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G. Di Leo: A PROPOSITO DELL’ARTICOLO DI BEPPE DELL’ ACQUA PUBBLICATO SUL N. 5/2013 DEL SOLE 24 ORE SANITA’ CHE CONTIENE FORTI CRITICHE ALLE STRUTTURE RESIDENZIALI DEL SANITARIO EXTRAOSPEDALIERO.





A proposito dell’articolo di Beppe Dell’Acqua pubblicato sul n. 5/2013 del Sole 24 Ore Sanità che contiene forti critiche alle strutture residenziali del sanitario extraospedaliero


Di Giampiero Di Leo


«Le residenze non sono tutte uguali»


( risposta a Beppe dell’Acqua pubblicata sul Sole 24 ore Sanità del…….)


L’articolo di Peppe Dell’Acqua pubblicato sul n. 5/2013 del Sole-24 Ore Sanità necessita di qualche precisazione. Lo psichiatra, noto esponente dell’ “altra psichiatria", attacca qualunquisticamente le strutture residenziali in psichiatria definendole «sempre più inutili, dannose e costose», quasi imputando alle stesse le colpe del malfunzionamento della psichiatria "pubblica".


 Facendo di tutta l’erba un fascio, le critica duramente senza distinguere lo specifico terapeutico delle varie strutture residenziali; uno specifico terapeutico ma anche assistenziale che spazia dalle cliniche, (case di cura psichiatriche ospedaliere) alle comunità terapeutiche in psichiatria, queste ultime, proprio come fortemente voluto da Basaglia, strutture rigorosamente extraospedaliere (strutture extra ospedaliere lo sono anche le comunità socio-riabilitative a 12 e 24h, le Rsa psichiatriche, i gruppi appartamento, le case autogestite; queste ultime in particolare spesso mal gestite,- per mancanza di mezzi economici e di competenze specifiche - malgrado la buona volontà delle famiglie e la collaborazione dei Servizi di salute mentale). 


Le strutture residenziali non possono essere confuse fra di loro proprio perché non appartengono allo stesso settore di intervento e perché la legge attribuisce loro missioni differenti. La legge 180 crea una netta separazione fra le strutture di ricovero e quelle di cura in ambienti extraospedalieri. E una vera rivoluzione culturale che toglie agli ospedali psichiatrici il primato del trattamento della malattia mentale in regime di ricovero. Ma mentre alcuni continuano ad aspettare che su tutto il territorio nazionale si realizzino i cambiamenti culturali auspicati da Basaglia altri, come noi della Fenascop, il pensiero di Basaglia hanno cercato di interpretarlo applicando da anni (alcune strutture comunitarie nascono nel 1979) il dettato dell’articolo 6 della legge 180, primo comma: «Gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione relativi alle malattie mentali sono attuati di norma dai servizi e presidi psichiatrici extra ospedalieri». Lo stiamo facendo quasi sempre sottopagati, con rette spesso da fame (altro che i milioni e milioni di euro di cui si parla nell’articolo di Dell’Acqua), con modelli spesso diversi fra di loro ma nei quali «le parole integrazione, presa in carico, progetto terapeutico individuale, abitare assistito, inserimento lavorativo...» non sono vuoto strumentario clinico ( come afferma Dell’Acqua nel suo atricolo), ma buone pratiche di cura volute, sperimentate e imposte al mondo della psichiatria antibasagliana proprio dalle Comunità Terapeutiche. Dell’Acqua ammette però che con la responsabilità di alcuni media e istituzioni sanitarie, anche «le ricche pratiche di salute mentale comunitaria territoriale, che pur esistono e in taluni luoghi sono eccellenti nel nostro Paese finiscono per essere “quei parenti poveri che arrivano al pranzo di gala col cappello in mano... “


 Sacrificare, ghettizzare e sottovalutare il fenomeno della psichiatria residenziale extraospedaliera, cresciuta in Italia sotto la luce della legge 180, non favorirà certo la crescita della cultura psichiatrica basagliana fortemente antiistituzionale. Questa crescita, se si prescinde dalle residenzialità di tipo comunitario come quelle aderenti alla FENASCOP, (come recrimina anche Dell’Acqua), sembra non essersi imposta in questi quasi quaranta anni.


In cosa consisterebbero, allora, gli interventi e quali sarebbero gli strumenti di una “perversione sempre più inutile, dannosa e costosa?» Che colpe possono essere addebitate alle strutture definite nell’articolo «orrendamente residenziali del privato mercantile e sociale» (di cui, si badi bene, solo una parte può essere correttamente inserita fra le "comunità terapeutiche") se le strutture e i presidi extraospedalieri pubblici voluti da Basaglia nella legge 180 non funzionano? Se non funzionano, come dice Dell’Acqua, e potremmo anche essere d’accordo, non è però per mancanza di fondi e di personale. Le strutture residenziali pubbliche,- a partire dagli Spdc che sono luoghi chiusi e fortemente controllati-, costano molte volte di più di quelle private e sono luoghi da cui i pazienti (sempre più impazienti) se possono scappano; mentre spesso gli stessi pazienti vogliono proprio rimanere in quelle comunità terapeutiche «orrendamente residenziali» ben consapevoli che spesso nel "fuori" non li attende nulla se non quegli appartamenti assistiti ( definiti eufemisticamente residenzialità leggera) che spesso assistiti non sono o almeno non lo sono abbastanza per curare e rassicurare utenti e familiari. A cosa serve spendere soldi per Dsm aperti sulle 24 ore, quando gli stessi non hanno posti per l’accoglienza notturna e i casi di interventi notturni, molto più rari di quelli diurni, possono essere soddisfatti dai presidi sanitari già esistenti he dovrebbero essere dotati di una équipe di intervento e accoglienza sulle 24 ore? I primi a fuggire dagli Spdc e dai luoghi di cura gestiti, per legge, solo dal "pubblico" sembrano proprio essere gli stessi curanti che non si sentono adeguatamente riconosciuti sia economicamente che professionalmente nel loro lavoro negli SPDC. Si chiede mai Dell’Acqua quanta responsabilità nel trasformare amene residenzialità per la salute mentale (come lo sarebbero la maggior parte delle Comunità Terapeutiche) in orrende strutture paraospedaliere abbiano le normative sui requisiti strutturali delle stesse quando fanno riferimento al Dpcm del 1989 (!) che regola i requisiti delle strutture residenziali ”per gli anziani non autosufficienti non assistibili a domicilio o nei servizi semiresidenziali”; quando poi nelle comunità terapeutiche questa tipologia di pazienti non può essere inserita e quando poi nelle comunità terapeutiche debbono essere garantiti gli standard di vita per le civili abitazioni, "per non ricreare", come dicono le norme istitutive delle comunità terapeutiche, anacronistici “parallelismi con le strutture ospedaliere”? 


Invitiamo Dell’Acqua ad accettare un confronto su standard e buone pratiche di cura alternative ai ricoveri ospedalieri, nonché sui reali costi, economici e sociali delle varie opzioni prese in considerazione, anche perché alcune dichiarazioni contenute nell’articolo rischiano di essere dannose per il movimento della psichiatria anti-istituzionale avviato da Basaglia del quale noi delle comunità terapeutiche ci sentiamo orgogliosamente discepoli e quasi unici esecutori della sua riforma, dato il pressappochismo di tanti pubblici amministratori della cura della salute mentale, che si definiscono "basagliani".


( Giampiero Di Leo, Presidente Fenascop Centro Italia)