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Oltre Itaca - di Antonello Caruso


Oltre
Itaca


Di
Antonello Caruso


Ben
presto il tossicomane scopre una realtà ineluttabile: non è
possibile sfuggire alla sofferenza, essa è connaturata alla natura
umana, scopre che per non sentire il dolore dell’anima si costringe
ad altre forme di sofferenza: quella del
corpo
reificato, fatta di malattie e di morte, fatta di mura e sbarre;
quella degli
affetti,
fatta di tradimenti, di assenza di sentimenti, di violenza verso le
persone care.


A
questo punto del percorso, di fronte alla possibilità di una scelta,
inizia il percorso,
un
viaggio
,
lungo il quale la persona intossicata dovrà confrontarsi con la
possibilità di accettarsi per come è veramente, memore della
propria storia, per giungere alla
trasformazione
della
propria esperienza: da una vita (l’unica che ognuno di noi
è)
spesa all’insegna dell’inautenticità ad una che scopre le
infinite possibilità che si prospettano ad ogni essere umano.


Il
viaggio
come metafora del divenire, spazio mentale e spazio geometrico, tempo
cronologico e tempo vissuto in questa breve lasso parabola che
intercorre tra la nascita e la morte.


Quando
Martin Heidegger parla, in
Essere
e Tempo
,
di
essere-per-la-fine,
di
essere-per-la-morte
1,
oltre a metterci di fronte alla finitudine della vita, proprio a
partire da questa ci mostra come la nostra unica certezza, ora, è
proprio la vita con le sue numerose possibilità, quelle che
incontriamo in questo
viaggio
alla ricerca di ogni possibile orizzonte di senso.


Il
viaggio
come metafora della vita, certo, un viaggio fatto di emozioni che si
trasformano in sentimenti, fatto di vissuti come di esperienze, di
sogni e di profonde delusioni, di passioni laceranti, di gioie e
dolore e di fallimenti.


Certo
è che aver accolto in sé una esperienza, più esperienze di
fallimento in uno o più ambiti esistenziali, che sia amore, affetto,
lavoro o qualcosa di più radicale come la totale mancanza di
autostima che rende incapaci di qualsiasi slancio vitale, uniti al
senso di colpa e al desiderio di autopunizione sono gli elementi
costitutivi della depressione (patologica),


Fallire
quando si tenta di aprirsi al mondo è un’esperienza tragica ma il
viaggio
continua, deve continuare, si è deboli, la vergogna è una compagna
fedele, ogni


possibile
incontro interumano diventa fonte di imbarazzo: servono stampelle,
subito,


almeno
una, e la droga lo è, una valida stampella, perché la droga è
buona , il suo effetto è piacevole, avviene una modificazione della
percezione della realtà nel senso della gratificazione, la droga non
delude mai.


Tanto
è risolutivo l’effetto della sostanza stupefacente che senza
questa
stampella
sembra di non vivere; quando Charles Baudelaire, commentando le
Confessioni2
di
Thomas De Quincey, dice […] Ormai domandare al nostro solitario
amico se nel tal giorno ha preso l’oppio o non lo ha preso, sarebbe
come informarsi se
i
suoi polmoni quel giorno hanno respirato, o se il suo cuore ha
pulsato”
3,
trasmette con straordinaria incisività la condizione di assoluta
necessità che la droga occupa nella vita del tossicomane.


Il
passaggio così rapido tra il percepire l’angoscia, esperire
l’abisso della noia e della solitudine e ricorrere alla droga può
sembrare una forzatura, infatti le possibilità di affrontare la
sofferenza sono molteplici, il ricorso agli stupefacenti è una delle
possibilità che si offre alle persone.


Una
possibilità connessa alla casualità di un incontro: certo ci sono
una serie di condizioni che concorrono, ma questo avviene
prima.
La storia interiore e relazionale del futuro tossicomane ha ormai
assunto determinate connotazioni, l’esperienza di vivere nel nulla
è ormai indissolubilmente presente.


Solo
il
caso
può combinare quella determinata persona, in quella sua determinata
condizione emotiva ed esistenziale, con l’esperienza di provare su
di sé l’effetto di


quella
specifica droga
4
in quel determinato momento.


Un
viaggio,
dicevo, è una buona metafora del percorso dei tossicomani. Un
viaggio che contiene in sé l’ incognita di restare fermi nello
stesso posto, nello stesso spazio fisico, un viaggio che spesso è
inscritto principalmente in un luogo mentale.


Una
metafora perché: “La metafora
(meta-forein,
portare “oltre”)

sembra in grado di mettere in discussione l’assetto logico del
pensiero e produrre impreviste aperture verso la dimensione
immaginaria ed emotiva.”
5


E’
il filosofo Paul Ricoeur che introduce nell’applicazione del
funzionamento della metafora una componente psicologica fondamentale:
l’immaginazione ed il coinvolgimento emotivo che ad essa si
accompagna. E’ soprattutto attraverso processi immaginativi ed
emotivi evocati dalla metafora nel soggetto, e quindi attraverso una
funzione attiva e creativa del soggetto stesso, che si producono
quelle particolari attribuzioni di significato che, al di là del
riferimento letterale delle parole usate, danno luogo a nuove
concettualizzazioni e visioni di realtà.”
6


La
possibilità di evocare nuove visioni di realtà è un altro dei
motivi che mi spinge ad utilizzare la metafora, usandola quale
strumento per attivare uno scambio fecondo intorno ad un argomento
costretto
nella
morsa del giudizio.


Assumere
la
tossicomania

all’interno in quanto possibilità umana, imparare a convivere con
una situazione complessa di forza e debolezza, vuol dire sviluppare
capacità di iniziativa, di comprensione e di organizzazione
intorno al fenomeno.


Ho
pensato ad una metafora proprio perché può diventare un modo per
raccontare delle emozioni, le proprie, e, attraverso la narrazione e
il confronto, attivare quelle degli altri.


Un
viaggio
dunque,
ma qual è la meta? Dov’è Itaca per il tossicomane? Dove si
possono ravvisare le invocazioni ricche di speranza che colorano la
bella poesia di Costantino Kavafis?
7


La
Speranza con le sue ambivalenze, visto che è da un lato uno degli
esistenziali,
cioè
una delle caratteristiche essenziali dell’esistenza secondo Martin
Heidegger,

da senso alla vita e, contemporaneamente, si presenta come una
illusione: la speranza per i tossicomani è quella di trovare denaro
che è uguale a droga.


Itaca
non è (più) il senso stesso dalla vita, è realmente un approdo
dove finalmente l’Uomo butterà via la
stampella
e cercherà le sue emozioni e, con
timore
e tremore
,
le troverà e saranno la sua più grande risorsa.


Allora
ripartirà da Itaca, andrà
oltre
Itaca
,
oltre il limite delle colonne d’Ercole e nessuno ne sentirà mai
più parlare.


Ulisse,
la sua personalità complessa, l’inizio del suo viaggio alla fine
della guerra di Troia, il suo ritorno alla Heimat perduta ed infine
una nuova partenza per placare l’ira di Poseidone: non un qualsiasi
viaggio,
perché […]
esistono
opere illimitate come l’Odissea che ci commuovono in ciò che
abbiamo di universale; vi si agitano le grandi passioni e il grande
destino di chiunque sia afferrato, coperto di doni e battuto dalla
vita. Ma per comprendere queste favole, questo mondo limitato, si
deve possedere l’anima più pura, più diafana…
8


Il
viaggio di Ulisse:
questa
mi è sembrata una bella metafora del percorso del tossicomane che
vuole riappropriarsi della sua esistenza, della possibilità di
prendersi cura di sé, dei suoi desideri.


Questo
viaggio mimerà, in alcune possibili caratteristiche, il percorso
trasformativo del tossicomane affinché possa gettare via la sua
stampella
chimica,
naturale o semisintetica, e a reggersi sulle sue gambe seppur
malferme.


Il
viaggio di Ulisse dura dieci anni, dopo altri dieci anni di guerra.


Se
il viaggio di Ulisse, dopo dieci anni di guerra dura altri dieci
anni, il tossicomane parte, dopo dieci anni (spesso molti di più) di
assoluta devozione alla droga, per la ricerca di una condizione di
vita “umana”: anche a lui gli dei, rappresentati da una serie di
circostanze che lo hanno costretto a fuggire da sé stesso, hanno
riservato un percorso difficile. In realtà sono scettico sulla
durata del viaggio trasformativo del tossicomane, per il semplice
motivo che penso che sia la persona ad aver inscritto nel suo
essere
il cambiamento.


Dieci
anni, spesso molti di più, come unica compagna la Sostanza, e tanti
anni ancora per poter ricercare, finalmente, dei momenti sereni.


Il
personaggio di Omero sa bene che per lui: “ La scena muta di
continuo ed impone travestimenti, maschere, menzogne. Sopravvivere è
un’arte che richiede abilità e prudenza, dissimulazione e
audacia.”
9


Sopravvivere,
tra furti, menzogne, raggiri, violenza è un’abilità che richiede
dissimulazione e audacia, la prudenza però non appartiene al
tossicomane poiché il suo bisogno è irriducibile e fa diminuire
drasticamente la possibilità stessa di sopravvivenza; travestimenti,
maschere e menzogna sono facili strumenti per lui.


Ulisse
è un personaggio fuori dall’ordinario, un viandante che nel suo
vagare, tenta di riapprodare nella sua Itaca, il luogo dove sono le
sue origini, la sua storia ed i suoi affetti. Itaca intesa come
ritrovamento dell’antico oggetto d’amore che prelude alla sua
nuova scomparsa, per poi tendervi di nuovo: “Ti ho trovato e ti
perdo, finché ti ritroverò e ti perderò ancora.” come afferma
Romolo Rossi “…che potrebbe essere il motto di ogni tossicomane”.

10


Nel
suo viaggio Ulisse incontra
esseri
e persone con le quali deve confrontarsi per appagare il suo bisogno
di conoscenza e di comprensione, per colmare, infine, le lacune della
sua razionalità imperfetta.
11
Nel suo percorso il tossicomane incontrerà persone, strutture e
istituzioni con le quali dovrà confrontarsi per aver l’opportunità
di elaborare il lutto ed avere la possibilità di riconoscere la
perdita originaria dell’
oggetto
primario;
in lui domina un tentativo disperato di mantenere le cose e gli
oggetti immutabili attraverso una facile
magia
ripetitiva

per mezzo di un oggetto facile ad ottenersi, ricreabile e sempre
uguale come la droga.


Ulisse
parte dall’isola di Ogigia, dopo la fine della guerra di Troia, per
fare ritorno a Itaca: gli dei e il fato gli saranno avversi.


Infatti
è costretto a vagare alla ricerca di esperienze che alla fine lo
porteranno a non dover più dipendere in modo patologico.


Tra
i vari Disturbi di Personalità, il DSM III elenca il Disturbo
Dipendente di Personalità intendendo descrivere una dipendenza così
estrema da essere patologica. Questi individui non sono in grado di
prendere decisioni da soli, sono insolitamente sottomessi, hanno
sempre bisogno di rassicurazioni e non sono in grado di funzionare
bene senza che qualcun altro si prenda cura di loro.”
12


Tutti
noi, in misura diversa dipendiamo da qualcuno o da qualcosa, i lavori
di Bowbly, di Ainsworth e dei loro collaboratori in merito alla
Teoria dell’Attaccamento
13,
hanno dimostrato che considerare la dipendenza come evento
“implicitamente nocivo” è sostanzialmente errato: “ La
dipendenza porta sempre con sé una connotazione negativa e tende ad
essere considerata come una caratteristica esclusiva dei primi anni
di vita, qualcosa da cui ci si dovrebbe liberare crescendo. Come
risultato negli ambienti clinici è accaduto spesso che, ogni volta
che il comportamento di attaccamento si manifestava in anni
successivi, veniva considerato non solo increscioso, ma perfino
regressivo. Ritengo che questo sia un sorprendente errore di
giudizio.”
14


Una
delle possibili dipendenze patologiche è la
dipendenza
tossica.


Le
esperienze vissute durante il suo viaggio metteranno, infine, Ulisse
in contatto con la solitudine, la noia e la morte e solo
attraversando questi territori e interiorizzandone il significato
potrà riempire i vuoti della sua anima, solo dopo il confronto con
Circe, i Ciclopi ed altre
figure,
solo
essere disceso
“nel
profondo”
dell’Ade, potrà affrancarsi dal suo dolore.


Ulisse
è lontano da Itaca e dalla sua casa dove Penelope tesse la sua tela
di trame sottili.


Sembra
di vederle: sono madri e mogli che aspettano dietro il vetro di una
finestra, con grande ansia e con la speranza che la causa delle loro
sofferenze, il tossicomane, torni alla dimora e nel frattempo lavano
e stirano i suoi vestiti e preparano pasti che nessuno consumerà o,
nel migliore dei casi consumerà quando saranno ormai freddi.


Domani
ricominceranno, in tal modo terranno lontane le
loro
ansie, i
loro
sensi di colpa.


Esiste
una trama apparentemente indissolubile che lega il tossicomane al suo
destino: è la trama delle relazioni proprie del suo romanzo
familiare, e chiunque si voglia occupare di tossicodipendenze deve
tenerle in considerazione.


La
difficoltà più importante da superare perché questa
rivoluzione
culturale
si
compia, tuttavia, è legata all’estrema semplicità del discorso
che attribuisce il comportamento tossicomane direttamente alla
persona (alla sua immoralità, immaturità o patologia): complesso,
inquietante, è, infatti, il discorso che fa riferimento puntuale ed
esplicito al contesto in cui trova senso un comportamento che è
“assurdo ed incomprensibile” solo finché l’osservatore non è
stato capace di individuare e di raccontare la situazione in cui esso
si è determinato.”
15


Povero
Telemaco che il padre lasciò quando era ancora un bambino, egli
partirà alla ricerca del padre e deve prendersi cura della madre e
della casa e poco vivrà della sua infanzia e della sua adolescenza.


I
figli di genitori tossicodipendenti sono bambini che conoscono già
in tenera età uno stile di vita disturbato e vengono privati
dell’infanzia, condannati ad essere adulti prima del tempo.”
16


Dice
ancora John Bowlby: “Tutti noi, dalla nascita alla morte, siamo al
massimo della felicità quando la nostra vita è organizzata come una
serie di escursioni, lunghe o brevi, dalla base sicura delle nostre
figure di attaccamento.”
17


In
questa prospettiva i figli di genitori tossicodipendenti non hanno
avuto il tempo, neanche il modo, di interiorizzare la loro base
sicura.


Ulisse,
nel suo peregrinare, approda, stanco e sofferente, sull’isola dei
Feaci e qui Nausicaa lo accoglie sulla riva e si prende cura della
sua infinita stanchezza.


Dopo
che lo avrà aiutato a lenire i dolori del corpo lo introdurrà al
cospetto del padre Antinoo, re dei Feaci, dove il nostro eroe potrà
finalmente fermarsi e, per la prima volta, raccontare la sua storia e
il suo travaglio interiore.


Antinoo
e Nausicaa: l’Operatore Sociale che accoglie senza giudicare, con
la consapevolezza che colui che sta di fronte sarà di stimolo per
interrogarsi non soltanto sul destino del tossicomane, ma anche
rispetto alle incognite ed i fondamenti stessi della condizione
umana. Quale sia il “modo giusto” per avvicinarsi alla persona
tossicomane è uno degli argomenti sui quali ci stiamo confrontando,
certi soltanto che per mezzo di una interazione fatta di trame
sottili, di
proiezioni
ed
introiezioni,
saremo nella condizione, a volte rischiosa, di entrare in contatto
con emozioni nostre di cui non abbiamo coscienza o che avevamo
dimenticato di conoscere, sicuri del fatto che la droga è uno dei
tanti modi possibili per rispondere agli stimoli dolorosi che la vita
ci propone. La seguente riflessione di Carl Rogers è centrale
rispetto a qualsiasi relazione d’aiuto: ”Sono arrivato a rendermi
conto che l’alterità della singola persona, il diritto che
ciascuno ha di interpretare come crede la propria esperienza e di
trovare in essa i propri valori, è una delle potenzialità più
preziose della vita... così trovo che quando posso accettare un
altro, quando posso cioè accettare i suoi sentimenti, i suoi
atteggiamenti, le sue opinioni come parti reali e vitali di lui, lo
aiuto a diventare una persona, e ciò mi sembra abbia un grande
valore.”
18


Alla
corte di Antinoo Ulisse può abbandonarsi al pianto.


Ecco
ora il soggetto che tenta di reintegrare questa miserabile condizione
umana, che vuole diventare un uomo qualsiasi, senza memoria, che
rivendica il diritto alla normalità. Illusione tragica, perché
l’anello finale di questo destino prometeico è un’altra
avventura, la più drammatica e la più censurata, che lascia
sconvolti e senza fiato tutti quelli che, in nome della legge e
dell’ordine, ma anche della tristezza e della pietà, hanno
accompagnato il tossicomane fino a quella che si chiama la
disintossicazione.”
19

Ulisse può finalmente cominciare la narrazione delle sue vicende.


Il
re di Itaca non è un uomo
pienamente
razionale
20:
egli è curioso, tutto vuol sapere e tutto vuol conoscere, e quando
si trova nei pressi dell’isola delle sirene, dopo essersi occupato
di tappare le orecchie dei suoi amici, senza che gli venga riservato
lo stesso trattamento, chiede di essere saldamente legato all’albero
della sua nave. Ulisse sa bene che se fosse lasciato libero sarebbe
troppo forte l’attrazione del canto delle sirene e avvicinandosi a
loro finirebbe divorato.


Il
tossicomane è forse più curioso di Ulisse e al pari di lui vuol
sapere fin dove può spingere le sue possibilità, quello che non sa
comprendere è quando dovrà fermarsi, quando, di fronte alle sirene,
dovrà chiedere di essere legato.


Le
sue sirene si chiamano droghe, strette in un intimo connubio con
overdose, epatite, aids, morte. Questo femminile perverso, la

Sostanza,

gli permette di non provare più alcun dolore: lei è madre, è
moglie, è amante, è sorella.


La
Sostanza,
pharmakeion nepentes
21,
il
farmaco che cura tutti i mali è il tappo che il tossicomane ha messo
sul contenitore delle sue emozioni, emozioni che non può provare
perché lo distruggerebbero.


Ulisse
è in vita, ha saputo chiedere aiuto per sfuggire al canto delle
Sirene, canto che ha il potere di stregare chi lo ascolta e di far
dimenticare ogni cosa ed ogni affetto; il tossicomane potrà, forse,
continuare il suo percorso anche se la sua richiesta d’aiuto non è
stata (ancora) formulata grazie a quella forma di prevenzione
denominata
riduzione
del danno.


Oggetto,
ancora oggi, quando sembra accettata universalmente, di aspre
polemiche, la riduzione del danno deve essere, semplicemente, un modo
per tutelare la sopravvivenza (la vita) delle persone.


Elucubrazioni
accademiche o strumentalizzazioni politiche devono lasciare il campo
a favore di interventi che tengano in conto, solo ed esclusivamente,
i bisogni della persona, il suo diritto al libero arbitrio nella
scelta della cura ed i bisogni della collettività a tutelarsi contro
il danno sociale derivante dai comportamenti delittuosi dei
tossicodipendenti.


La
riduzione del danno è infatti una strategia complessa che, a partire
da una dimensione culturale e operativa di tolleranza del consumo d
di de-criminalizzazione del consumatore, contribuisce in modo
sostanziale a rafforzare le capacità di autodeterminazione in chi fa
uso di sostanze: interviene in modo diretto sui forti condizionamenti
e sui rischi connessi alla clandestinità, restituisce tempo libero e
fa emergere energie impiegabili nella direzione di una migliore
organizzazione della vita sociale”
22


Giunto
sulla terra dei Ciclopi, semidei e giganti monocoli Ulisse finisce,
con i suoi compagni, nella grotta di Polifemo, figlio di Poseidone e
vi resta intrappolato.


Quando
Polifemo chiede ad Ulisse il suo nome egli dice di chiamarsi
Nessuno
e quando Nessuno comprende che deve fuggire, con uno stratagemma
priva il gigante del suo unico occhio. Quanto segue non sancisce
certamente una regola, ma spesso i Servizi Formali di Cura si
comportano con gli utenti
come
se
vedessero
la realtà che hanno di fronte con un solo occhio, perdendo di vista,
per stanchezza, per scarsa motivazione, per inadeguatezza numerica
nel rapporto operatori/utenti, che: “E’ corretto, ed è un grande
miglioramento, cominciare a pensare alle due parti in interazione
come a due occhi, ciascuno dei quali ha una visione monoculare di ciò
che accade, e che insieme consentono una visione binoculare in
profondità. Questa doppia visione è la relazione
.”23


Spesso
per l’operatore del servizio il tossicomane è Nessuno.


Il
tossicomane che si rapporterà con questo genere di servizio mentirà,
sarà ingannatore e farà in modo che nemmeno l’occhio attivo,
quello che
vigila,
possa vedere quanto realmente accade, fino a quando, rimessosi in
forze, riprenderà il cammino.


Grazie
a quelle, rarissime, comunità
terapeutiche
che danno al tossicomane disintossicato la possibilità di sentirsi
accolto e protetto, di sentirsi riconosciuto nella sua unicità e
dignità di persona umana; grazie a tutti gli operatori sociali che
sanno accogliere senza giudicare, con atteggiamento profondamente
umano, con dolcezza e con la giusta dose di fermezza.


La
comunità, ogni comunità che sia realmente terapeutica, si
costituisce come il luogo, come la cifra, di un discorso che si può
confrontare con il destino della tossicomania nella forma a questa
più adeguata.”
24


Sulle
comunità di recupero per i tossicodipendenti bisogna fare qualche
considerazione poiché ci sono diverse tipologie di strutture che si
occupano di “cura, riabilitazione e reinserimento” delle persone
tossicodipendenti, in alcune di queste ci sono coloro che sono
convinti che un forte condizionamento del comportamento sia, di per
se, sufficiente a modificarlo in maniera definitiva; costoro sono
certi che basterà imparare ad essere corretti, educati, ben vestiti,
pronti ad offrire l’altra guancia per essere “guariti”.


Probabilmente
quello che si potrà ottenere sarà di fare in modo che la persona
diventi esattamente
quello
che non è
,
dopo qualche anno di comunità avrà messo un
nuovo
tappo sulle sue emozioni e andrà in giro a dispensare sorrisi e
compiacenza.


Poi
ci sono quelli che faranno riemergere le persona dal buio del
tunnel
con il duro lavoro, perché “il lavoro rende liberi”.


Quante
volte abbiamo sentito dire che: ”...ai tossici bisogna mettergli la
zappa in mano...”, evidentemente in alcune comunità questa
opinione è stata presa alla lettera, specie se si considera che la
persona che risiede in comunità rappresenta manodopera a costi
bassissimi o addirittura inesistenti.


Polifemo
è il Servizio monocolo ma è anche l’occhio normativo, la regola,
l’istituzione e, visto che Ulisse e i suoi compagni di viaggio
restano rinchiusi nella sua grotta, può rappresentare anche
l’istituzione totale carceraria. Il carcere, punto d’incontro tra
processi di esclusione sociale e fallimenti educativi, si incontra
ineluttabilmente con le problematiche della tossicodipendenza. Il
problema si ripropone con forza, perché il sovraffollamento e
l’incompatibilità di alcune tipologie di detenuti, soprattutto
quelli affetti da patologie psico-fisiche, rendono il nostro sistema
carcerario inadeguato ad una concezione di struttura punitiva ma
intesa, potenzialmente, come possibile fonte di nuova inclusione
della persona nel tessuto sociale che è stato il teatro delle sue
azioni attraverso interventi integrati con i servizi socio-sanitari
del territorio. E’ difficile, se non impossibile, accedere ad una
terapia metadonica se non si era già in trattamento all’esterno,
proprio quando l’obiettivo è “Garantire la tutela della salute
complessiva all’interno delle strutture carcerarie, in un’ottica
che concili le strategie più tipicamente terapeutiche con quelle di
prevenzione e riduzione del danno.” (Circolare del 28 dicembre 1999
a firma dei ministri della Giustizia e della Sanità.)


Dopo
la fuga dall’isola dei ciclopi, Ulisse e i suoi compagni giungono
ad Eolia, l’isola di Eolo Ippotade che dona ad Ulisse un otre fatto
con la pelle di un bue di nove anni che contiene urlanti uragani.


Il
tossicomane, dopo l’esperienza delle comunità di recupero, o della
carcerazione, ha rinchiuso le sue emozioni, simili ad uragani, in
luoghi della mente ora inaccessibili e si appresta a tornare alle sue
abitudini, non ancora conscio che non c’è stato, non ancora, un
reale cambiamento, che pur avendo compreso il significato della sua
storia, non ha ancora esperito i suoi fantasmi.


Quello
che gli è stato inculcato è un condizionamento teso ad allinearlo
alle esigenze della cultura dominante, ma saranno proprio le spinte
esterne, le richieste della quotidianità ed un contesto relazionale
che non si è modificato a fare in modo che l’otre di Eolo si apra
riportando alla coscienza la sofferenza del tossicomane
disintossicato.


Ogni
ricaduta porta in sé il segno del fallimento, dell’inadeguatezza e
ritorna, intatta, la sofferenza della persona disintossicata: “ Non
è quel che era, ma neppure altro da quel che era. E’ nulla. Solo
la sofferenza gli dà un’esistenza, lo fa riconoscere al mondo.”
25


E
Ulisse giunge all’isola Eèa e qui sta Circe che con i suoi
farmachi
tristi

26
tratterrà a lungo Ulisse sulla sua isola fino a quando, proprio lei,
gli suggerirà il percorso per tornare ad Itaca, mettendolo in
guardia sui rischi ai quali potrebbe ancora andare incontro. Dopo
l’ennesima ricaduta il tossicomane torna al servizio: buprenorfina,
butorfanolo, metadone, benzodiazepina,
farmachi
tristi
,
che pur conservando la capacità di tutelare l’equilibrio fisico
della persona danno l’esatta dimensione dell’impossibilità di
entrare in contatto con la sofferenza.


Circe
dice ad Ulisse che per poter tornare finalmente alla sua terra, dovrà
scendere nel regno dei morti ed interrogare l’indovino.


Un
operatore più attento , suggerirà e prospetterà al tossicomane la
possibilità di intraprendere un “viaggio nel viaggio”,
scendendo, per indagarvi, nel buio della sua anima.


Dopo
aver recuperato la condizione drug-free, pur senza che questa gli
venga imposta, il tossicomane, nella magia del setting
psicoterapeutico, nella
regola
del
setting stesso e di fronte al
materno
di Tiresia/psicoterapeuta, potrà cominciare il processo di
integrazione delle sue parti scisse e proiettate.


Ora
Ulisse può finalmente volgere le vele della sua nave verso Itaca e
finalmente approdarvi, consapevole di tutte le forze che convivono
nella sua Anima.


Ulisse
fa strage dei Proci che insidiano la sua casa, il suo regno e la sua
amante, e dopo averli uccisi ripulirà la casa dal loro sangue per
allontanare la morte, così avrà modo di riprendersi i suoi affetti
ed il suo talamo costruito su una salda radice.


Forse
per placare l’ira di Poseidone, forse perché si sente prigioniero
della sua storia, Ulisse ripartirà da Itaca.


Scritti
successivi, probabilmente apocrifi, dicono che, attraversate le
colonne d’Ercole, l’attuale Gibilterra, l’eroe scomparirà
senza che nessuno ne abbia, mai più, notizia


Un
destino simile spetta all’altra figura di questa storia, il
tossicomane, che tornato alla vita quotidiana, alla responsabilità
di prendersi cura di sé stesso, continuerà il suo percorso di
acquisizione di consapevolezze.


Non
è più il Tossicomane, ma è ancora costretto
nel
senso e nel significato
della
sua storia, segno di una resa che è una vittoria, ma pure è scomoda
come fardello, fino a quando, con il passare del tempo, nel tessere
la trama della sua vita scomparirà di là delle colonne d’Ercole
dell’anonimato.


Anche
noi, operatori, come Ulisse, abbiamo allontanato la morte,
permettendo al tossicomane di arrivare vivo al compimento della
storia; in realtà le storie di tossicomania spesso si concludono con
un destino ben peggiore.


Uno
degli scopi principali per ogni operatore sociale e/o sanitario
dovrebbe essere quello di tutelare la vita, la vita di tutti, del
santo e dell’abbietto, del ladro, del tossicomane, del negro,
dell’ebreo, del ricco, del povero, del carcerato e dell’uomo
libero.


Questo
sarà possibile se attraverso la ricerca di un’alleanza tra la
nostra interiorità e quella dei nostri utenti: “Non ci è
possibile conoscere nulla di ciò che avviene negli abissi della
soggettività, della nostra soggettività e della soggettività degli
altri-da-noi, se non rinunciamo ad ogni atteggiamento di distacco e
di neutralità, di fredda e gelida scientificità, di fronte a chi
soffre; se non ci serviamo dell’intuizione e dell’immedesimazione:
modelli rabdomantici di conoscenza di cui non si può fare a meno in
ogni psichiatria dialettica e umana”.
27


1
Heidegger
sostiene che il problema dell’essere umano è caratterizzato, nel
suo essere-nel-mondo, dall’essere-per-la-morte. Se l’uomo è
definito dalla possibilità di essere, la morte gli si presenta come
il limite e la negazione di questa possibilità e gli chiede di
accettare l’essere per la morte come "orizzonte in cui si
iscrive la sua vita". Il "Si muore" cerca di
esorcizzare l’angoscia davanti alla morte, di tranquillizzare gli
uomini.


L’Autore
considera inautentico questo approccio alla comprensione della morte
che, invece, richiede all’uomo di porsi di fronte all’esistenza
sapendo quale è la possibilità estrema che gli appartiene.

2
De Quincey T., Confessioni
di un mangiatore d’oppio
,
Feltrinelli, Milano, 1982

3
Baudelaire C., Paradisi
artificiali
, Garzanti,
Milano, 1988,

4
Diversi autori sostengono la
stretta correlazione tra struttura di personalità e genere di
sostanza stupefacente utilizzata, per es. cfr. Rigliano P.,
Doppia diagnosi,
Raffaello Cortina, Milano 2004, anche Lusetti V.,
Psicopatologia
antropologica
, EUR, Roma,
2008

5
Caillé P., Rey Y., C’era
una volta: Il metodo narrativo in terapia sistemica,
FrancoAngeli,
Milano 1998

6
Ricoeur
P. in “Caillé P., Rey Y
.,
Op cit.

7
[…] Sempre
devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per
anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei
tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: cos’altro t’aspetti?”

Kavafis C.,
Itaca

8
Burckhardt C.J., Incontro
con Rilke
, Sellerio,
Palermo, 1990

9
Ciani M.G. prefazioni
all’Odissea,
Marsilio,
Venezia 2000, pag. X.

10
Rossi R.,
I lotofagi
, Rivista di
psicoanalisi, n. 26, pagg. 357-359.

11
Elster J., Ulisse
e le sirene,
Il Mulino,
Bologna 1996.

12
Gabbard
G.O
.,
Psichiatria Psicodinamica
,
Raffaello Cortina, Milano 1992

13
cfr.
con:
Holmes
J.,
La
teoria dell’attaccamento: John Bowbly e la sua scuola
,
Raffaello Cortina, Milano

1994

14
Bowbly
J
.,
Una base sicura: Applicazioni cliniche della teoria
dell’attaccamento
,
Raffaello Cortina, Milano 1988

15
Cancrini
L., in “Cirillo S. e altri
,
La famiglia del tossicodipendente
,
Raffaello Cortina, Milano1996, p. 231.

16
Krull
S.,
Genitori
tossicodipendenti,
Ceis,
Roma 1996.

17
Bowlby
J. in “Holmes J.,
op.
cit.
,
pag. 65.

18
Rogers
C
.,
La terapia centrata sul cliente. Teoria e ricerca
,
Martinelli, Firenze 1970

19
cfr.
con Olievenstein C.,
Op.
cit.

20
Elster
J.,
Ulisse
e le sirene, indagine sulla razionalità e l’irrazionalità
,
Il mulino, Bologna, 1996

21
De Quincey T., Confessioni
di un mangiatore d’oppio,
Feltrinelli,
Milano 1972.

22
Gruppo Abele, Undici
punti per un’agenda droghe
,
in Animazione Sociale, 1-2001, Ega, Torino

23
Bateson G., Mente
e natura,
Adelphi, Milano
1993.

24
Borgna E., Noi
siamo un colloquio
,
Feltrinelli, Milano, 2000, pag. 131.

25
Cagossi M. in
Olievenstein C., Op.Cit
.,
pag. 201.

26
Omero,
Odissea
, Einaudi, Torino
1998, pag. 273, verso 235.

27
Borgna E., op.
cit
., pag.37.