Psicologia Clinica e Psicoterapia in Comunità terapeutiche psichiatriche, centri diurni e residenzialità terapeutiche
Numero unico per inserimenti, prime visite e consulenza clinica: 06 3290600

 
   


Home > Documenti > Reverie... Heimat der Liebe? - [ Di Antonello Caruso ]

Reverie... Heimat der Liebe? - [ Di Antonello Caruso ]



Reverie...
Heimat der Liebe?



Di
Antonello Caruso




Il cuore è un


 luogo in cui albergano sentimenti


 inestricabili, che prescindono dai giudizi e da ciò


che ha una spiegazione.
(M.
Zambrano.)



Queste
persone, che soffrono di malattie dell’anima, loro che ci
consentono di cercare e ri-cercare la possibilità di un
discorso
sulla sofferenza dell’anima,

un discorso sulla psicopatologia:
noi
con loro per provare, insieme, ad attribuire o ri-attribuire senso e
significato, a fare donazione di senso
,
a delle esistenze sperdute.



Noi
siamo gli Operatori, Loro sono i Pazienti, lo spazio (mentale,
vissuto, la spazialità) in cui si svolge l’azione è quello della
Comunità Terapeutica, il tempo (vissuto) è quello con/diviso.



Ora,
certamente conosciamo la storia delle comunità terapeutiche, la loro
nascita nelle corsie d’ospedale ed il loro evolversi, nel nostro
paese, nell’intrecciarsi e fondersi con il pensiero e l’opera di
Franco Basaglia e dei suoi collaboratori.



Sappiamo
anche che ci sono avversi punti di vista sulla loro “validità”
in merito, in particolare alla idealizzazione, alla
autoreferenzialità ed al rischio di cronicizzazione di pazienti ed
operatori. Un punto di vista che merita di essere preso in
considerazione è quello di Giulio Gasca e dei suoi colleghi quando
parlano di cronificazione piuttosto che di cronicizzazione. “Il
termine cronificazione si riferisce a quanto in questo processo è
dovuto al contesto terapeutico (e quindi iatrogeno), a differenza
della cronicizzazione che appartiene al decorso naturale della
patologia.” Oppure, entrando nel vivo: “ La loro storia [dei
pazienti], scandita non dai tempi e regole di una casa loro, ma dai
luoghi dell’istituzione; i rapporti, intimi e superficiali al tempo
stesso, con la moltitudine di operatori che si sono alternati
offrendo la loro amicizia, in una girandola globale di persone e
luoghi in cui non c’è più una netta demarcazione tra il
‘familiare’ e ‘l’estraneo’, in cui non è possibile
acquisire un orientamento interno permanente, capace di perseguire
fini a lungo termine, necessario per qualsiasi forma di indipendenza
e di autonomia e in cui quasi l’unico tipo di abilità ‘compatibile
è quella di interagire con le molteplici persone perseguendo
obiettivi Argomenti del genere sono a dir poco imbarazzanti nella
posizione di operatore di comunità. Strutture intermedie o strutture
‘uterine’, la diatriba tra diverse opinioni è aperta, sta a noi,
alle nostre capacità, prima umane poi professionali, essere capaci
di porgere la mano a chi ci chiede aiuto senza mai perdere di vista
che: “Altrettanto reale però sembra essere il ruolo della
prolungata esposizione alle proiezioni degli aspetti inconsci dei
pazienti, che entrano in risonanza con i livelli di funzionamento
meno strutturati, riattivano le perdite personali non elaborate
minacciando le basi della propria identità emotiva.”



Queste
emozioni ed altre della stessa natura caratterizzano il lavoro in
comunità, il percorso umano e professionale dell’operatore, ma
questo percorso è pur sempre un percorso di vita, di crescita, in
poche parole una vera e propria “ricchezza esistenziale”.



Credo
che prima di ogni formazione, studio, preparazione teorica valga la
pena di far propria l’idea che da Ludwig Binswanger arriva Harry
Stack Sullivan per cui l’essere umano vive ed esiste in un mondo di
suoi simili ed è determinato dal co-esistere o con-essere come
dall’interpersonalità o relazionalità.



Dopo
che il discepolo Binswanger ebbe preso le distanze dal maestro Freud
molta parte della visione del mondo di matrice fenomenologica si
venne a costituire per “differenza” dalla cultura psicoanalitica,
fino a tempi recenti, quando si tenta una sorta di riconciliazione
tra le due “possibilità”. Tenterò un’operazione del genere
nell’ambito del lavoro nella comunità terapeutica. Mi stimola
pensare che questa possibilità, l’essere-in-comunità, si centri
su una comunione di destini (e di risultati) tra una visione della
cura basata sull’interpretazione ed una che si pone come solo
strumento di comprensione: quella psicoanalitica e quella
esistenziale-fenomenologica. Mi chiedo cosa intendesse Freud quando
scriveva: “Questa tecnica è invece molto semplice. Essa respinge,
come vedremo, tutti gli espedienti, persino quelle di redigere
appunti, e consiste semplicemente nel non voler prendere nota di
nulla in particolare e nel porgere a tutto ciò che ci capita di
ascoltare la medesima ‘attenzione fluttuante’. […] Infatti, non
appena ci si propone di mantener tesa la propria attenzione ad un
determinato livello si comincia anche ad operare una selezione del
materiale offerto; se ci si concentra con particolare intensità su
un brano, se ne trascura in compenso un altro, e si seguono nella
scelta le proprie aspettative e le proprie inclinazioni.”



Seguire
le proprie aspettative e le proprie inclinazioni, atteggiamento che
Freud deplora, implicitamente porta ad operare un giudizio: appare
lampante che quello che il Maestro indica ai suoi allievi è la
sospensione di ogni giudizio, di ogni pre-giudizio riguardo al modo
di essere altrui, di ogni compromesso con le proprie opinioni, di
ogni radicalizzazione dello stereotipo di “pazzia”, “follia”,
“diversità” e quant’altro ci conduca fuori dal sentiero ideale
in cui l’altro si incammina insieme ad ognuno di noi.
Lo
spazio
della
comunità è


il luogo in cui nel
tempo

diventiamo coscienti delle nostre esistenze e delle esistenze
altrui, esistenze disperate, le loro, che non mentono (mai) sul loro
modo di essere. Scopriremo, con semplicità, che nel vivere
in
comunità, nel colloquio,

siamo persone che incontrano altre persone e nel separarsi nessuno
deve “restituire” niente all’altro, in quanto nulla si è preso
e nulla si è dato; quanto è accaduto si concretizza nell’incontro,
nel con-dividere, nel con-partecipare, nel co-esistere,
nell’autenticità che diventa un segno ed una promessa per incontri
futuri, perché nel potere di progettare il futuro c’è un
segno
che indica la guarigione.



Prontamente
segue a questo appena fatto, un altro discorso: “Il termine
psicoterapia è un’espressione tecnica psichiatrica. Come tutti i
termini tecnici, esso si informa e trae il suo senso da determinati
scopi conoscitivi e operativi – che in questo caso sono
clinico-psichiatrici nell’ambito particolare di una determinata
sfera dell’essere. Si tratta in questo caso dell’essere-insieme.
Dell’essere coesistentivo, della coestintività.” […] la
psicoterapia può di fatto agire perché essa non è che un aspetto
particolare delle azioni che dovunque e sempre l’uomo ha esercitato
sull’uomo, sia che si tratti di un un’azione suggestiva e
sedativa, oppure spronatrice ed educativa, ovvero puramente
comunicativa-esistenziale […] , con quest’ultima espressione noi
intendiamo l’essere-con-l’altro o l’essere-per-l’altro, in
senso veramente umano e non ‘complicato’ o ‘turbato’ da
qualche compito ovvero servizio, quale dunque si trova alla base
dell’autentico rapporto dell’amicizia, dell’amore,
dell’autorità e della confidenza. La possibilità della
psicoterapia si fonda dunque, come vedete, non su qualcosa di segreto
e misterioso, di nuovo e di insolito, ma su un aspetto fondamentale
della struttura dell’essere umano come essere-nel-mondo in generale
e precisamente dell’essere con-e-per gli altri.”



Questo
è il pensiero luminoso del Maestro di Kreuzlingen che, infine, nel
felice incontro tra filosofia e psichiatria riconosce la possibilità
il superamento di quello che egli definisce come “il cancro di
ogni psicologia”. Secondo il suo pensiero bisogna ritornare, per
ritrovare la specificità dell’
umano,
alla frattura operata dal pensiero cartesiano che ha lacerato l’uomo
nel descriverlo come anima (res cogitans) e corpo (res extensa) e
riducendolo ad un fenomeno di natura per poterlo descrivere con le
aride regole delle scienze naturali: in tal modo la psichiatria perde
la specificità dell’umano e di conseguenza il suo reale motivo di
essere. Tornare all’unità (unicità) dell’
essere-umano
significa
riconoscerlo per quello che egli veramente è.



Devo
ricorrere all’aiuto di Eugenio Borgna per proseguire in questo mio
breve discorso che vorrebbe essere non una indicazione di
comportamento bensì l’epifania di una possibilità: “L’analista
non può certo rinunciare a usare la tecnica del sospetto, la sua
specificità consiste proprio in questo, deve conoscere gli inganni
ed i fantasmi della psiche”. […] “ Ma se si fa attenzione,
nella sua psiche, accanto a questo luogo analitico, ce n’è molto
spesso un altro, un luogo di ascolto che potrebbe essere detto forse
fenomenologico, diretto cioè alla comprensione del modo di ‘esserci’
dell’analizzante. Si tratta di un luogo in cui viene ascoltato il
proprio modo di porsi per così dire primario nei confronti della
vita, le modalità dell’analizzante di essere aperto al mondo.”
[…] “Sulla scia di queste considerazioni, che soccorrono in ogni
caso a ribaltare quelle indirizzate a separare conoscenza
psicoanalitica e conoscenza fenomenologica, a creare steccati
impenetrabili fra l’una e l’altra, direi che la fenomenologia e
la psicoanalisi, hanno una comune fondazione ermeneutica; benché
siano, ovviamente, ben diverse le impostazioni ermeneutiche nell’una
e nell’altra: legate a diverse premesse teoriche. (Non
dimentichiamo in ogni caso la tesi radicale di Friedrich Nietzsche
nella quale si afferma che non esistono fatti ma interpretazioni di
fatti.) Al di là delle loro diverse fondazioni ermeneutiche,
psicoanalisi e fenomenologia hanno a che fare con esperienze vissute:
che rinascano dalla vita interiore di chi cura e di chi è curato.”



Ed
ora,continuando a camminare su di un filo teso tra due visioni del
mondo, psicoanalitica e fenomenologica, voglio citare alcuni pensieri
di Wilfred Bion, sperando che ci sia una rete pronta a salvarmi dalle
possibili cadute (di senso). “La memoria in quanto registrazione
dei fatti porta sempre fuori strada, poiché è distorta
dall’influenza di forze inconsce. I Desideri interferiscono con
l’operazione mentale del
giudizio,perché
portano la mente

a
distrarsi quando invece l’osservazione è essenziale. I desideri
distorcono il giudizio in quanto selezionano ed eliminano del
materiale da del materiale da sottoporre a giudizio” […]
“L’osservazione psicoanalitica riguarda né quello che è già
successo né quello che sta per succedere, ma quello che sta
succedendo.” […] Ogni seduta a cui lo psicoanalista prende parte
non deve avere nessuna storia e nessun futuro.” Ora invece Bion da
delle indicazioni di comportamento: “ Obbedire alle seguenti
regole: La Memoria: Non ricordarsi delle sedute passate. Quanto più
grande è l’impulso a ‘ricordarsi’ di quello che è stato detto
o fatto tanto più occorre resistervi. Questo impulso può
presentarsi come il bisogno di ricordarsi di qualcosa che è successo
perché può sembrare il fattore che ha fatto precipitare una crisi
emotiva: non si deve permettere a
nessuna
crisi di infrangere questa regola. Non si deve permettere agli eventi
supposti di occupare la mente. Altrimenti l’evoluzione della seduta
non verrà osservata nell’unico momento in cui può essere
osservata: e cioè mentre sta avendo luogo. I Desideri: Lo
psicoanalista può cominciare con l’evitare di avere un qualsiasi
desiderio rispetto alla fine della seduta (o della settimana, o del
trimestre) che si sta avvicinando. Non si deve permettere che
proliferino desideri rispetto ai risultati, alla cura, o anche alla
comprensione.”



Qui
sono espressi dei modi di porsi all’altro nella relazione di cura
come di fronte ad uno ‘schermo bianco’ senza tener conto di
quanto il ricordo abbia impresso nella memoria in merito ai
precedenti incontri e senza dare ascolto ai propri desideri
sull’andamento della relazione terapeutica.



Nel
campo della fenomenologia il mio riferimento torna ad essere il
discorso di Eugenio Borgna allo scopo di descrivere anche qui un modo
di essere nella relazione, più che un modo, la premessa ad ogni
possibilità di incontro terapeutico.



La
struttura portante della conoscenza fenomenologica è costituita
dalla
epoché,
e,
cioè, dalla rimessa-tra-parentesi (dalla sospensione) di ogni
giudizio e di ogni pregiudizio nella decifrazione di un discorso e
anche, ovviamente nell’ascolto di un discorso: che, in psichiatria,
si snoda lungo i sentieri interrotti di una narrazione delirante e
allucinatoria senza fine. Solo liberandoci da tentazione di una
rigida classificazione e di una schematica ricomposizione delle cose
che ci siano dette (talora cose scheggiate e frantumate), e
ascoltandole nella loro immediatezza e nella loro spontaneità, nella
loro eidetica donazione di senso, ci è possibile ritrovare e
rimettere in evidenza le strutture di significato (gli orizzonti
sconfinati di senso) che sono in esse.”



Trovo
che ci sia reciproca osmosi tra
Memoria
e Desiderio

ed
Epoché
ma, nonostante ciò , niente sembra, oppure forse è, più distante
di una ermeneutica pensata intorno alla ‘unità’ dell’essere
umano a fronte di una che ‘pensa il pensiero’ dell’altro come
ad una “complessità di oggetti”, c’è una netta demarcazione
tra l’affermazione della visione fenomenologia, nell’ascolto e
nel colloquio che ne deriva, dove si dice che l’unica Teoria è
quella che non ci sono teorie che ,
unicamente’
possano
con-prendere l’uomo contro una visione psicoanalitica, quella
bioniana, che giunge ad una catalogazione degli eventi umani che si
esprime attraverso “sigle”.



In
uno dei suoi scritti Danilo Cargnello, descrivendo il pensiero
binswangeriano, sottolinea un concetto in cui bellezza, amore per la
Verità, capacità di empatizzare si coniugano felicemente per
sostanziare l’Amore (
modus
amoris
).



Tentare
di rendere l’Amore per concetti lo abbiamo fatto in tanti e nelle
occasioni più disparate; e lo hanno fatto persone il cui nome
resterà inciso per sempre sul marmo ruvido delle scienze umane.
Nessuno, a mio avviso, aveva detto, con tanta semplicità e
comprensibilità, cosa fosse con-partecipare nell’amore, cosciente
che a questo modo di essere: “ […] è del tutto estranea ogni
specie di commercio o scambio, di “do ut des”, di guadagno o di
perdita, di concessione o di retrocessione, insomma di ogni specie di
contatto o di urto delle sfere del mio o del tuo nel senso del
possesso, nel rapporto torto-ragione ecc. Il modo della forza, della
potenza, della prepotenza esclude il modo dell’amore. In questo
quando uno da all’altro non esperimenta alcuna perdita; nell’atto
non prova il pathos della sottrazione; viene a trovarsi anzi in una

Stimmung
di felicità, come se fosse il ricevitore del dono.”



E
ancora:“ Questa spazialità, ove è possibile che “là” dove
“tu sei” si schiuda un luogo “per me”, indipendentemente dal
fatto che “tu sia presente e vicino(a) oppure assente e
lontano(o)”; questa spazialità sfuggente a ogni presa ( e che pur
si impone come veridica nella sua evidenza può essere detta, con
felice denominazione,
patria
dell’amore (Heimat der Liebe).
Patria:
in quanto chi in essa si costituisce, vive l’esperienza di essere
pervenuto “al luogo che massimamente gli è proprio, di aver
ritrovato, per così dire, il “dove” della propria origine, verso
cui da sempre tendeva e in cui più pienamente può rivelare se
stesso.”



Bion
non è da meno quando scrive: “
Reverie
è un termine applicabile a contenuti di ogni genere o quasi, ma è
mia intenzione riservarlo solo a quelli impregnati di amore e odio:
in questo senso ristretto,
reverie
sta a designare lo stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli
‘oggetti’ provenienti dall’oggetto amato, quello stato cioè
capace di recepire le identificazioni proiettive del bambino,
indipendentemente dal fatto se costui le avverta come buone o come
cattive.”



Più
complesso il secondo pensiero del primo, sono, a mio modesto avviso,
ambedue modi di essere-nella-relazione che nel qui ed ora del
rapporto di cura esprimono non delle premesse teoriche, che abbiamo
intese non sovrapponibili, bensì un essere-con-l’altro del tutto
scevro da condizionamenti e “ricco” della possibilità di non
“dover tremare” per il rischio che le tenebre che oscurano il
mondo interiore delle persone malate di mente invadano il nostro
mondo interiore. Darsi modo di accogliere dentro di noi il dolore
lancinante lacerante straziante, l’assenza o lo spaesamento,
la
malattia mortale

e l’assenza di speranza, il silenzio che non è mai solo rifiuto,
ed essere in grado di sottrarli all’altro-da-sé per dargli
finalmente respiro, fa si, e non possiamo negarlo, che spessissimo
“ci portiamo il lavoro a casa”.



Strano
pensare che l’
avere
cura

dell’altro porta in sé una connotazione di coercizione poiché
anche nel tentativo di dare c’è necessità di prendere: prendere
la sua storia, prendere i suoi più intimi segreti, prendere la sua
gratitudine. Ma contribuire alla possibilità che l’altro si
“conosca e realizzi i suoi progetti” non è cosa da poco.
Dovrebbe essere necessario per chiunque voglia dirsi operatore
psichiatrico “comprendere” se stesso come persona umana, composto
quindi della stessa “sostanza” che rende umana ogni persona.



Mi
piace pensare che questo sia un modo per il raggiungimento dello
scopo delle nostre attività, quello che meno necessita della
comprensibile sofferenza che chi è di fronte a noi dovrà
attraversare pur di tornare a progettare il proprio la sua vita ed il
suo mondo. Questo è un modo che per la sua stessa natura ci chiede
costantemente di aver presente che le nostre emozioni hanno la stessa
“struttura” di quelle dei nostri assistiti, che il suo (mio)
riso, la sua (mia) rabbia, la sua (mia) gioia, quando vengono
espresse sono fatte della stessa “sostanza”, quella sostanza che
contribuisce a costituire ciò che noi chiamiamo Uomo.


Bibliografia


Agostino,
Le
confessioni
,
Einaudi, Torino 2000.


Binswanger
L
.,
Il caso Ellen West e altri saggi
,
Bompiani, Milano 1973


Binswanger
L.,
Per
un’antropologia fenomenologica
,
Feltrinelli, Milano 1989


Bion
W. R.,
Apprendere
dall’esperienza,
Armando,
Roma 2003.


Bion
W. R.,
Cogitations,
Armando, Roma 1996.


Borgna
E.,
L’attesa
e la speranza
,
Feltrinelli
,
Milano
2005


Cargnello
D.,
Alterità
e alienità
,
Feltrinelli, Milano 1977.


Freud
S.,
Opere,
vol. 6,
Bollati
Boringhieri,
Torino 1989,


Galimberti
U.,
Psichiatria
e fenomenologia
,
Feltrinelli, Milano 1999.


Gasca
G., Bozzarelli R., Ostacoli L.,
Psicopatologia
della Comunità Terapeutica
,
Lindau,


Torino,
1999



Grinberg
l., Sor D., Tabak de Bianchedi E.,
Introduzione
al pensiero di Bion,

Raffaello Cortina, Milano1993



Jaspers
K.,
Psicopatologia
generale
,
Il Pensiero scientifico, Roma, 2000.


Minkowski
E.,
Il
tempo vissuto
,
Einaudi, Torino 2004.


Zambrano
M.,
Verso
un sapere dell’anima
,
Raffaello Cortina, Milano 2004.