e degli altri (mondo interno), di migliorare i rapporti familiari, ecc. In termini  di trattamento ciò si traduce in un miglioramento della compliance farmacologica e dell’alleanza di lavoro in psicoterapia, per esempio.

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